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“Se le brave persone smettono di provare a fare la cosa giusta quante speranze abbiamo?“. Apriamo con questa frase del padre di Annie, un interrogativo tanto banale quanto verace, il commento alla 5×04 di The Boys. Finora la serie c’aveva mostrato il nostro mondo. Un mondo distorto da uno specchio distopico e bombardato di composto V, ma in ogni caso il nostro mondo. Lotte culturali, fazioni reazionarie, progressisti, conservatori, cancel culture. Ora però stiamo andando oltre. Facciamo un ulteriore passo.
The Boys ci mette di fronte non più al nostro presente ma a un futuro prossimo e possibile, al delirante, distopico avvenire che può aprirsi davanti a noi.
Ed è un ritorno al passato, il riavvolgersi di un serpente che torna a mordersi una coda che conosciamo fin troppo bene. Campi di internamento, repressione delle opposizioni, senso di superiorità genetica. Lo abbiamo già vissuto, solo che non ce ne ricordiamo. Primo Levi in quel bellissimo libro dal titolo I sommersi e i salvati dà voce a quel ricordo sempre più sbiadito.

Ci mette a parte di una grande verità, che è la verità di Anna Arendt e della banalità del male. Quando immaginiamo la Germania degli anni ’30 e ’40 pensiamo all’orrore, alla perversione ma raramente all’indifferenza. Eppure gli “aguzzini” di Primo Levi e di altri milioni di prigionieri non erano diavoli “Erano, in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti […], molti indifferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi di fare carriera, o troppo obbedienti“.
The Boys ci mostra l’indifferenza dei buoni. L’incapacità dell’uomo comune di opporsi, il venir meno della morale personale di fronte a un bombardamento costante di bugie e indottrinamento. È l’incapacità (iniziale) di agire e di opporsi del padre di Annie. Della sua famiglia, del figlio, schiavo di reel e fake news, di scuole private finanziate dalla Vought e da un’opinione pubblica corrotta o incapace di reagire. Come recita un famoso verso pasoliniano “Lo sapevi, peccare non significa fare il male: non fare il bene, questo significa peccare“.
E allora dobbiamo domandarci: saremmo davvero pronti a dire di no al mondo di The Boys? Saremmo capaci di opporci vedendo gli oppositori incarcerati o peggio ancora fatti sparire?
In The Boys c’è “il re dell’inferno”, King of hell, titolo di questa 5×04. Un anticristo al pari del “traditore”, un uomo, meno di un uomo, che si crede Dio. Sempre Primo Levi lucidamente ricordava che “Il potere è come la droga: il bisogno dell’uno e dell’altra è ignoto a chi non li ha provati, ma dopo l’iniziazione, che può essere fortuita, nasce la dipendenza e la necessità di dosi sempre piú alte; nasce anche il rifiuto della realtà e il ritorno ai sogni infantili di onnipotenza“.
In questo delirio di onnipotenza, rifiuto di realtà e ritorno all’infantilismo che mai l’ha abbandonato, vegeta Patriota. Dopo la mirabile visione della Madonna-Stillwell, come un profeta invasato Patriota vede se stesso come nuovo, terreno, immortale dio. “È il mio diritto di nascita, è il mio destino“. Un concetto che ancora una volta riavvolge il tempo e ci riporta al progetto Lebensborn. alle teorie eugenetiche della razza pura, alla creazione di un vero e proprio “pedigree”.

The Boys va avanti e insieme torna indietro. Ci mostra il futuro e ci ricorda il passato perché i due tempi sembrano così simili, così vicini, così prossimi a noi. C’è una “zona grigia” nella quale ci troviamo tutti. Non c’è un confine netto tra buoni e cattivi, non per l’uomo almeno, che galleggia tra i due estremi. Ci siamo noi, con le nostre paure, le nostre debolezze, la nostra indifferenza. L’incapacità di vedere oltre, di uscire dai retaggi familiari, dal bombardamento mediatico, dall’effetto gregge. Così la morale personale naufraga in una forza collettive che ci rende capaci di ogni cosa, anche la peggiore, che trova sostegno nel così fan tutti. «Surreale. Da pazzi»: Antony Starr incredulo nei confronti di chi fa il tifo per Patriota in The Boys.
È un virus, una spora, un fungo infestante che si diffonde dappertutto e ci mette gli uni contro gli altri, carnefici e vittime insieme.
Hughie, Butcher, Kimiko, Latte Materno respirano quest’aria viziata e si scoprono gli uni contro gli altri. Non sono fuori di sé, non sono semplicemente vittime del sortilegio del “re dell’inferno”, del “traditore”. No, sono sempre loro stessi. Pensano davvero quello che dicono e la loro rabbia è reale, spore e non spore. “Non dirmi che non lo pensavi perché sicuro come la morte io pensavo ogni ca**o di parola“, confessa LM. Così l’uomo, senza i legacci sociali, si scopre lupo per l’altro uomo. Tutte le tensioni represse, le ragioni di ostilità vengono a galla e i “buoni” si scoprono a farsi la guerra.
Rabbia e indifferenza. E poi la vergogna. La vergogna per ciò che si è fatto o per ciò che si stava per fare. La vergogna di Hughie e Kimiko in The Boys, la vergogna di un intero popolo che prova a discolparsi dicendo di essere “prigioniero del diavolo”. No, la verità è che la banalità del male sta tutta qui, nella rabbia e nell’indifferenza. In “uomini grigi anche questi, ciechi prima che criminali, accaniti a spartirsi i brandelli d’una autorità scellerata e moribonda“. Come Firecracker, come Ashley, pronte a tradire ideali e fede per spartirsi brandelli di potere.

La responsabilità è sempre in ogni uomo. Nella nostra scelta di detestare e di non fare nulla, di diventare gregge e rinnegare la nostra umanità. Di inseguire il potere o la rabbia cieca che ci mette gli uni contro gli altri. Non c’è dio, non c’è re dell’inferno che tenga. Sta sempre e solo a noi. Sta sempre e solo all’uomo.
Emanuele Di Eugenio







