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Homeland è un cult di cui in Italia non si parla abbastanza

Conclusasi tra il febbraio e l’aprile del 2020, in piena pandemia, Homeland è una serie di culto che ha trovato in Italia troppi pochi adepti, pur non avendo niente da invidiare – anzi! – a pilastri della serialità televisiva come Breaking Bad o Game of Thrones: una storia ricca di colpi di scena, coerenza narrativa impeccabile e persino un cast da far invidia, eppure neanche la metà del loro impatto.

Questo stupisce tenendo conto del fatto che la serie, ritenuta da tanti un capolavoro, fin dal debutto del 2011 sul canale via cavo Showtime, è stata acclamata dalla critica aggiudicandosi numerosi e importanti premi tra Emmy e Golden Globes e dando origine ad alcuni casi editoriali, come i due romanzi di Andrew Kaplan, Carrie’s Run: A Homeland Novel (2013) – pubblicato in Italia da Mondadori con il titolo Homeland: in fuga – e Saul’s Game: A Homeland Novel (2014).

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Homeland, creata da Howard Gordon e Alex Gansa, è basata sulla serie israeliana Hatufim (Prisoners of War), ideata da Gideon Raff, e ha come protagonista un’agente della CIA, Carrie Mathison, interpretata dalla pluripremiata Claire Danes. Carrie, reclutata appena dopo il college dal suo mentore e poi partner Saul Berenson, interpretato da Mandy Patinkin, nella prima stagione lavora per l’Intelligence americana da diversi anni, ma la sua brillante carriera è minacciata da un segreto: la protagonista è affetta da un disturbo bipolare, che è costretta a nascondere perché probabilmente le costerebbe il lavoro, ma allo stesso tempo rappresenta per Carrie un dono, in quanto solo grazie ai suoi episodi maniacali riesce a vedere con chiarezza dettagli che agli altri sfuggono.

La trama di Homeland prende avvio con il rientro in patria di Nicholas Brody (Damian Lewis), sergente del Corpo dei Marines creduto morto ma in realtà tenuto prigioniero in Iraq per ben otto anni. Con diversi traumi alle spalle e segni di tortura che gli solcano il corpo, Brody viene accolto a braccia aperte dalla moglie e dagli ormai cresciuti figli e acclamato dai compatrioti come un eroe; l’unica a non fidarsi della sua versione dei fatti è Carrie, tormentata da una soffiata ricevuta da un suo informatore molti anni prima, la quale si convince fermamente che Brody si sia convertito all’Islam e abbia abbracciato la causa del terrorista iracheno Abu Nazir. Troppe le questioni che non tornano: perché tenere vivo un prigioniero per otto anni e giustiziare invece il suo compagno di cella? Perché è saltato fuori solo ora?

Un mistero da sbrogliare che catturerebbe l’interesse di chiunque, senza contare che in questa storia di spionaggio si inserisce anche l’elemento romantico dal momento in cui, tra Carrie e Brody, nasce una storia d’amore intensa, inizialmente solo funzionale all’indagine di lei. Resa impossibile da un’infinità di motivi, la loro storia ingarbuglia la trama e al contempo mette in evidenza ciò che accomuna i due personaggi principali, entrambi fedeli a una causa e disposti a perseguire i propri obiettivi senza esitare a ricorrere a mezzi estremi.

Homeland

Carrie e Brody sono simili, ma la vita li ha condotti su strade che difficilmente riportano a un lieto fine, ed è da questo elemento tragico che scaturisce il fascino della loro storia, la quale tuttavia non attraversa tutte le otto stagioni della serie: infatti, alla fine della terza stagione Brody muore, condannato all’impiccagione in Iran dopo un disperato tentativo di redenzione. La trama, da quel momento in poi, procederà focalizzandosi su Carrie, che dovrà rimettere insieme i pezzi e a fare i conti con una maternità non voluta.

Ciò che rende Homeland così brillante è la sua capacità di fare leva sul fascino di una trama che mescola spionaggio, amore tragico e politica, nonché di scavare a fondo nei personaggi attraverso le varie sotto-trame che ne seguono le vicende più private e personali. Quelli di Homeland sono personaggi vivi, anche nel senso pirandelliano del termine, non solo simboli astratti o pedine nella grande scacchiera internazionale portata in scena dalla serie, ma prima di tutto persone, che con le proprie qualità, mancanze e contraddizioni tengono in pugno le sorti di intere nazioni. Una storia di compromessi, di devozione e patriottismo, in cui l’amore e la famiglia, come la reputazione e l’onore, vengono continuamente sacrificati in nome di qualcosa di più grande, per cui si è disposti a perdere tutto.

Alla luce di tutto ciò, cosa ha impedito a un prodotto forte come questo di avere un grande impatto anche sul pubblico italiano? Forse il complicato tessuto politico della trama, interprete delle grandi questioni che hanno attraversato la politica statunitense (interna e soprattutto estera) negli ultimi decenni, o forse il perenne senso di disagio a cui è condannato lo spettatore, tenuto irrimediabilmente in sospeso tra i concetti di giusto e sbagliato, morale e immorale.

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Lo spettatore di Homeland viene messo continuamente di fronte a compromessi da accettare, portato a superare la semplicistica suddivisione tra protagonisti e antagonisti, pigra ma pur sempre rassicurante, in nome di una pluralità di punti di vista che si scontrano e stridono tra loro. Non è sempre facile digerire episodi che a volte colpiscono come schiaffi, non è facile odiare Carrie, Brody e nemmeno Saul per le loro scelte, soprattutto quando non è chiaro come e se condannarle, e non è facile nemmeno simpatizzare per personaggi nel complesso “negativi”, ma che si dimostrano spesso portavoce di verità.

Homeland è una serie scomoda, con i suoi finali di stagione brillanti, ma distanti dalla pratica ormai consueta di compiacere i fan. Per i meno pigri, alla ricerca di qualcosa di intenso, può rappresentare un’ottima via di mezzo tra azione e romanticismo, ma non solo: è una serie da vedere soprattutto per il suo valore, per le problematiche che solleva e le caratteristiche che la porteranno, presto o tardi, a essere considerata una delle pietre miliari della serialità televisiva.

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Scritto da Valentina Zucca

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