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L’evoluzione narrativa in Narcos: da Pablo al Signore dei Cieli

  • Luca Fenu 
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Di recente Netflix ha distribuito l’ultima stagione di Narcos: Mexico, lo spin-off di Narcos che si svolge contemporaneamente ai fatti narrati nell’acclamata serie. Il complessivo universo Narcos è composto da sei stagioni (tre ambientate in Colombia e tre in Messico) e molti personaggi, quasi tutti quelli principali, appaiono in entrambe le serie. Ma è evidente, guardando per intero le due serie, che le differenze narrative siano parecchie. A partire, banalmente, dal cast. In questo articolo vi proponiamo un’analisi panoramica dei principali cambiamenti durante l’arco narrativo delle varie stagioni.

L’articolo contiene SPOILER

Narcos: i personaggi principali, dalla Colombia al Messico

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Sostanzialmente la narrazione basa tutto sui personaggi principali, scandendo la divisione su di loro. Nelle prime due stagioni il protagonista indiscusso, autentico mattatore di scena, è Pablo Escobar, il più famoso narcotrafficante di tutti i tempi. Nella terza stagione l’attenzione si sposta, in seguito alla morte di Escobar e alla consequenziale caduta del cartello di Medellin, sui cosiddetti gentiluomini di Cali, i signori della droga Miguel e Gilberto Rodiriguez, accompagnati dai fedeli Pacho Herrera e Chepe Santacruz, ovvero i rappresentanti del rivale cartello di Cali, che fino alla morte di Pablo divideva con questi le rotte americane. In Narcos: Mexico si fa un bel passo indietro, andando a focalizzarsi sulla complessa gerarchia del narcotraffico messicano partendo dalle origini, quando Miguel Angel Felix Gallardo, ex poliziotto corrotto messicano, ha cominciato a coltivare marijuana, espandendo pian piano il business e legandosi ai cartelli colombiani. Dopo l’arresto di Felix la narrazione, analogamente a quanto accaduto tra Medellin e Cali, diviene collettiva, in quanto ci si va a concentrare sui restanti padrini dei cartelli messicani di Tijuana, Juarez e Sinaloa, ovvero in ordine gli Arrellano-Felix, Amado Carrillo Fuentes, il Signore dei Cieli, e un giovane Joaquin Guzman, comunemente noto ai posteri come El Chapo.
Ciò che accade in termini di protagonismo è abbastanza speculare, ma tra le due “versioni” (chiamiamole così per comodità), le differenze sono parecchie.

Narcos: la forte personalità dei colombiani

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Da un lato, quello di Narcos, ciò a cui si assiste è lo svisceramento del culto della personalità di Pablo Escobar, che da solo vale il prezzo del biglietto. La narrazione nelle prime due stagioni è molto più romantica e romanzata che nel resto della serie. Questo perché il punto di forza, e il motivo per cui tutti hanno cominciato a seguire la serie (insieme ad altri aspetti molto accattivanti), è appunto il personaggio magistralmente interpretato da Wagner Moura, stesso motivo per cui in seguito alla sua cattura e morte gran parte dei fan ha abbandonato la visione. Da Cali in poi si assiste a una svolta (che diviene ancor più evidente in Messico, ma ci arriveremo tra poco). Questo perché anche i gentiluomini vengono raccontati mettendo al centro della narrazione la propria particolare personalità, e il punto di forza della serie, orfana di Pablo, è proprio dato dal fatto che quattro protagonisti comunque molto forti, hanno molte più sfaccettature caratteriali da offrire. In Narcos 3 un ulteriore punto di svolta è dato dall’inserimento di un contraltare altrettanto forte. Mentre a contrastare Pablo erano i soli Murphy e Peña (comunque i poliziotti più credibili e convincenti di tutte le stagioni), il cartello di Cali viene smantellato dall’interno, e più in particolare dal personaggio di Jorge Salcedo, capo della sicurezza personale dei padrini che collabora a più riprese con Peña (autentico ponte tra Medellin e Cali) per l’arresto dei Rodriguez.

