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Più L’esorcista che La mummia: la recensione del remake di Lee Cronin

La mummia

ATTENZIONE: l’articolo contiene spoiler su La mummia di Lee Cronin

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Cominciamo col mettere immediatamente in chiaro una cosa: La mummia di Lee Cronin non è assolutamente ciò che vi potreste aspettare. Dimenticatevi Brendan Fraser, gli intrighi e l’antico Egitto. Il nuovo remake non soltanto spinge sull’elemento horror – ampiamente annunciato – ma propone una storia completamente rivisitata che mantiene solo un flebile legame con la tradizione egizia. Il nuovo La mummia è un film spiazzante. Un rebranding totale che dimentica completamente il passato, pur confezionando una storia tutto sommato valida, che però risente di questi fili tagliati.

Nel giudicare il lavoro di Lee Cronin occorre innanzitutto capire quanto peso dare alle aspettative. Se visto come un remake de La mummia, questo film può risultare abbastanza deludente. Se invece preso come un’operazione scissa dall’eredità del passato il risultato finale è abbastanza onesto. Però quell’eredità c’è. La mummia è un titolo che appassiona e i misteri dell’Antico Egitto restano un campo florido d’interesse. Sotto questo versante è impossibile nascondere la delusione per un film che – seppur interessante – sfrutta un marchio senza curarsi di omaggiarlo minimamente. E al di là delle aspettative, il mantenimento di un legame più solido col franchise avrebbe giovato anche a questa storia.


Katie posseduta dallo spirito
Credits: Warner Bros

La mummia incontra l’horror e diventa L’esorcista

Sin dal suo annuncio, La mummia di Lee Cronin aveva promesso di spingere moltissimo sul versante horror. D’altronde il regista proviene dal quel campo e aveva già avuto a che fare con il rifacimento di titoli importanti. Nel 2023 aveva infatti realizzato il reboot del franchise La casa, riuscendo a cavarsela abbastanza bene. Stavolta Cronin s’imbarca in un’operazione abbastanza ardua: la rilettura in chiave horror di un titolo che invece era stato trattato molto più sul versante action-mistery.

Di base l’operazione era molto interessante. Anche perché lo spazio per l’horror era abbastanza florido anche ripensando alle origini della saga. Tuttavia Cronin si è fatto prendere abbondantemente la mano, dimenticando totalmente il retaggio del franchise. A colpire è il pochissimo spazio dato alla storia egizia e alla sua mitologia. Al di là delle due scene col professore di archeologia e alla misera spiegazione circa l’origine dello spirito che alberga nella piccola Katie non c’è molto altro. La mummia s’incanala immediatamente sui binari dell’horror e si fa semplicemente racconto di possessione. Un L’esorcista laico, in fin dei conti.

Il film possiede, dunque, la struttura tipica dei racconti di possessione. L’arrivo dello spirito. Le prime avvisaglie che qualcosa non va. La ricerca circa l’origine dell’entità infestante e lo scontro finale con questa. Poi sì, quello spirito proviene dall’antica tradizione egizia e viene rinchiuso grazie a un sarcofago. Tuttavia l’eredità de La mummia si ferma qui. Ed è davvero poco. Ben venga, dunque, la svolta horror (se siete amanti del genere, qui vi consigliamo alcune miniserie) del franchise, ma qui siamo davanti a un film che è completamente tutt’altro. Molto più L’esorcista, come dicevamo.


Uno splatter forte ed esagerato

Nel suo racconto di possessione Lee Cronin pesca abbondantemente dallo splatter. Insetti e liquidi corporali vari. Corpi mutilati e cadaveri posseduti. Morti decisamente raccapriccianti. Il regista condisce abbondantemente la propria opera, non lesinando anche primi piani che costringono lo spettatore a immergersi nella putrescenza rappresentata. Questa cifra marca fortemente il film. Lo connatura e restituisce una visione molto più organica della mummia stessa. Lo spirito consuma la carne e porta la possessione su un piano visivamente molto impattante.

È uno schema – ancora una volta – molto ricorrente nei racconti di possessione. L’entità invadente non solo si annida nello spirito della persona che possiede, ma ne consuma anche il corpo. Questa cifra stilistica viene esasperata con l’incedere del film, regalandoci anche alcune scene dal fortissimo impatto. La morte della nonna – ad esempio – è abbastanza potente, così come il passaggio in cui la Katie posseduta si strappa gli strati di pelle per liberarsi dal rituale di contenimento.


La cifra horror de La mummia funziona benissimo. È sicuramente l’elemento più riuscito dell’intero film. Il racconto trasmette tensione e soprattutto repulsione. Tramite i tanti elementi respingenti – sangue, putrefazione, insetti – ma anche con meccanismi narrativi meno splatter come qualche jumpscare e stacchi di suono e immagine improvvisi. La svolta horror è stata sicuramente l’elemento su cui Cronin ha puntato di più, sacrificando come abbiamo visto tutta l’eredità del franchise (qui trovate 10 curiosità su di esso), ma anche in parte lo sviluppo narrativo vero e proprio.

L'assassinio della nonna ne La Mummia
Credits: Warner Bros

La mummia è un racconto un po’ incompiuto

Il film tiene incollato più che altro per la tensione e la repulsione che provoca. Lo sviluppo narrativo invece mostra alcune criticità che lo relegano a uno stato d’incompiutezza. Pesa – sappiamo che corriamo il rischio di ripeterci ma è così – l’assenza di un forte background. Purtroppo questo è un difetto forte del film e incide a più livelli. Un lavoro più profondo sulla tradizione egizia avrebbe fornito al racconto un base molto più solida su cui svilupparsi. Così invece abbiamo questo spirito – che resta abbastanza indefinito – e una lotta per scacciarlo. Tutto qui.

Senza background alcuni sviluppi risultano un po’ troppo meccanici. Cronin si rifà sostanzialmente alle storie di possessione e ne riprende gli schemi, realizzando un racconto abbastanza canonico che si distingue solo grazie al ricorso allo splatter di cui abbiamo parlato sopra. Manca una struttura solida che sorregga l’intero impianto narrativo. Gli sviluppi sono sempre abbastanza prevedibili – sin da subito con la scomparsa della piccola protagonista – e la storia nel suo complesso trasmette una sensazione d’incompiutezza, perché di storie di possessione ne abbiamo viste a bizzeffe, mentre sarebbe stato interesse connaturare la possessione con il suggestivo patrimonio storico-mitologico dell’Antico Egitto.


Tirando le somme La mummia di Lee Cronin somiglia molto a un’occasione persa. Le intenzioni erano anche molto buone, ma questa svolta horror poteva essere condotta in maniera più efficace. Pesa tantissimo lo stacco troppo evidente con la tradizione. E non è solo un discorso di aspettative – come si diceva in fase d’introduzione – ma è il racconto in sé che avrebbe avuto bisogno di un background molto più forte. Poi certamente siamo di fronte a un film che si fa assolutamente guardare – soprattutto al cinema – e che strappa una solida sufficienza. Ci aspettavamo di più, però, da un’operazione che possedeva potenzialità molto più elevate di quanto ha poi effettivamente messo in mostra.

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