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Le donne di Pose sono più forti dello sguardo altrui

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Essere donne transgender comporta avere costantemente, necessariamente a che fare con lo sguardo altrui. Significa infatti attirare sguardi indesiderati, ma anche cercare di sfuggirvi, significa sentirsi obbligate a nascondersi, vedere il proprio corpo costantemente oggettivato, sessualizzato, spesso deriso. Pose, nel suo ritratto doloroso eppure sfavillante della cultura ballroom, rappresenta una rivoluzione. Nessuna serie tv e nessun film prima di Pose avevano avuto lo stesso coraggio, la stessa potenza nel raccontare la sofferenza e la complessità dell’esperienza di vita delle donne transgender, ma soprattutto di farlo attraverso uno sguardo nuovo: quello delle stesse protagoniste, che di solito degli sguardi sono solo oggetto.

L’atto rivoluzionario di Pose è stato proprio questo, quello di permettere a Blanca, Angel, Elektra, Candy e Lulu di riappropriarsi di uno sguardo che a lungo era stato loro sottratto, di diventare protagoniste e non comparse, soggetti e non oggetti. È una prospettiva inesplorata, che la serie FX (qui trovate i motivi per cui dovreste guardarla) amplifica e porta in superficie, che viene rafforzata dalla scelta di ambientare la storia nella New York di fine anni Ottanta, flagellata dall’AIDS, nel momento in cui lo stigma nei confronti della comunità LGBTQ+ stava raggiungendo il suo apice.

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L’accademica afroamericana bell hooks ha dedicato una parte importante della sua produzione al ruolo dello sguardo nella rappresentazione delle minoranze tanto in letteratura quanto, soprattutto, sullo schermo. hooks, a partire ma non limitandosi alla sua esperienza personale di spettatrice e di donna afroamericana, riconosce come le donne nere siano state a lungo quasi esclusivamente rappresentate come poco più che oggetti sessuali, come il negativo sia delle donne bianche che degli uomini afroamericani. Per decenni le spettatrici nere hanno dovuto sospendere la loro connessione con le loro controparti sullo schermo, rinunciare alla loro identità, al loro specifico sguardo critico, per potere ricavare dalla visione di film e serie tv anche solo una piccola via di fuga dalla realtà, per potersi godere un’ora di svago che le allontanasse dalla dura vita quotidiana.

Se questa costante oggettivazione, questa sessualizzazione, questo essere oggetti e mai soggetti sono stati per decenni il solo modo in cui le donne afroamericane si sono potute vedere rappresentate, la situazione risulta per le donne nere transgender ancora più drammatica. Ed è qui che interviene Pose in tutta la sua carica innovativa.

Pose non fa mai mistero del fatto che le sue protagoniste debbano quotidianamente sottostare allo sguardo altrui, né nasconde che spesso l’unico modo per procurarsi da vivere sia per loro fare affidamento proprio sull’essere guardate, toccate, rese un gioco nelle mani di chi le osserva. È il caso di Elektra, che per avere un tetto sopra la testa è costretta a essere il giocattolo di un uomo facoltoso che la tratta al pari di una bambola, di Candy che arriva a essere uccisa perché qualcuno non sopportava di averla guardata troppo a lungo, di Angel che si prostituisce o danza dietro una vetrina per portare a casa da mangiare. Le professioni delle donne di Pose non vengono romanticizzate, tutto ciò che sono viene sempre sottolineato sullo schermo.

Tuttavia, Pose porta in televisione un rovesciamento di prospettive, che integra la visione dominante per poi sviscerarla, per rinnegarla, per ridurla a una voce flebile in un coro festante.

Quello che Pose fa di rivoluzionario è dare la possibilità alle sue protagoniste di guardare, di rispondere agli sguardi altrui, di essere finalmente padrone del modo in cui vengono rappresentate.

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Entriamo nella vita di Blanca e delle altre per arrivare a comprendere la disperazione e insieme la forza che contraddistingue queste donne, che sono al fondo della scala sociale eppure nemmeno per un istante accettano di essere passive spettatrici in un’esistenza ai margini. Le donne di Pose sono più forti di coloro che le vorrebbero ridurre a oggetti, sono più forti di chi le squadra per poi buttarle via una volta esaurita la loro utilità. Sono donne che imparano a proprie spese quanto degradante sia non essere viste come esseri umani, essere considerate fenomeni da baraccone, veicolo di malattia, creature dimenticate da Dio. Eppure loro sono più forti.

Con delicata prepotenza le donne di Pose si impongono come padrone del loro destino, narratrici della loro storia. Attraverso la morte, la derisione, l’odio, le delusioni, loro trovano spazio per l’amore. Trovare la capacità di amare, di essere amate, di scegliere come voler essere viste è una scelta che le protagoniste di Pose non possono non fare, una fatica straordinaria che rivela la loro immensa voglia di vivere la vita che hanno scelto fino in fondo.

“How lucky are we? We create ourselves”

– Lulu Ferocity

In questa frase pronunciata da Lulu è racchiusa l’essenza rivoluzionaria di Pose, la forza espressiva che le sue protagoniste incarnano. Il desiderio di crearsi, di non sottostare più allo sguardo altrui. La necessità profonda di definire se stesse, di tendere la mano alla vita, di diventare protagoniste. Creare se stesse vuol dire creare la propria strada, significa farsi soggetto, imporre il proprio sguardo come degno di considerazione. Blanca, Angel, Elektra, Candy e Lulu riescono nell’impresa e sovvertono ogni prospettiva, ogni gerarchia. Le donne di Pose sono più forti dello sguardo altrui perché sanno che al mondo esistono molti più modi di guardare la vita e che nessun altro ha il diritto di dire loro come dovrebbero essere, né può decidere per loro come e se debbano vivere la loro esistenza liberamente.

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Scritto da Chiara Bresciani

Divoratrice di storie e aspirante Rory Gilmore.
Nella vita a volte guardo serie tv e a volte leggo, se mi avanza tempo studio politica e media. Mi piace dare la mia opinione quando è richiesta, ancora di più quando non lo è.

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