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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Attenzione: l’articolo contiene spoiler integrali sul finale di The Odyssey di Christopher Nolan e sull’opera di Omero.
Per quasi tremila anni, la domanda fondamentale dell’Odissea è sembrata relativamente semplice: Odisseo riuscirà a tornare a casa? Christopher Nolan prende il dilemma e lo ammanta di una valenza molto più psicologicamente contemporanea oltre che filosofica. Che cosa significa tornare a casa quando l’uomo che parte e quello che ritorna non sono più la stessa persona?
È qui che bisogna cercare il significato del finale di The Odyssey (qui la nostra recensione). Il film mantiene alcuni degli elementi più riconoscibili del poema omerico – il ritorno a Itaca, il travestimento da mendicante, Telemaco, Penelope, la gara con l’arco e la strage dei Proci – ma li inserisce all’interno di una rilettura profondamente incentrata sulla volontà dell’Io. Nell’originale, il viaggio di Ulisse conduce alla restaurazione di un ordine politico e familiare connesso alla collettività. Nel film, invece, quella restaurazione si rivela quasi impossibile.
Il risultato è un finale che sembra inizialmente tradire Omero e che, proprio per questo, ne mette in evidenza uno dei nuclei più profondi: il nostos. Il ritorno non è semplicemente il viaggio verso un luogo, quanto il tentativo di recuperare un’identità perduta per l’Odisseo di Matt Damon.
Il finale di The Odyssey
Dopo anni di peregrinazioni, Ulisse arriva finalmente a Itaca. Come nel poema, non si presenta immediatamente come il re che è stato. Assume l’aspetto di un mendicante e osserva la propria casa dall’esterno, cercando di capire chi sia rimasto fedele e chi invece abbia approfittato della sua assenza. I pretendenti di Penelope hanno occupato il palazzo, consumano le ricchezze della famiglia e rappresentano una violazione dell’ordine che Ulisse dovrebbe ristabilire. Telemaco è ormai adulto e Penelope continua a resistere alle pressioni dei Proci, tessendo e sfacendo la proverbiale tela.
La prova decisiva arriva con l’arco di Odisseo. Penelope stabilisce che sposerà l’uomo capace di tendere l’arco del marito e di compiere il tiro previsto dalla gara. Nessuno dei pretendenti riesce nell’impresa. Il mendicante, invece, prende l’arco, lo tende rivelando così la propria identità. Da quel momento si compie la vendetta di Ulisse che ristabilisce con al violenza il proprio ruolo di capo famiglia e re. E’ solo dopo questa vittoria che Nolan compie la sua deviazione più radicale.

Omero e Nolan: due idee opposte di “ritorno”
Nell’Odissea di Omero, il ritorno del protagonista è il compimento dell’intera narrazione. Il protagonista vuole tornare a Itaca, alla moglie, al figlio e al proprio ruolo di re. Il nostos è la direzione verso cui converge ogni avventura. Quando Ulisse finalmente uccide i Proci, il poema si avvia verso la ricomposizione dell’ordine. Penelope lo riconosce attraverso il segreto del letto nuziale e, successivamente, Odisseo si ricongiunge anche al padre Laerte.
È importante sottolineare, però, che l’epilogo omerico non è soltanto una storia d’amore. Il ritorno di Odisseo ricostruisce contemporaneamente famiglia, proprietà, autorità e ordine sociale. Il protagonista torna a essere marito, padre e re. Durante il suo peregrinare pensa alla moglie, ma si concede beatamente alle distrazioni del sesso femminile rappresentato da Calipso e Circe. Pensa moltisismo alla guerra e al suo ruolo in essa, ma senza alcuna traccia di pentimento o mortificazione. Anzi ciò che emerge nel poema omerico è semmai la hybris dell'”uomo dal multiforme ingegno”.
Colui che rappresenta, per antonomasia, la furbizia fatta persona, la mente versatile in grado di adattarsi a ogni difficoltà e superarla di conseguenza. Odisseo guarda al passato con soddisfazione e al futuro con curiosità. Per lui tornare a casa è un imperativo, ma il viaggio è voluto fin dal primo momento.
Nolan, invece, mette in discussione proprio questa equivalenza.