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Per fare un paragone tra le prime due e la terza del solo Narcos, in sostanza si potrebbe dunque dire che la narrazione, oltre a spostarsi dall’individualismo totalitario di Pablo alla variopinta collettività dei gentiluomini, si arricchisce di una controparte moralmente incorruttibile che fa prendere le parti dei buoni e deboli al pubblico, cosa che era mancata con Pablo, il quale fronteggiava principalmente poliziotti (pur sempre buoni ma meno connotati) e i due agenti della DEA che però, di fatto, “incontra” soltanto nell’ultimo episodio. Il confronto tra bene e male, tra deboli e potenti, è dunque un’arma in più a favore di Cali. La narrazione in generale ha meno aura “magica”, per citare il famoso Realismo nato in Colombia (con il quale si apre la serie), rispetto alle prime due stagioni, in cui spesso e volentieri le cruente scene di violenza erano inframezzate da spaccati di quotidianità del signore della droga per eccellenza, non tanto per dipingerlo come un buono, sia chiaro, quanto in favore dell’aumento di engagement con i fan. Cali invece è molto più diretta. Nel complesso ci sono meno personaggi veramente rilevanti, ci si concentra su una coralità omogenea ma totalmente a sé stante, mentre ogni scagnozzo di Pablo è ben delineato nel ricordo dei fan, in questo caso la coralità sta nello zoccolo duro dei protagonisti.

Narcos: Mexico ha una maggiore complessità narrativa

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Nella prima stagione di Narcos: Mexico ciò che accade è un totale cambio di rotta a livello narrativo. Innanzitutto la storia è narrata e vissuta per gran parte dal punto di vista di Kiki Camarena, l’incorruttibile agente della DEA che grazie alla sua perseveranza riesce ad arrivare fino in fondo alle indagini, tanto da diventare troppo pericoloso per i messicani, che lo rapiscono per interrogarlo e torturarlo, uccidendolo brutalmente. In generale i personaggi che ci vengono presentati hanno, in un certo senso, meno appeal rispetto ai narcos colombiani, principalmente perché il racconto è più mirato ad offrire una panoramica generale sulla complessa gerarchia dei cartelli messicani, e dunque viene dedicato meno tempo all’analisi delle varie personalità. Nelle prime due stagioni l’antagonista per eccellenza è Felix, lo spietato precursore del traffico messicano, ma comunque cominciano fin da subito a delinearsi nuovi protagonisti che prendono il sopravvento soprattutto nel terzo ed ultimo capitolo, ovvero El Chapo e Amado, il Signore dei Cieli, colui che più di tutti ha cambiato le regole del gioco portando il Messico a diventare esportatore per eccellenza e non più solo il tramite che collegava le due Americhe. Dopo la morte di Kiki, a mio avviso, Narcos: Mexico perde molto dal lato dei buoni, un po’ perché si va a ricercare ciò che era accaduto in Colombia, con il personaggio di Walt Breslin (sempre della DEA) che diventa l’unico antagonista del cartello, andando quindi a rinunciare all’azzeccato punto di vista dei più deboli che aveva fatto le fortune dell’ultima stagione di Narcos e della prima ambientata in Messico.

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Breslin è decisamente meno attraente degli indimenticabili Peña e Murphy, ma anche in questo caso la scelta fatta è completamente differente. L’agente della DEA è un eterno perdente, che sembra sempre sul vicino ad arrivare al dunque nelle indagini ma viene puntualmente sconfitto dalla disarmante corruzione della polizia messicana, ed è proprio questo che si vuole far emergere, l’immobilità forzata alla quale il bene è sottoposto, in un paese devastato dalla povertà e dalla malafede del sistema della giustizia.

Nell’ultimo capitolo di Narcos: Mexico vengono aggiunti due elementi narrativi molto interessanti. Il primo è rappresentato dalla giornalista Andrea, ed in generale dalla redazione de La Voz, unico giornale che affronta una propria lotta contro i narcos, senza timore per le conseguenze. D’altro canto viene raccontato anche il punto di vista di Victor, un poliziotto, tipicamente corrotto, che per tutta la stagione affronta i propri demoni decidendo di mettersi sulle tracce di un killer che stupra e uccide giovani donne delle fabbriche, spingendosi fino a collaborare con gli americani pur di trovare il criminale. In quest’ultima stagione la lotta alla corruzione è il motivo portante del racconto, con un finale che lascia lo spettatore affranto, inerme, di fronte ad un male così tanto radicato ed indistruttibile, incurabile.

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