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Beef – La Recensione della seconda stagione: Netflix non ha vinto la scommessa

Beef - Lo scontro
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Ci sono serie che nascono con un’identità così precisa da sembrare, fin da subito, difficili da replicare. Non tanto per la complessità della loro struttura, quanto per quell’equilibrio sottile tra forma e contenuto che le rende uniche. Beef – Lo scontro apparteneva esattamente a questa categoria. La prima stagione aveva trovato una voce riconoscibile, capace di trasformare un conflitto minimo in un’esplorazione feroce e lucidissima delle fragilità contemporanee. Un racconto compatto, quasi autosufficiente, che proprio nella sua natura “chiusa” trovava la sua forza. Eppure, come spesso accade nel panorama seriale odierno, il successo non basta mai a sé stesso. Va replicato, ampliato, possibilmente superato. È da qui che nasce questa seconda stagione: dal tentativo di espandere un universo narrativo che, forse, non aveva realmente bisogno di farlo. Un’operazione comprensibile, persino inevitabile, ma che porta con sé un rischio evidente: quello di perdere coesione, di sacrificare profondità in favore dell’ampiezza. Ed è proprio su questo fragile equilibrio che si gioca, nel bene e nel male, il ritorno di Beef. La nostra Recensione.

Beef – Lo scontro ha provato ad allargare i propri orizzonti senza però distaccarsi da una forma che, in questo caso, risulta troppo forzata

Austin e Ashley interpretati da Charles Menlton e Cailee Spaeny
credits: Netflix

C’è una qualità, in Beef – Lo scontro, che più di ogni altra continua a definire la sua identità: la capacità di partire da un’esplosione minima — un attrito, un dettaglio apparentemente insignificante — per provare a raccontare qualcosa di molto più ampio. La prima stagione lo faceva con una precisione quasi chirurgica, trasformando un banale episodio di rabbia stradale in una spirale emotiva capace di travolgere tutto. Questa seconda stagione, invece, riparte dallo stesso principio, ma sceglie di allargare il campo, di moltiplicare i punti di vista, di alzare la posta. Il risultato è più ambizioso, questo gli va riconosciuto, ma anche più fragile. Non è tanto ciò che racconta a cambiare davvero, quanto il modo in cui prova a farlo. Spostandosi in un esclusivo country club di Montecito, la serie abbandona la dimensione più intima del primo capitolo per immergersi in un microcosmo elitario, quasi sospeso, dove ogni gesto è filtrato dalla necessità di apparire.


Un ambiente perfetto, sulla carta, per continuare a scavare sotto la superficie. Una serie di dinamiche che strizzano l’occhio al ben più fortunato The White Lotus. Eppure, qualcosa si incrina. Perché se prima Beef riusciva a far collidere interiorità e contesto con naturalezza, qui sembra spesso limitarsi a osservarli, senza affondare davvero il colpo. La nuova stagione costruisce la sua narrazione attorno a tre coppie: tre stadi diversi della vita sentimentale e sociale. Da una parte Josh e Lindsay, intrappolati in un matrimonio che vive di apparenze e ambizioni; dall’altra Austin e Ashley, giovani e precari, sospesi tra speranza e paura. Infine Mrs. Park e il Dr. Kim, incarnazione di un potere ormai stanco, quasi terminale. Tre livelli distinti, ma uniti da una stessa tensione sotterranea: l’infelicità. Non quella urlata, evidente, ma quella che si insinua nei silenzi, nei compromessi e nelle piccole menzogne quotidiane.

