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Una falsa recensione di Peccato, il geniale mockumentary di Emanuela Fanelli

Peccato è una delle migliori serie tv su HBO Max dell'ultimo periodo

Attenzione: sono presenti spoiler sulle prime due puntate di Peccato.

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Che meraviglia, Peccato! E quanto è bello vedere una serie italiana come questa, nel momento in cui la reiterazione scientifica dei codici sembra essere sempre la strada maestra per arrivare al successo, convincere la critica passando per una scorciatoia e coinvolgere un pubblico quanto più ampio possibile.

Questo è l’attacco ideale per un articolo celebrativo che elogia la nuova serie italiana di HBO Max e consacra, soprattutto, il talento di Emanuela Fanelli, una di quelle autrici di cui si sente un gran bisogno nel tempo degli algoritmi. Perché gli algoritmi li spezza, prendendo una strada tutta sua. Un’autonomia creativa cristallina che reinterpreta con grande personalità una comicità periferica, sulla carta buona solo per certi target di pubblico, e riesce nella rara impresa di essere, allo stesso tempo, molto popolare.

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Se chiudessi qui il pezzo, magari integrandolo prima dell’ultimo punto con una breve rassegna delle peculiarità comiche di Fanelli, la sottolineatura dello splendido lavoro fatto dai co-autori Valerio Vestoso (anche regista della serie) e Giulio Somazzi, oltre a un elogio del notevole contributo delle guest star particolarmente autoironiche che si sono cimentate con un gioco narrativo fuori dagli schemi abituali, correrei il rischio di creare un corto circuito.

Peccato, d’altronde, dissacra l’autocelebrazione e restituisce un senso concreto al concetto di mockumentary.

Non più una mera cornice che si riduce a pretesto da corredare in qualche modo con una gag nell’ultima puntata, ma il vero e proprio cuore narrativo ed espressivo dell’intero racconto.

Il paradosso è tutto qui: Peccato costruisce una menzogna elaboratissima per raccontare qualcosa di autentico. Il linguaggio del documentario, che dovrebbe certificare la realtà, diventa lo strumento ideale per deformarla fino a renderla grottesca. Più la deformazione si fa assurda, più diventa riconoscibile il mondo che vorrebbe rappresentare.

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Peccato si affida così al falso plausibile per confondere le acque e arrivare a una verità. Quella dell’autrice, sì, ma ampiamente condivisibile.

Visto che ci sono, potrei pure evocare lo spettro immaginifico di Boris, sempre buono in queste occasioni: quando una stella brilla in cielo con quella luminosità, tutto ciò che viene dopo finisce inevitabilmente per doversi confrontare con essa. E cosa dire dei sempreverdi Monty Python?

Fa persino sorridere l’idea che una delle critiche più frequenti avanzate nei confronti di Peccato negli ultimi giorni riguardi la gestione dei tempi comici: non una comicità veloce e ritmata con tagli di montaggio serrati che si concretizzano in un approccio più immediato, ma un metodo che i tempi li dilata, talvolta, fino all’esasperazione. Per qualcuno è un limite, per me è un merito enorme: è in quegli spazi anticlimatici che Fanelli riesce a dare il meglio di sé, e in fondo faceva altrettanto la storica compagnia britannica cinquant’anni fa.

Peccato trascina lo spettatore in un territorio in cui l’imbarazzo si confonde con l’assurdo. Il silenzio alimenta la comicità, e l’attesa di una conclusione trascinata finisce per diventare, essa stessa, parte della battuta.

Personalmente, ho amato la lunga e disturbante reazione alla “morte” di Solenghi quanto la morte stessa, del tutto inattesa.

Fanelli fa tutto questo a modo suo, ricordandoci che può esistere sempre un sentiero inesplorato da affrontare quando si lascia andare la creatività con cognizione di causa.

No, no. Nonnorononnono! Mai mi arrenderò all’idea di aver visto proprio tutto.

Peccato, nuova Serie Tv HBO Max
Credits: HBO Max

No, allora: non lo farò. Sarebbero confronti impropri, seppure inevitabili in un pantheon della comicità che ci ha portato a guardare una delle migliori serie tv italiane degli ultimi anni.

È più affine, in questo senso, ritrovare alcuni dei semi di Peccato all’interno della carriera della stessa Fanelli: dalle maschere di Una pezza di Lundini alla dilagante rivisitazione di se stessa nelle due stagioni di Call My Agent – Italia, Peccato trova lì alcuni prodromi che rendono meglio l’idea. Anche se il vero prodromo, a dirla tutta, è il David di Donatello vinto realmente da Fanelli nel 2023: è lì che è entrata una volta per tutte nel famigerato “circoletto”?

Boh, non lo so. Non so nemmeno se questo “circoletto” esista davvero o non sia altro che una leggenda metropolitana, ma attraverso l’ingresso in scena di critici, addetti ai lavori e artisti del mondo dello spettacolo Fanelli satireggia parecchio anche in questo senso.

