4) Green Book

Il razzismo americano degli anni Sessanta raccontato attraverso il viaggio in automobile di due uomini agli antipodi potrebbe sembrare una formula già vista, eppure Green Book riesce a restituire questo tema con una freschezza e un calore capaci di conquistare pubblico e critica in tutto il mondo. Tony Lip, buttafuori italoamericano del Bronx interpretato da Viggo Mortensen, viene assunto come autista per un tour nel Sud degli Stati Uniti da Don Shirley, raffinato pianista afroamericano interpretato da Mahershala Ali, la cui eleganza e cultura contrastano nettamente con i modi rozzi e istintivi del suo nuovo dipendente. Il titolo del film richiama la guida realmente esistita all’epoca, pensata per aiutare i viaggiatori afroamericani a individuare gli hotel e i ristoranti in cui potevano essere accolti senza rischiare umiliazioni o violenze, un dettaglio storico che da solo racconta la gravità del contesto sociale in cui si muove il racconto.
Il rapporto tra i due protagonisti cresce attraverso momenti di comicità genuina e scontri carichi di tensione, restituendo un’amicizia che nasce lentamente, senza mai risultare forzata o artificiosamente costruita. Green Book è per questo una lettera d’amore al prossimo. Un film di cui non sapevi di aver bisogno, che utilizza la dolcezza per parlare di qualcosa di spietato, raccontando di come possano imparare a vedersi reciprocamente oltre i pregiudizi che la società aveva costruito attorno a loro, dando vita a una storia capace di scaldare il cuore senza mai perdere di vista la gravità storica dello sfondo su cui si muove.
3) Arrival, uno dei Migliori film da vedere di fantascienza

Raramente la fantascienza ha saputo parlare di comunicazione, tempo e perdita con la delicatezza che caratterizza Arrival, un’opera capace di trasformare l’arrivo di astronavi aliene sulla Terra in un racconto profondamente intimo più che spettacolare. Louise Banks viene reclutata dall’esercito americano per stabilire un contatto con una delle dodici navicelle atterrate in diversi punti del pianeta, in un momento di tensione in cui ogni nazione teme che le altre possano scatenare un conflitto per interpretare erroneamente le intenzioni degli alieni. Insieme al fisico Ian Donnelly Louise comincia un lento e paziente lavoro di decodifica del linguaggio degli eptapodi, creature dalla forma aliena che comunicano attraverso simboli circolari privi di una struttura temporale lineare come quella umana.
Il vero colpo di genio in Arrival sta nella sua struttura narrativa, che gioca con il concetto stesso di tempo mescolando presente, passato e futuro in un modo che lo spettatore comprende pienamente solo nel finale, quando scopre che imparare la lingua aliena ha permesso a Louise di percepire la propria vita non più in modo sequenziale ma come un tutto simultaneo. Questa rivelazione trasforma completamente il senso di tutto ciò che si è visto fino a quel momento, ponendo allo spettatore una domanda dolorosissima: se si potesse conoscere in anticipo ogni gioia e ogni dolore della propria esistenza, si sceglierebbe comunque di viverla fino in fondo?
Arrival risponde a questa domanda con un sì che celebra la vita anche nella consapevolezza della sofferenza che porta inevitabilmente con sé. È una delle opere di fantascienza più intelligenti degli ultimi anni proprio perché usa l’incontro con l’alieno non per raccontare un conflitto, ma per riflettere su cosa significhi davvero accettare il tempo, la perdita e l’amore nella loro interezza. E per una pellicola così un terzo posto nella classifica dei migliori film da vedere degli ultimi 10 anni era necessario.