Se c’è un merito che la serie mantiene intatto è proprio nella scrittura delle dinamiche relazionali

Lindsay e Josh interpretati da Carey Mulligan e Oscar Isaac
credits: Netflix

Un tipo di scrittura che osserva, analizza, ma raramente giudica. Eppure, a differenza della prima stagione, qui manca qualcosa. Manca quella capacità di trasformare il disagio in motore narrativo, di rendere il conflitto inevitabile. Tutto resta, per lunghi tratti, in una zona di stasi. Come se i personaggi stessi fossero consapevoli di essere intrappolati, ma incapaci — o forse non abbastanza motivati — a uscirne davvero. Il problema non è nemmeno nella quantità di temi affrontati. Infelicità matrimoniale, sogno americano, divario sociale, violenza domestica: la serie mette sul tavolo un materiale ricchissimo. Ma lo fa senza gerarchie, senza una vera urgenza narrativa. Il risultato è un racconto che si disperde, che fatica a trovare un centro. E allora interviene l’elemento crime, quasi come un correttivo, un tentativo di scuotere una struttura altrimenti troppo immobile. Ma anche questo finisce per sembrare un espediente più che una necessità.

Eppure, nonostante tutto, Beef riesce ancora a trattenere lo spettatore. Non tanto per quello che accade, ma per quello che potrebbe accadere. È una tensione latente, che si accumula episodio dopo episodio e che trova sfogo solo nel finale, quando finalmente la serie sembra ricordarsi di sé stessa. È lì che torna quella sensazione di inevitabilità, quella collisione tra i personaggi e le loro scelte che aveva reso il primo capitolo così incisivo. Ma cosa resta davvero di questa seconda stagione? Resta, soprattutto, una riflessione sulle relazioni come strutture fragili, costruite su equilibri precari. Le tre coppie raccontano fasi diverse dello stesso ciclo: l’illusione, la disillusione e, infine, la resa. E in mezzo c’è sempre quella ricerca spasmodica di qualcosa in più — uno status, un riconoscimento, un gradino sociale — che però non arriva mai a colmare il vuoto. Anzi, lo amplifica.


Ancora una volta la vera forza motrice di Beef è rappresentata dal cast, ma questo non basta a regalare a Netflix la propria The White Lotus

Josh e Lindsay in Beef 2
credits: Netflix

Il cast, da questo punto di vista, è impeccabile. Le interpretazioni riescono a restituire tutta la complessità di personaggi volutamente respingenti, difficili da amare, spesso impossibili da comprendere fino in fondo. Ed è forse proprio qui che la serie gioca la sua partita più rischiosa: chiedere allo spettatore di restare, di osservare, senza offrirgli un vero appiglio emotivo. La sensazione finale è quella di un racconto consapevole della propria ambizione, ma meno lucido nell’esecuzione. Più grande, sì. Ma anche più dispersivo. Beef prova ad alzare lo sguardo, ma finisce per perdere parte della sua precisione. E allora resta una domanda, sospesa, inevitabile: quanto conta davvero ampliare l’orizzonte, se poi si smarrisce la profondità? Forse è proprio qui che si gioca il futuro della serie. Non nella capacità di raccontare di più, ma in quella — molto più complessa — di tornare a raccontare meglio.

La prima stagione di Beef, per quanto ancora acerba sotto molti punti di vista, aveva trovato uno status, una propria originalità ben distinta. Sul lato interpretativo nella prima stagione si era sfiorata la perfezione assoluta, e anche questo secondo capitolo è stato all’altezza. Ma tutto si è sgretolato nell’eccesso. Sicuramente troppa carne al fuoco e troppo compiacimento stilistico, oltre a un sacrificabile sviluppo crime gestito in modo del tutto inappropriato. Sul finale, poi, Beef porta l’eccesso a un livello quasi estremo. Nel momento in cui gli interrogativi seminati lungo il percorso avrebbero dovuto trovare una risposta concreta, tutto si risolve in modo frettoloso. Dall’epilogo nessun personaggio trae un beneficio assoluto. Gli archi narrativi, seppur restino la cosa migliore di questa seconda stagione, non arrivano dove avrebbero potuto. Con Beef – Lo scontro Netflix ha fatto una scelta per certi versi comprensibile ma del tutto azzardata. Il risultato ribadisce un concetto che ormai conosciamo a mena dito: a volte – o meglio, quasi sempre – bisognerebbe fermarsi in tempo piuttosto che rischiare di rovinare tutto.