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Master of None non si contraddice mai. Neanche quando parla dell’Italia

Master of None

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla seconda stagione di Master of None

Se viveste negli Stati Uniti e vi definissero un “jack of all trades, master of none” (“capace di tutto, maestro in niente”), dovreste farvi qualche domanda. Ma non potreste sentirvi soli, perché non lo siete affatto. Anche se ingabbiati in un loop. La precarietà è la condizione che accomuna molti di noi: è il male di una generazione senza più riferimenti, in balia della sopravvivenza che non contempla la programmazione. Vince l’istinto, trionfano le incertezze. Ci reinventiamo continuamente, per la paura di trovare un compromesso.

Abbiamo di fronte una pianta carica di frutti succosi, ma non sappiamo quale cogliere. Una campana di vetro, opprimente. Guardate negli occhi i passanti, se vi capiterà di passeggiare tra le strade di New York. Troverete un esercito sterminato di ragazzi alla ricerca di se stessi, incapaci di diventare davvero adulti. In grado di far di tutto, senza eccellere in qualcosa. Oppure fate un giro a Modena, Milano, Roma, Cagliari o chissà dove. Prestate attenzione a ogni dettaglio. Capirete che la nostra Italia, eternamente in bianco e nero, non è poi così diversa.

Master of None

Il manifesto di Master of None è chiarissimo fin dal titolo. Il viaggio di Dev Shah è un’avventura alla scoperta del senso della vita di un giovane indiano newyorkese, alla ricerca disperata di un’identità. Insicuro cronico, ansioso al punto da doversi affidare a Google per ogni sciocchezza (chi non lo fa?). Inaffidabile sul piano sentimentale, terrorizzato dall’idea del matrimonio. Dev sogna una vita senza forma, eppure rassicurante. Liquida, liquefatta. Asseconda l’istinto, in preda agli incubi provocati da una semplicità utopistica. Si contraddice, continuamente. Non sa cosa vuole, scappa.

Questo, in fondo, è anche il manifesto dei nostri tempi. Emerge, con forza, nella prima stagione di Master of None, nella quale è netto e, apparentemente, indissolubile il divario generazionale con i genitori (meritatissimo l’Emmy per Parents), ed esplode con ancora più dirompenza nella seconda. Appianando, paradossalmente, la distanza, pur presente da altri punti di vista (Thanksgiving). Se da una parte abbiamo una schiera di ragazzi dalla vita sentimentale tormentata, dall’altra troviamo un uomo anziano (il padre di Brian) che vive la medesima condizione.

Master of None ridefinisce i canoni, restituisce una centralità mai retorica a chi vive ai confini della società (New York, I Love You) e mette un intero mondo sulla stessa barca alla deriva, abbattendo con cinica ironia gli stereotipi. Anche quando parla dell’Italia. L’universo ovattato presentato da Aziz Ansari, dominato dal mito del buon cibo e dall’onta dei soliti vizi, stona apparentemente con il chiaro intento della serie, ma la realtà è un’altra. Gli stereotipi non sono un fine, bensì uno strumento. La caricatura ci permette di definire un contesto d’altri tempi nel quale, tuttavia, i protagonisti non siamo altri che noi. Ieri, come oggi.

Master of None

Se da una parte abbiamo le vecchie sicurezze di una nonna che modella la pasta o un giovane ragazzo tutto incentrato su famiglia e lavoro, dall’altra troviamo Francesca. “Bellissima, giovane e antica, bambina e già donna, autentica e solare”, manco fosse la “ragazza della fonte” di . La salvezza, di un uomo allo sbando. Una sognatrice, d’altro canto, che vive una fiaba senza pensare di poterla trasformare in una realtà più duratura. Così simile al nostro Dev. Attesa dal bivio di una vita (un po’ come Claudia in L’Avventura o Guido in ), spaventata dal matrimonio in un déjà-vu della prima stagione.

I versi di MinaBattisti ed Endrigo, lo sguardo visionario di Antonioni e quello onirico di Fellini ci accompagnano e ci prendono per mano. Abbattono le barriere del tempo, evocano l’ombra di un “eterno scontento di se stesso” (La Dolce Vita), entrano dentro le nostre “avventure” e trasformano in arte l’incapacità di comunicare col prossimo. Passano gli anni e i contesti mutano, senza mai perdere la bellezza dei colori che sfumano in un malinconico bianco e nero. Masters of none, noi. Soli in un’auto piena di rimpianti e annoiati di fronte alle foto che scorrono in una dating app. Ancora fermi al 1948 di Ladri di Biciclette e proiettati verso un futuro senza certezze.

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