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The Odyssey di Christopher Nolan: un viaggio epico tra spettacolo e mito che non raggiunge la perfezione

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Dopo tre anni dall’uscita di Oppenheimer, Christopher Nolan torna finalmente al cinema con un progetto completamente diverso per genere e ambientazione, ma identico per ambizione. Se nel suo ultimo film il regista aveva raccontato una delle figure più controverse del Novecento, questa volta sceglie di confrontarsi con un racconto che appartiene alla memoria collettiva dell’umanità: l’Odissea, uno dei due grandi poemi epici della letteratura greca antica attribuiti a Omero, insieme all’Iliade. Dopo essersi misurato con storie già conosciute e profondamente radicate nell’immaginario comune, Nolan affronta quindi un vero colosso culturale. Portare sul grande schermo il viaggio di Ulisse significa confrontarsi con un’opera raccontata infinite volte, ma il regista decide di non trasformarla in un esercizio di stile alla maniera dei suoi lavori più complessi. The Odyssey sceglie una narrazione più lineare, quasi sorprendentemente semplice per gli standard di Nolan, lasciando che sia la forza del mito a sostenere il film.

La grandezza dell’opera emerge soprattutto dal punto di vista cinematografico. Nolan conferma ancora una volta di essere uno dei registi contemporanei più capaci nel costruire immagini monumentali, sequenze spettacolari e un’esperienza pensata per il grande schermo. Battaglie, viaggi per mare, creature mitologiche e paesaggi sconfinati diventano elementi di un’avventura visiva di enorme impatto. Eppure, proprio dove ci si sarebbe aspettati la sua maggiore forza, arriva qualche limite. Se la regia è impeccabile, la caratterizzazione dei personaggi appare meno profonda rispetto agli standard a cui Nolan ci ha abituati. Il regista riesce a reinterpretare il mito con alcune scelte personali, ma non sempre riesce a restituire quella complessità psicologica che ha reso memorabili molti dei protagonisti della sua filmografia.

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Da Troia a Itaca: il ritorno di Ulisse tra dolore, inganni e nostalgia

Matt Damon in The Odyssey

The Odyssey prende il via dopo la caduta di Troia, scegliendo di concentrarsi non sulla guerra che ha aperto il poema omerico, ma sulle sue conseguenze. Ulisse è lontano da casa da tanti anni e il suo ritorno sembra ormai impossibile. A Itaca, Penelope vive una situazione disperata: circondata dai pretendenti che vogliono sposarla per conquistare il regno, cerca di resistere mantenendo fede al marito ormai dato per disperso. Al suo fianco c’è Telemaco, cresciuto senza una figura paterna e costretto a difendere una casa che rischia di essere perduta. La scelta di Nolan è interessante perché mette subito al centro il tema principale dell’Odissea: non tanto la conquista o la gloria, quanto il desiderio di tornare a casa e la trasformazione di un uomo dopo un viaggio che lo ha cambiato per sempre.

Sono state molte le polemiche nate prima dell’uscita del film, soprattutto sui social, legate al casting di Elliot Page e alla falsa voce secondo cui avrebbe interpretato Achille. Una volta visto il film, però, queste discussioni appaiono completamente prive di senso: nel ruolo di Sinone l’attore convince pienamente, dando vita a un personaggio ambiguo e controllato. Più complesso il discorso legato a Elena, interpretata da Lupita Nyong’o. Nell’immaginario greco Elena non è semplicemente una donna bellissima, ma rappresenta l’idea stessa della bellezza capace di scatenare guerre e cambiare il destino degli uomini. La sua figura nel poema originale ha un peso simbolico enorme, perché diventa il motivo per cui interi eserciti si affrontano per anni. Nolan prova ad ampliare il suo ruolo affidandole anche il personaggio di Clitemnestra, creando un collegamento tra due figure femminili fondamentali della mitologia greca, ma senza riuscire sempre a valorizzarne pienamente la complessità. Il film dimostra comunque una certa sicurezza nel muoversi all’interno del mito, scegliendo di rispettarlo senza trasformarlo in una semplice riproduzione.

Nolan punta sulla spettacolarità: grande cast, grande cinema, ma The Odyssey non approfondisce

Matt Demon e Zendaya in The Odyssey

Il punto più curioso di The Odyssey è il rapporto tra la semplicità della narrazione e la gigantesca dimensione produttiva del progetto. Nolan prende una delle storie più famose mai scritte, riunisce un cast stellare e sceglie una strada quasi classica: raccontare. Da questo punto di vista il film funziona. La forza principale rimane quella visiva: Nolan costruisce un’esperienza cinematografica imponente, fatta di immagini enormi, scenografie spettacolari e sequenze pensate per valorizzare il grande schermo. La scelta dell’IMAX conferma la sua volontà di creare un cinema fisico, dove lo spettatore possa sentirsi dentro il viaggio di Ulisse. Il problema arriva però quando si guarda ai personaggi. Rispetto ad altri film del regista, dove anche figure secondarie avevano spesso una profondità sorprendente, qui molti protagonisti sembrano costruiti in modo più essenziale. Zendaya nei panni di Atena e Charlize Theron in quelli di Calipso hanno sicuramente una forte presenza scenica, ma i loro ruoli sembrano affidarsi soprattutto al carisma delle interpreti più che a una vera evoluzione narrativa.