Nel film, tornare fisicamente a Itaca non significa automaticamente essere di nuovo Odisseo. Il protagonista ha attraversato una guerra, ha perso i propri uomini, ha compiuto azioni moralmente discutibili e soprattutto porta dentro di sé il peso della distruzione di Troia. Il ritorno diventa dunque una questione psicologica. Per Omero, Odisseo deve superare gli ostacoli per poter tornare a casa. Per Nolan, deve capire se merita ancora di chiamare quella casa “casa”. La deviazione finale trova così una logica precisa. Telemaco può diventare re perché appartiene a un futuro che Odisseo non riesce più a rappresentare.
La Legge di Zeus e la colpa
Uno dei concetti più importanti introdotti da Nolan è quello della cosiddetta “Legge di Zeus”, cioè la xenia, il sistema di reciprocità e ospitalità che regola il rapporto fra ospite e padrone di casa nel mondo greco. Non si tratta soltanto di buona educazione, perché nella cultura dell’Odissea, accogliere lo straniero significa riconoscere una responsabilità fondamentale nei confronti dell’altro.
Nel poema questa idea ritorna continuamente. I buoni ospiti vengono premiati, quelli che abusano dell’ospitalità vengono puniti. E il regista di The Prestige porta però il concetto al centro della propria interpretazione morale. Il problema di Odisseo non è soltanto ciò che gli è accaduto durante il viaggio. È ciò che lui stesso ha fatto agli altri.
L’uomo dal multiforme ingegno si trasforma, nella interpretazione di Nolan, in un reduce di guerra con disturbi da stress postraumatico.
Questo spiega perché il film sia interessato non soltanto alla vendetta contro i Proci, ma alle conseguenze morali della guerra. Secondo diverse letture del film, il Cavallo diventa il momento originario della frattura psicologica del protagonista. Ulisse ha vinto, ma quella vittoria gli ha insegnato che la propria astuzia può distruggere il sistema di fiducia che tiene insieme una civiltà.

Atena: da dea della saggezza a fantasma della coscienza
È probabilmente questa la trasformazione più radicale compiuta dal regista. Nel poema di Omero, Atena è realmente una divinità. È la protettrice di Odisseo, ne apprezza l’intelligenza e interviene concretamente nelle vicende del protagonista. Aiuta Telemaco, sostiene Odisseo, ne protegge il ritorno e infine interviene per fermare il ciclo di vendetta a Itaca.
Nolan mantiene il personaggio di Atena, interpretato da Zendaya, ma ne rende deliberatamente ambigua la natura. La dea appare soprattutto attraverso la percezione di Odisseo. Nel corso del film diventa progressivamente difficile stabilire se ciò che vediamo sia un intervento soprannaturale oppure una proiezione della mente del protagonista. La rivelazione finale, legata alla donna troiana che Odisseo aveva visto morire durante la caduta della città, permette di leggere Atena come una figura generata dalla memoria traumatica del protagonista.
L’Atena cinemataografica sembra chiedere al protagonista: quanto del tuo destino è davvero opera degli dèi e quanto è invece opera tua?
La dea diventa così una sorta di doppio psicologico. Rappresenta la parte dell’eroe che continua a cercare una spiegazione superiore per ciò che gli è successo. Se Poseidone è responsabile delle sue disgrazie, allora Ulisse può considerarsi una vittima. Se gli dèi hanno deciso il suo destino, la responsabilità individuale si attenua. Ma se Atena è una proiezione della sua coscienza, allora non esiste nessun dio al quale trasporre la colpa.
È una trasformazione perfettamente coerente con il cinema di Nolan, spesso interessato a personaggi che costruiscono sistemi mentali per sopravvivere a un trauma. La dea della saggezza diventa la saggezza che Ulisse non riesce più a distinguere dalla propria colpa.
Penelope è la persona che Odisseo deve finalmente affrontare
Fra le modifiche più importanti dell’adattamento c’è anche la posizione di Penelope. Nell’epica, Penelope è straordinariamente intelligente. La sua tela è una strategia per guadagnare tempo e rimandare la scelta di un nuovo marito. Il riconoscimento finale di Ulisse attraverso il segreto del letto matrimoniale rappresenta la prova definitiva della loro intimità.
