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Intensa, disturbante e attuale: la Recensione di Unchosen, il nuovo drama psicologico di Netflix

Unchosen

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Unchosen.

“Il vero pericolo è fuori o dentro la comunità stessa?”

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È da questa domanda che prende forma Unchosen, una serie che si muove sul filo sottile tra protezione e prigionia, tra fede e controllo, tra identità individuale e appartenenza collettiva.

Unchosen è un drama psicologico ambientato all’interno di una comunità religiosa chiusa, apparentemente pacifica, ma regolata da norme rigide e da una gerarchia opaca. Fin dalle prime puntate emerge un senso costante di inquietudine: ciò che viene presentato come rifugio si rivela progressivamente una struttura coercitiva, in cui ogni scelta personale è filtrata da un’autorità superiore. La serie gioca molto sull’ambiguità morale: non esistono veri buoni o cattivi assoluti, ma individui plasmati da un sistema che li sovrasta.


Credits: Double Dutch Productions

Unchosen segue la storia di Adam, Rosie e Sam, le cui vite si intrecciano all’interno della comunità.

Adam è un giovane uomo, cresciuto secondo i rigidi dettami del gruppo, che inizia a mettere in discussione le regole quando scopre incongruenze nel comportamento dei leader spirituali. Parallelamente Rosie, una giovane donna destinata a un ruolo prestabilito: matrimonio, maternità e totale devozione, comincia a percepire il peso di una vita già scritta per lei. Sam rappresenta invece uno sguardo più esterno: un uomo che diventa progressivamente un elemento destabilizzante.

La tensione narrativa cresce episodio dopo episodio: piccoli dubbi si trasformano in sospetti, i sospetti in ribellione. Emergono segreti legati alla gestione del potere, manipolazioni psicologiche e forme di controllo che vanno ben oltre la semplice disciplina religiosa. Il culmine arriva quando i protagonisti si trovano davanti a una scelta radicale: restare e accettare il sistema o fuggire, pagando però un prezzo altissimo, sia emotivo che concreto. Il finale, volutamente amaro, non offre soluzioni consolatorie, ma lascia lo spettatore con un senso di inquietudine e riflessione.

Entrare davvero nel cuore di Unchosen significa soffermarsi sui suoi tre protagonisti.

È attraverso le loro crepe interiori che la serie costruisce il proprio discorso su identità, controllo e libertà.


Adam è il personaggio che più chiaramente incarna il conflitto tra appartenenza e dubbio. All’inizio della serie è profondamente integrato nella comunità: non solo ne accetta le regole, ma le considera necessarie, giuste, persino rassicuranti. La fede, per lui, non è solo religione, è struttura mentale, è ordine nel caos. Il suo percorso è quello della frattura progressiva. Non c’è un singolo evento che lo trasforma, ma una serie di micro-incrinature: contraddizioni nei discorsi dei leader, comportamenti ambigui, punizioni sproporzionate. Ogni elemento scava lentamente, creando una dissonanza sempre più difficile da ignorare.

Psicologicamente, Adam vive un conflitto devastante: mettere in discussione la comunità significa mettere in discussione sé stesso.

La sua identità è stata costruita interamente su quel sistema; quindi, il dubbio non è solo intellettuale, ma esistenziale. È interessante notare come la serie non lo trasformi mai in un ribelle: Adam resta esitante, spesso contraddittorio, a tratti persino codardo. Ed è proprio questa imperfezione a renderlo credibile. La sua evoluzione non è lineare, ma fatta di passi avanti e regressioni, proprio come accade nella realtà.


Unchosen
Credits: Netflix

In Unchosen, Rosie rappresenta il volto più silenzioso e, per certi versi, più doloroso dell’oppressione. A differenza di Adam, lei non ha mai davvero avuto la possibilità di scegliere: il suo ruolo è stato definito fin dall’infanzia. Moglie, madre, devota. Non un individuo, ma una funzione. La sua psicologia è costruita sull’interiorizzazione delle regole. Rosie non subisce semplicemente il sistema: lo ha assorbito al punto da considerarlo naturale. Questo rende il suo percorso molto più sottile e complesso, perché il cambiamento non parte da una ribellione esplicita, ma da un disagio indefinito, quasi inconfessabile.

I momenti più forti del suo arco narrativo sono proprio quelli in cui non accade nulla di eclatante: uno sguardo trattenuto, un’esitazione, una scelta minima che però va contro ciò che le è stato insegnato. Ogni piccolo gesto diventa un atto di resistenza. Rosie vive anche un conflitto profondamente corporeo: il suo corpo è uno dei principali strumenti di controllo della comunità. La sua emancipazione passa quindi anche attraverso una riappropriazione fisica di sé, non solo mentale. Il suo percorso è meno visibile rispetto a quello di Adam, ma forse ancora più radicale: perché implica smantellare un’identità che non ha mai scelto.

Sam è il personaggio che più si avvicina alla figura dell’osservatore critico.

