Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla quinta puntata della quinta stagione di For All Mankind.
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Siamo arrivati a un punto di non ritorno. Un momento pressoché inevitabile, facilmente prevedibile fin dall’inizio di questa quinta stagione. For All Mankind chiude così la quinta puntata con una svolta che riscrive ancora una volta gli equilibri su Marte, ribaltando gli orizzonti con una battaglia audace, intrigante anche sul piano estetico-espressivo e carica di significati. Si spara, su Marte. Ed è una notizia: ogni potenziale utopia spaziale si infrange di fronte a una gestione degli eventi che di alieno ha ben poco. La violenza diventa così una risposta che accantona ogni altra prospettiva, dando vita a una vera e propria rivoluzione.
In una delle recensioni delle ultime settimane, d’altronde, avevamo paragonato il percorso di emancipazione dei “marziani” a quello che ha dato vita agli Stati Uniti d’America: storie diverse sì, eppure affini. Con conseguenze ancora da definire: le rivoluzioni, d’altronde, non culminano spesso nel punto d’arrivo inizialmente preposto, e sarà interessante capire ora cosa significherà il passaggio della quinta stagione di For All Mankind. Ovvero: la Happy Valley si trasformerà davvero in una sorta di territorio autonomo? Difficile crederlo, al momento. Oppure entreranno in gioco delle forze che metteranno fine al sogno dei rivoltosi? Molto più probabile.
Staremo a vedere, ma è evidente che finora il racconto si sia attenuto principalmente a un’ottica interna.
Una prospettiva vicina che mette sullo sfondo la geopolitica internazionale e ne mostra l’impatto, più che le effettive dinamiche. Anche in questo caso, è solo una questione di tempo: il ritorno in scena di Irina, protagonista oltretutto di un’opening piuttosto spiazzante e solo apparentemente disconnessa dal resto, mostrerà il vero volto dell’Unione Sovietica nell’economia di questo racconto. Anche se in realtà suona persino ironica l’idea che la volontà sia quella di soffocare i tumulti operai in nome della massimizzazione del profitto. Non che sorprenda, ma è giusto porla in questi termini. Gli Stati Uniti, invece, potrebbero semplicemente staccare la spina: per usare un eufemismo, d’altronde, le sorti della comunità marziana non sembrano stare granché a cuore al nuovo Presidente.
La quinta puntata di For All Mankind 5, allora, è principalmente concentrata su quella che in questo momento sembra essere la trama più importante della stagione.

All’apparenza, ripetiamo. Perché Alex è in questo momento uno dei personaggi principali, le interazioni tra Aleida e Dev sono sempre più tese, l’evoluzione di Miles è significativa e sarà interessante comprendere, allo stesso tempo, dove voglia andare a parare il miliardario visionario: sogna di costruire una comunità autonoma su Marte da un milione di persone, ben inserite all’interno di una città futuristica, ma che senso ha tutto ciò? Che senso ha se passa attraverso l’automatizzazione?Fin dove si spingerà per l’ottimizzazione di tempi e risorse? I dubbi sono legittimi, e Alex si fa portavoce in tal senso, ma è altrettanto chiaro che Dev ci abbia abituato a una teatralità imprevedibile che potrebbe riservarci una bella sorpresa. A meno che non sia solo l’ennesimo miliardario deludente in tal senso, opzione da non escludere.
La ricerca del compromesso sembra spingerlo verso soluzioni che di idealistico hanno ben poco.
Si ha però l’impressione che l’uomo non ci stia raccontando qualcosa di significativo. E che la sua Meru possa essere più di un resort lussuoso per ricconi annoiati dalla solita gravità terrestre.
Ancora più interessante la figura del governatore della Happy Valley: dopo aver ascoltato i “consigli” di Irina, opta per coprifuoco e linea dura, salvo poi esser costretto a indietreggiare e consegnarsi ai rivoluzionari senza cercare la fuga. Le sue azioni sono ambigue, e ancora di più lo è sua moglie, una donna che potrebbe offrire uno sprint decisivo a questa specifica trama. Ma arriviamo così al solito dubbio che sta accompagnando gran parte delle recensioni di questa stagione: For All Mankind si vuole limitare alla fantapolitica? Perché sì: è sempre stata fondamentale e suggestiva, ma poi si mirava alle stelle. A quanto l’umanità debba sacrificare parte di sé in nome del progresso scientifico e dell’esplorazione di terre ignote nello spazio. Al sogno, seppure disilluso.
Accogliamo positivamente, di conseguenza, l’idea che questa stagione stia creando i presupposti per concentrarsi anche su altro.
La trama di Happy Valley, arricchita oltretutto dall’eredità raccolta da Alex e dalla chiusura del giallo che ci aveva accompagnato fin dalla prima puntata, potrebbe così essere affiancata da quella che più di ogni altra raccoglie l’essenza di For All Mankind: la missione che dovrebbe portare Karen su Titan. Su una nuova Luna, nell’angolo più remoto dello spazio mai esplorato dall’uomo finora.
Lo stiamo ripetendo da settimane: è qui che la bella serie Apple può ritrovare lo smalto perduto dei giorni migliori. Essere visionaria, non solo lucida nell’affrontare le implicazioni geopolitiche dell’ucronia e gli intensi intrecci emotivi tra i personaggi. Portarci altrove, e farlo con un nuovo punto di vista. Una nuova logica sul mondo, pur con la convinzione che gli uomini non smettano mai di essere tali a prescindere dal contesto. A meno che la Happy Valley non diventi davvero felice: a quel punto, dovremmo rivalutare tante delle cose che avete letto finora.
A questa stagione, in sostanza, manca ancora una motivazione sufficientemente forte per portarci alle ultime puntate con l’hype necessario. Percepire un senso d’urgenza, un tema cardine che sappia essere attrattivo fino in fondo. In poche parole, abbiamo bisogno di seguire la ricerca di nuove forme di vita nello spazio. Il rischio, se così non dovesse essere, sarebbe quello di replicare lo stesso errore della quarta stagione: essere convincente da ogni punto di vista, senza mai essere coinvolgente quanto For All Mankind sa essere.
Al di là dei dubbi, non vogliamo smettere di crederci. Affatto.