Nolan conserva questa dimensione, ma la rende ancora più importante. Penelope, interpretata da Anne Hathaway, non è semplicemente la donna che aspetta il ritorno dell’eroe. È la persona davanti alla quale Ulisse deve rendere conto di ciò che è diventato. Questo cambia il significato della gara dell’arco.
Nel poema, la prova dimostra che il mendicante è davvero Ulisse. Nel film, dimostra anche che l’uomo capace di riprendere il proprio arco è ancora legato al passato. L’arco è infatti uno strumento di guerra. Penelope sta scegliendo un marito, ma ciò che il test identifica è il guerriero.
La domanda implicita diventa quindi un’altra. Penelope vuole davvero indietro l’uomo che era partito vent’anni prima? E Ulisse può davvero tornare a essere quell’uomo? La risposta del film è negativa. Penelope e Ulisse possono ritrovarsi, ma non possono semplicemente cancellare il tempo trascorso. Non è un caso che il finale li mostri nuovamente insieme e contemporaneamente lontani da Itaca. Perché la loro relazione viene sottratta alla logica della restaurazione.
Penelope non è il premio che attende alla fine della missione. È una persona che ha attraversato vent’anni senza Ulisse e che ora deve scegliere che cosa fare con l’uomo che è tornato. In questo senso Nolan concede a Penelope una funzione più moderna rispetto a molte precedenti trasposizioni. Non è soltanto la custode della casa, ma parte attiva della decisione sul futuro.
Perché il finale di The Odyssey non è un lieto fine
Il punto decisivo è dunque che Nolan rifiuta l’idea di una restaurazione completa. Nel poema, dopo la strage dei Proci, il mondo di Ulisse può essere ricomposto. Nel film, invece, il mondo antico sembra già destinato a crollare. La parte conclusiva amplia infatti la prospettiva dalla vita individuale di Ulisse alla storia dell’umanità. Il protagonista guarda verso un futuro nel quale le civiltà possono sorgere, prosperare, cadere e dimenticare le proprie tragedie. Gli uomini costruiscono civiltà, dimenticano le ragioni della loro nascita, violano nuovamente gli stessi principi e ricominciano da capo.
È qui che il concetto di xenia acquista il suo significato definitivo. La Legge di Zeus non è importante perché appartiene alla mitologia greca. È importante perché rappresenta una delle condizioni minime della convivenza. Riconoscere nell’altro un essere umano anche quando è straniero, sconosciuto o vulnerabile.
La guerra di Troia nasce dalla sua violazione.
E lo stesso Ulisse, attraverso il Cavallo di Troia, la trasforma in uno strumento di guerra. Il protagonista che torna a Itaca scopre quindi una verità dolorosissima. Non può ricostruire il mondo semplicemente eliminando i suoi nemici, perché anche lui ha contribuito a distruggerne le regole. Per questo il gesto finale di Ulisse è un atto di consapevolezza.
Lasciare il trono a Telemaco significa riconoscere che il futuro non gli appartiene più. Il figlio può diventare ciò che il padre non è più in grado di essere, ovvero un sovrano non definito dalla guerra di Troia. Partire con Penelope significa inoltre trasformare il concetto stesso di nostos. Il viaggio non è più finalizzato al recupero della vecchia casa. È un viaggio verso qualcosa che non ha ancora un nome. Omero conclude l’Odissea con la pace imposta da Atena e con la restaurazione dell’ordine. Nolan conclude invece con l’incertezza. Ed è probabilmente questa la differenza più significativa tra i due finali.
Omero racconta come un uomo possa tornare a casa. Nolan racconta cosa succede quando, dopo essere tornato, quell’uomo capisce che la casa che ricordava non esiste più. Ulisse torna a casa soltanto quando accetta di non poter più essere l’uomo che aveva lasciato Itaca.
In questo senso il finale di Christopher Nolan è molto meno lontano da Omero di quanto possa sembrare. Perché se l’Odissea è davvero il racconto del nostos, allora il suo tema non è soltanto la distanza fra un uomo e la propria patria. È la distanza fra chi siamo quando partiamo e chi diventiamo quando finalmente torniamo.