Nel dubbio, facciamo che esiste sul serio, ma nel contesto giusto sa prendersi in giro con un po’ di sacrosanta autoironia.

Peccato non osserva il mondo dello spettacolo da una distanza rassicurante, ma lo invita a partecipare alla propria caricatura. I personaggi reali diventano complici di una finzione che li prende di mira in un gioco meta in cui diventa persino superfluo distinguere la realtà dalla fantasia. Una realtà in cui mi viene da pensare che Emanuela Fanelli possa condurre davvero Striscia la Notizia con Paola Cortellesi. O forse l’hanno già fatto. Ma non era La Ruota della Fortuna?

Vabbè, anche per questo Peccato mi sta piacendo fin troppo. E non mi dispiace affatto non avere l’opportunità di utilizzare il titolo per un gioco di parole da burloni. L’unico vero peccato, in tal senso, è non darle un’opportunità…

… lo so, lo so: mi ero ripromesso di non esagerare con le celebrazioni, ma forse non ci sono ancora.

So anche che a questo punto potrei evidenziare come sia servita una piattaforma come HBO Max per dare spazio al talento di Fanelli con un approccio tanto coraggioso e irriverente. Ed è giusto, in effetti, sottolineare come Peccato si inserisca bene all’interno del percorso audace e innovativo di HBO e HBO Max nel panorama comedy contemporaneo: non penso sarebbe stata l’unica casa possibile per un progetto come questo, se ripenso ai lavori di Lundini su Raidue e RaiPlay o al fatto che Call My Agent – Italia stia benissimo all’interno dei palinsesti di Sky, ma è innegabile che HBO, appena sbarcata in Italia senza avere la minima voglia di essere “una delle tante”, si sia rivelata perfetta per assecondare una serie come questa.

Mi piacerebbe pensare quindi che Peccato, un unicum che nasce come tale ed è giusto che rimanga tale, possa però ricordarci quanto possa essere bello lasciar libero un autore di esprimersi al meglio, senza farsi spaventare oltremisura da un possibile buco nell’acqua.

Peccato
Credits: HBO Max

Per intenderci: se Peccato dovesse andare bene o molto bene come auspico, se non addirittura straordinariamente bene, non vorrei poi ritrovarmi con una sequenza di eredi che cerchino di replicarne le formule dell’eventuale successo. Di talento, in giro, ce n’è fin troppo per dar vita a pallidi tentativi di simulazione o addirittura imitazione.

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Continuo? Ci sarebbe tanto materiale per una recensione più tradizionale che dovrebbe ampliare i discorsi su una certa rigidità di un certo mondo dello spettacolo italiano, non sempre avvezzo al riconoscimento dei propri limiti e non sempre efficace quando deve parlare di sé con un linguaggio alternativo, ma allora dovrei tornare a Boris. Poi dovrei tornare a Fanelli e alla sua capacità di essere “alta” e “popolare” allo stesso tempo, con un approccio surreale raffinato che può essere apprezzato un po’ da tutti.

Il suo è un compromesso riuscito tra una comicità intelligente e sottile che si poggia all’immediatezza solo all’interno di una costruzione molto articolata, scommettendo sull’attenzione dello spettatore e sulla sua volontà di avventurarsi in qualcosa di nuovo.

E sì: l’ho celebrata ancora. Ma ormai ci sono: è andata così. L’ho fatto davvero. E questa non è manco più la recensione che speravate di leggere per convincervi a iniziarla o analizzare meglio quello che spero abbiate già visto finora.

No, no. Nonnorononnono! Questa è la falsa recensione dell’ennesimo mitomane che Fanelli prenderebbe in giro meglio di chiunque altro.

Volendo fare ancora più lo splendido, una mockureview che (forse) un’IA non saprà mai scrivere al posto mio.

E allora niente, ho un’idea: guardatevela, Peccato. Immergetevi nel suo strano e incalzante flow comico. Lasciatevi andare alle risate e godetevi le ossessioni di Ozpetek per il fotovoltaico, Cortellesi al Quirinale, la dipartita grottesca di Tullio Solenghi e tutto quello che non ho ancora visto perché non ho potuto guardarla tutta in anteprima. Vedeteci tutto quello che potreste vedere, senza prenderla troppo sul serio. O forse sì, se preferite: c’è tutto il margine per farlo.

Quanto a me, a questo punto sogno di finire dentro un’eventuale seconda stagione con un’ampia cerchia di critici che promettono di non esagerare con le celebrazioni e finiscono per auspicare l’agiografia di una delle più divertenti autrici italiane in circolazione. Per ora, almeno.

Forse c’è ancora domani.

Fino al prossimo scandalo, almeno.

Antonio Casu