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La “buona scuola” delle series italiane: la versione di latino dei Cesaroni

Premessa, così, tanto per un sondaggio: voi che leggete Hall of Series andate (o siete andati) a scuola o al college? Se la risposta, come penso, è la prima per tutti o quasi, allora abbiamo un leggero controsenso: ci appassioniamo per un mondo scolastico che non capiremo mai fino in fondo. E’ questione di ideologie, e non di presunta superiorità o inferiorità: abbiamo una scuola molto dirigista ed accentratrice (nel bene e nel male) a differenza di quella più easy e versatile di impostazione britannica e americana. Un esempio per tutti: da noi c’è la prevalenza dell’esame orale e del compito scritto, mentre non è strano vedere, in America, compiti del tipo “cucina un piatto messicano, portalo alla classe e descrivi la ricetta in spagnolo” (Everwood, stagione 2), oppure la classica fiera delle scienze dove i ragazzi si esercitano negli esperimenti scientifici (mai vista nei Simpson?). Questo, in generale, ci porta ad un piccolo errore di valutazione, ovvero ignorare il fatto che il nostro liceo, nelle series italiane, sia spesso idealizzato e sia descritto come bellissimo. Questo, se da una parte è falso, dall’altra è foriero di splendide chiavi di lettura su come poter mostrare in maniera diversa ed affascinante le materie scolastiche. Perfino se si tratta del latino. Non ci credete? Venite con me!

DEONTOLOGIA PROFESSIONALE – Sarà l’unica volta che parlo di me, ma per onestà verso voi lettori lo devo dire: io (tra le altre cose) insegno latino! Prima di lapidarmi, sappiate però che questo vuol dire che so benissimo di cosa sto parlando perché prima di insegnarlo l’ho studiato.

Siamo nei Cesaroni e non è un caso. La serie che ha insegnato a Mediaset cosa vuol dire dominare una prima serata con un telefilm per 8 anni consecutivi, più o meno, ci ha lasciati nel 2014 con parecchie riflessioni da fare sui motivi di un successo semplicemente clamoroso. Ma non è di questo che voglio parlarvi.

Siamo all’ultima puntata della seconda stagione e alcuni dei protagonisti devono affrontare, come da titolo, “la prova di maturità”. La seconda prova è la famigerata versione di latino! Tutti in panico? Macchè: Eva (Alessandra Mastronardi) fa la versione e poi la passa agli altri, ma con una avvertenza: “Cambia qualcosa”. Vediamo che ne esce

i cesaroni: versione di latino

“VINDICA TE TIBI” IN SALSA DI GARBATELLA – Il passo che traducono è probabilmente nella top 5 dei capolavori latini di ogni tempo: la famosa epistola 51 dedicata a Lucilio da Seneca, che tratta sul tempo e sulla libertà. Iniziamo col mettere il passo con cui si confrontano i ragazzi e a tradurlo correttamente

Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serva, ovvero “Fai così, mio Lucilio: sii padrone di te stesso, e il tempo che finora o veniva portato via o veniva sottratto o restava in eccedenza, raccoglilo e conservalo”. E’ un consiglio, un’esortazione più che altro, generale e filosofica, l’invito è a non farsi fregare dalle cose futili ma dedicare il tempo a quelle importanti, per essere padrone e non schiavo. Ovviamente nessuno dei ragazzi lo sa, ma tutti gestiranno la traduzione dal latino a modo loro.

QUANTE VERSIONI DI UNA VERSIONE? Iniziamo proprio da Eva, l’ “originale”, la radice di tutte le altre versioni. Lei scrive “Fa ciò mio Lucilio, rivendica a te il possesso di te stesso”: classica versione da secchiona, rispettosissima delle regole latine in barba ad una pulita resa italiana; “fa ciò” non lo dice o lo scrive nessuno, e la traduzione del “vindica” (rivendica il possesso) è presa pari pari dal vocabolario, senza altri pensieri. Voto alto, ma con una grande delusione per le mancate capacità critiche: 7

Continuiamo con Marco, a cui tocca il primo cambio. La sua versione “Fa quello che ti dico Lucilio: battiti perché tu sia tuo”. Marco si identifica in Lucilio e l’insegnamento morale diviene grezzissima esortazione coatta fatta a se stesso. Esprime una relativa che non c’è nella prima frase ma la traduzione della seconda è un capolavoro involontario. Il vindex è infatti il “bastone” con cui il padrone toccava il servo per dichiararne la libertà, in un rito consolidato (la “manomissione”); da qui il verbo “vindicare”. Marco, senza saperlo, immagina che il servo prenda da sé il bastone e dichiari la propria libertà per goderla completamente. Il Seneca del mondo moderno, totalmente storpiato ma perfettamente attendibile. Voto medio, ma con stima infinita: 6,5

Marco poi gira la sua versione di latino a Carlotta, a cui ora passa la palla delle modifiche: “Fallo, Lucilio,: combatti per te stesso”. E’ il padrone che si rivolge al servo, manca ogni accenno di cortesia (che fine ha fatto il “mi”?) e non c’è alcun rispetto delle procedure di liberazione. Versione pulitissima, ma indubbiamente piatta e senz’anima, tanto da rispecchiare l’anima del personaggio: 7, ma turandosi il naso.

Infine c’è Walter, il personaggio Jolly, sorriso da furbissimo, e gag e gogo: prende la versione di Carlotta, legge e traduce, non prima di aver pensato hai capito Seneca: “Minchia Lucio: combatti!”. Qui siamo sul capolavoro: Walter è l’unico a tradurre il fatto che “Ita fac” in latino ha una disposizione degli accenti tale da essere, in maniera sottintesa, una esortazione molto più decisa di quanto le semplici parole dicano. Anche quel “Combatti” ha un perfetto senso italiano. Nella versione di Walter i latini diventano Romani come se non fossero passati 2000 anni ma solo venti minuti. Voto 4 (espressione scurrile e dimenticanza completa dei pronomi) ma a fine versione il ragazzo passa nel mio studio per cedermi i diritti della traduzione durante le mie future spiegazioni.

 FABER EST SUAE QUISQUE VERSIONIS – Appio Claudio Cieco, personaggio fondamentale di Roma antica, soleva dire “ciascuno è artefice della propria sorte”. I Cesaroni sono andati oltre: ciascuno è stato artefice della propria versione di latino compiendo la traduzione più bella, quella che porta il mondo degli antichi romani nel nostro, in questo caso reinterpretando Seneca e Lucilio insieme. Ha ancora senso, all’ultimo anno, chiedere il pedissequo rispetto di una struttura senza la piena integrazione delle idee? La risposta è no, e la piccola e sottaciuta ribellione dei Cesaroni vale più di molti trattati di didattica. Ai posteri l’ardua sentenza, con la vana speranza che possa essere in romanesco…

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