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Il vero peso del film ricade su Matt Damon, chiamato a interpretare Ulisse. La sua prova funziona soprattutto nel mostrare la stanchezza e il dolore di un uomo segnato dal viaggio, ma questa versione del personaggio perde una delle caratteristiche fondamentali dell’eroe omerico: la sua intelligenza strategica. L’Ulisse originale non è un guerriero invincibile, ma un uomo che supera gli ostacoli grazie alla capacità di pensare, ingannare e anticipare gli avversari. È proprio questa qualità che rende memorabile l’episodio di Polifemo, dove il protagonista si presenta come “Nessuno” riuscendo a salvarsi grazie all’astuzia. L’assenza o la riduzione di questo elemento pesa, perché toglie uno dei momenti più importanti per comprendere chi sia davvero Ulisse. La forza del personaggio non nasce dai muscoli, ma dalla mente. (15 film consigliati caldamente da Christopher Nolan)

Tre ore che volano, ma senza lasciare un segno profondo

Il cavallo di Troia nel capolavoro di Nolan

Con una durata vicina alle tre ore, The Odyssey avrebbe potuto facilmente trasformarsi in un’esperienza troppo lunga e dispersiva. Invece Nolan dimostra ancora una volta un grande controllo del ritmo: il film scorre senza momenti realmente inutili e riesce a mantenere alta l’attenzione dello spettatore. Ogni tappa del viaggio ha una funzione precisa e ogni incontro contribuisce alla costruzione del percorso di Ulisse. Il regista conosce perfettamente i meccanismi del cinema spettacolare e costruisce un’opera capace di intrattenere dall’inizio alla fine. Eppure, una volta usciti dalla sala, rimane una sensazione particolare: quella di aver visto un grande film senza aver assistito a qualcosa di davvero memorabile.

È proprio questo il confronto inevitabile con il resto della filmografia di Nolan. Interstellar riusciva a trasformare un viaggio nello spazio in una riflessione profondissima sul tempo e sull’amore. Inception aveva creato un universo narrativo originale e ancora oggi riconoscibile. Dunkirk aveva trasformato una vicenda storica in un’esperienza immersiva e fisica. Oppenheimer aveva invece costruito il ritratto complesso di un uomo schiacciato dalle conseguenze delle proprie scoperte. Rispetto a questi lavori, The Odyssey appare meno personale. È un film di grande mestiere, ma meno capace di mostrare quella particolare ossessione narrativa che rende Nolan immediatamente riconoscibile. Anche la componente musicale, spesso fondamentale nei suoi film, non raggiunge lo stesso livello di impatto. Mancano quei temi destinati a rimanere nella memoria e quei momenti capaci di trasformarsi in immagini simboliche. Il film funziona, coinvolge e regala spettacolo, ma raramente sorprende davvero. È un viaggio riuscito, anche se non necessariamente un viaggio che continuerà a vivere nell’immaginario collettivo.

The Odyssey – Un’epopea hollywoodiana che racconta un Ulisse diverso dall’originale

Il nuovo film di Nolan

Uno dei punti più interessanti di The Odyssey riguarda il modo in cui Nolan decide di reinterpretare il protagonista. Il suo Ulisse è lontano dall’eroe classico sempre sicuro di sé e capace di trovare una soluzione a ogni problema. È un uomo stanco, segnato dalle esperienze vissute e quasi incapace di ritrovare il proprio posto nel mondo. Nell’opera originale Ulisse soffre soprattutto per la lontananza da Itaca, dalla moglie Penelope e dal figlio Telemaco. La sua forza nasce però dalla capacità di reagire, dalla sua intelligenza e dalla volontà di tornare a casa nonostante ogni ostacolo. Nolan accentua invece il lato umano e fragile del personaggio, trasformandolo quasi in un sopravvissuto. Questa scelta può dividere, perché modifica uno degli aspetti fondamentali del mito, ma permette al film di affrontare un tema universale: cosa rimane di un uomo dopo aver attraversato un viaggio capace di distruggerlo e cambiarlo completamente?. Infine, Una delle differenze più evidenti rispetto al poema originale riguarda proprio il finale. Nolan sceglie di allontanarsi dalla conclusione omerica, privilegiando una chiusura più cinematografica e coerente con il percorso psicologico del suo Ulisse. Nell’Odissea di Omero il ritorno a Itaca culmina nella vendetta contro i pretendenti e nella restaurazione dell’ordine familiare, mentre il film sceglie la strada dell’esilio.

Alla fine The Odyssey è un grande film hollywoodiano nel senso più classico del termine. Non vuole sostituire Omero, ma adattarlo al linguaggio del cinema contemporaneo. Nolan prende una delle storie più antiche dell’umanità e la trasforma in un’avventura spettacolare, forse meno complessa del poema originale, ma comunque capace di parlare di perdita, identità e desiderio di ritorno. Non è il miglior film di Christopher Nolan, né il più innovativo, ma è la dimostrazione di un regista ancora capace di trasformare un mito millenario in una grande esperienza cinematografica. (La Classifica di tutti i film candidati agli Oscar di Christopher Nolan)