Fin da subito appare meno immerso nel sistema rispetto agli altri due: vede le contraddizioni, percepisce le ingiustizie, intuisce i meccanismi di controllo. Ma questa lucidità ha un prezzo altissimo: l’isolamento. Sam non appartiene davvero alla comunità, ma non appartiene neanche al mondo esterno. È sospeso in una terra di mezzo che lo rende profondamente solo.


A livello psicologico, il suo conflitto non è tanto tra fede e dubbio, quanto tra azione e paura. Sa cosa non va, ma agire significa esporsi, rischiare, perdere quel poco di stabilità che ha.  Sam è anche il catalizzatore degli altri due: spesso è la sua presenza a innescare le domande di Adam o a mettere Rosie di fronte a possibilità che non aveva mai considerato. La sua evoluzione è meno evidente, ma fondamentale: rappresenta la consapevolezza che non basta vedere il problema per riuscire a liberarsene.

Ciò che rende questi personaggi davvero efficaci all’interno della narrazione di Unchosen è il modo in cui le loro psicologie si intrecciano. Insieme creano una triangolazione narrativa in cui ogni punto riflette e amplifica gli altri. Nessuno di loro, da solo, riuscirebbe a sostenere il peso della storia, ma insieme costruiscono un ritratto complesso e credibile di cosa significhi vivere, e tentare di uscire, da un sistema chiuso.

Tra i personaggi secondari spicca Miriam, uno dei più riusciti dell’intera serie.

Miriam incarna il passaggio dalla sottomissione alla libertà in modo estremamente umano: non è una ribellione improvvisa, ma un processo fatto di piccole scelte, esitazioni e ricadute. Il suo percorso mostra quanto sia difficile spezzare schemi interiorizzati per anni.


Uno degli elementi più sorprendenti è la performance di Asa Butterfield, noto per il ruolo di Otis in Sex Education. In Unchosen riesce a distaccarsi completamente da quell’immagine: la sua interpretazione è più trattenuta, intensa e stratificata, segno di una notevole crescita artistica. Le interpretazioni, in generale, sono solide. Il “cattivo” è costruito con grande intelligenza: mai completamente esplicito, sempre ambiguo. Questo lo rende più realistico e inquietante, evitando il cliché del villain monodimensionale.

La regia lavora in modo efficace sulla tensione continua: non ci sono grandi esplosioni narrative, ma un costante senso di pressione che non abbandona mai lo spettatore.

Dal punto di vista visivo, domina una palette blu fredda, quasi anestetizzante, che crea un contrasto netto con la violenza emotiva delle situazioni. Le scelte di fotografia, molti primi piani e pochi spazi aperti, generano un effetto claustrofobico: lo spettatore si sente intrappolato insieme ai personaggi, come membro della comunità stessa.

È vero che alcuni episodi risultano leggermente più lenti, ma la serie riesce comunque a mantenere alta l’attenzione grazie alla tensione psicologica costante. Nel complesso, Unchosen è una serie perfetta per il binge watching: ogni episodio spinge naturalmente verso il successivo. Va anche sottolineato che i contenuti sono forti, soprattutto perché la serie si ispira a dinamiche reali, come dichiarato fin dalle prime puntate.

Il paragone con Unorthodox è inevitabile. Entrambe le serie raccontano la fuga da comunità religiose chiuse, ma scelgono strade emotive e stilistiche molto diverse. In Unorthodox, tutto ruota attorno a un’esperienza profondamente individuale. La storia segue una protagonista che fugge da una comunità rigidamente strutturata, ma ciò che colpisce è il modo in cui il racconto si concentra quasi esclusivamente sul suo mondo interiore. La comunità esiste, è oppressiva, ma resta spesso sullo sfondo: è una presenza che si avverte più che vedersi, un sistema che pesa sulla protagonista anche quando non è fisicamente presente. Il cuore della serie è il processo di scoperta personale.

Unchosen, invece, ribalta questa prospettiva.

Qui la comunità non è mai sullo sfondo: è il vero protagonista invisibile. Non seguiamo solo una fuga, ma un’intera rete di relazioni, dinamiche di potere e meccanismi di controllo. Se Unorthodox è il racconto di una liberazione, Unchosen è il racconto di un sistema che resiste alla liberazione. La narrazione è più corale, più stratificata, e proprio per questo anche più soffocante.

Le dinamiche raccontate nella serie trovano un riscontro inquietante nella realtà E il parallelismo si estende anche alla distopia di The Handmaid’s Tale, dove il controllo religioso diventa sistema politico totalizzante. Emerge così un tema comune: quando la fede viene usata come strumento di potere, il confine tra protezione e oppressione scompare.

Unchosen è una serie intensa, disturbante e profondamente attuale. Non offre risposte facili, ma costringe a porsi domande scomode su libertà, identità e appartenenza. E alla fine, quella domanda iniziale continua a risuonare: “il vero pericolo è davvero fuori o è sempre stato dentro?”.

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