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5 Film geniali che acquistano un senso diverso al secondo rewatch

Leonardo di Caprio in una scena del film Shutter Island

ATTENZIONE: L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER SUI FILM PRESENTI IN ELENCO

Vi è mai capitato di finire dei film difficili da capire, rimanere a fissare i titoli di coda per dei minuti buoni e intanto pensare: “Aspetta, ma allora quella scena all’inizio…?” Una sensazione mista tra smarrimento e intuizione che proviamo anche quando visitiamo un luogo per la prima volta, ritrovandolo lievemente o profondamente modificato quando ci torniamo una seconda. Forse è il nostro cervello a giocare strani scherzi. Forse l’inconscio in quei momenti lavora a pieno regime. Ma in ogni caso quella cosa lì che non sappiamo definire con precisione, è la caratteristica comune ad alcune pellicole perché create con il fine ultimo di sorprendere lo spettatore come davanti a un gioco di prestigio.


In fondo il cinema è davvero paragonabile a un numero di magia. Se la prima volta ci godiamo il trucco rimanendo a bocca aperta, la seconda smettiamo di guardare dove il regista vuole che guardiamo e iniziamo a notare i dettagli nascosti e gli indizi disseminati lungo la storia. Rivedere certi lavori, insomma, è una vera e propria esperienza ex-novo. Lo schermo rimane lo stesso ma la visione cambia completamente, come davanti a questi 5 film geniali che acquistano un senso diverso al secondo rewatch.

1) Il sesto senso

I protagonisti del film Il sesto senso
Credits: Buena Vista International

Entriamo subito nel vivo con il re dei colpi di scena. Era il 1999 e Bruce Willis vestiva i panni di un autorevole psicologo infantile, il Dottor Malcom Crowe, rimasto ferito durante un’aggressione in casa. A seguito dell’avvenimento il protagonista decide di dedicarsi anima e corpo al caso disperato di Cole, un bambino di nove anni che vede le persone morte. Ora, per tutta la durata della narrazione noi spettatori cerchiamo di darci la spiegazione più razionale possibile, ossia che Cole sia affetto da una grave forma di schizofrenia. Una diagnosi tra l’altro confermata dallo stesso psicologo. Tuttavia è proprio qui che sta l’inganno del regista M. Night Shyamalan.

Infatti, una volta scoperto che Malcom è morto la notte stessa dell’aggressione, ci rendiamo conto immediatamente che il film ci ha sbattuto la verità in faccia sin dal primo minuto. Pensiamoci bene: durante tutta la pellicola il medico non interagisce con nessun altro al di fuori del bambino. Primo shock. Poi, non sposta mai oggetti né li prende dalle mani di qualcun altro. Secondo shock. E infine – finezza più sottile ma non meno importante – indossa sempre lo stesso abito della notte dell’aggressione (o varianti impercettibili dello stesso).


La genialità sta nel fatto che Shyamalan ha usato i tempi della regia e il montaggio per farci credere che Malcolm stia parlando con la madre di Cole o con sua moglie, quando in realtà è solo presente nella stanza come uno spettatore invisibile. Ammettetelo: questo è uno di quei film realmente difficili da capire, ma durante il rewatch la tensione si è trasformata in pura ammirazione per come siamo stati brillantemente imbrogliati.

2) Fight Club

Edward Norton in Fight Club
Credits: 20th Century Fox

Eccomi qui. Colei che scrive rientra perfettamente in quella categoria di persone che alla prima visione di Fight Club non solo non lo hanno capito, ma si sono anche annoiate a morte. Incredibile ma vero. Tuttavia durante il rewatch sono tornata in me stessa alla grande, provando diverse epifanie per tutta la durate della pellicola e amando alla follia l’abilità di David Fincher. Anche in questo caso il regista si è preso gioco per bene dello spettatore seminando dettagli subliminali ovunque. Alcuni esempi? Le apparizioni flash di Tyler Durden (Brad Pitt) presenti sin dall’inizio del film. Quei fotogrammi di una frazione di secondo posizionati strategicamente da Fincher nei momenti in cui il Narratore (Edward Norton) si trova al culmine dello stress o della frustrazione.

O ancora, le espressioni degli altri membri del club quando il Narratore si pesta da solo. Questa scena al secondo rewatch assume una sfumatura persino tragicomica, dato che le reazioni degli uomini non sono di ammirazione per la violenza ma di puro shock nel vedere un tizio che si sta massacrando sull’asfalto. Ma la rivelazione più enorme ed evidente di tutte risiede nel personaggio di Marla (Helena Bonham Carter). La donna vive in uno stato di totale confusione perché un attimo prima il Narratore la ignora e la tratta con distacco, e l’attimo dopo (nei panni di Tyler) fa sesso selvaggio con lei. Insomma, la seconda volta Fight Club non è più un thriller psicologico, ma la storia di un uomo che combatte letteralmente contro la propria ombra, regalandoci uno dei film più difficili da capire.

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