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Diavoli 2, la recensione del primo episodio in anteprima

Diavoli

Un’auto nera dai vetri oscurati attraversa una piazza Duomo deserta, in una Milano che, da dietro le finestre chiuse, aspetta e trattiene in fiato. Il primo episodio della seconda stagione di Diavoli, che abbiamo visto in anteprima alla conferenza stampa di presentazione alla presenza del cast, e che qui vi racconteremo (senza spoiler) si apre con le immagini alienanti dell’Italia di marzo 2020.

Diavoli è una delle serie che sa leggere in maniera più lucida e critica il nostro tempo: se la prima stagione era uscita appena prima che il virus intaccasse il nostro modo di vivere, la seconda stagione attinge a piene mani dalla contemporaneità. Sono due gli eventi fondamentali che la seconda stagione vivisezionerà e che saranno ben più di uno sfondo narrativo: il referendum della Brexit nel 2016 e lo scoppio della pandemia nel 2020.

Massimo Ruggero non è più solo un banchiere rampante e di belle speranze che sta imparando come sporcarsi le mani: il suo rapporto con Dominic Morgan gli ha tolto la verginità, in un certo senso, ha strappato la sottile pelle di giovanotto provinciale e lo sta trasformando in un affermato professionista corazzato e insensibile.

Ora che ha assunto un ruolo di primo piano all’interno della NYL, Massimo deve imparare a gestire il potere e le conseguenze che comporta avere un ruolo di primo piano all’interno di una banca prestigiosa in un momento storico decisivo. Il Regno Unito, infatti, sta per decidere se staccarsi o rimanere all’interno dell’Unione Europea e questa decisione potrebbe rivelarsi un’emorragia mortale o un’occasione unica per monetizzare.

Massimo, in questa seconda stagione, metterà a frutto gli insegnamenti di Dominic e i traumi che la vita gli ha riservato. Come dichiarato dallo stesso Alessandro Borghi nel corso della conferenza stampa, il personaggio aveva due opzioni: scappare e cambiare radicalmente vita o tornare sul campo più agguerrito che mai, perché la verità è che sia Massimo che Dominic sanno fare solo una cosa: comandare.

Comandare significa soprattutto prendere decisioni difficili, quelle che nessuno vorrebbe prendere: come liberarsi di qualcuno che non porta risultati, come se le persone fossero lo specchio dei numeri che fatturano, o decidere quando vendere e quando comprare, sfruttando il dramma collettivo di una società che sta vivendo una crisi intestina.

Diavoli, nella seconda stagione, allarga molto di più gli spunti di riflessione e gli agganci con la modernità rispetto alla prima: fin dal primo episodio si capisce che le varie sottotrame saranno un aspetto fondamentale. Le invidie e le rivalità all’interno dell’NYL, conseguenti alla scelta di Massimo di allearsi con i cinesi, sono solo la punta dell’iceberg di un gioco più grande, che vede un paese, il Regno Unito, ribellarsi alla “madre” Europa e spaccarsi al suo interno in migliaia di piccole frazioni, piccole insoddisfazioni e insicurezze.

Il primo episodio della seconda stagione di Diavoli è un affaccio sul baratro: conosciamo l’esito del referendum che sancirà l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, sappiamo cosa è successo dopo quel maledetto marzo 2020 ma, allo stesso tempo, non riusciamo a credere a ciò che stiamo vedendo e continuiamo a sperare che, in qualche modo, possa davvero vincere il Remain e che le strade non si riempiranno di camion straripanti di bare.

Siamo annichiliti, ansiosi e impazienti di sapere che cosa accadrà, anche se sappiamo perfettamente che Diavoli ci mostrerà nient’altro che la pura e inaccettabile verità. E cioè che il Regno Unito comincerà a spaccarsi dal suo interno, mettendo i suoi cittadini l’uno contro l’altro in un’assurda caccia allo straniero (ne avremo uno straziante esempio proprio sul finale di puntata). E cioè che il Covid, che in questa prima puntata vediamo affacciarsi soltanto nelle inquadrature di una Milano spettrale e nel viso tirato di Massimo, ribalterà ogni certezza, ogni equilibrio sociale ed economico, cambierà per sempre il nostro modo di vivere e anche di spendere i nostri soldi.

Nella seconda stagione di Diavoli si preannuncia una schermaglia a distanza tra i due grandi protagonisti: Dominic Morgan, con la sua nuova protetta, la geniale Nadia Wojcik, da un lato e Massimo Ruggero con il suo team e la nuova, agguerrita Head of Trading Wu Zhi. Uno scontro a distanza tra due modi di vedere il mondo e la finanza: il primo più protezionista, diffidente alle alleanze con partner stranieri tanto quanto è scettico sul predominio delle macchine sull’uomo. Il secondo proiettato verso il futuro, verso una sorta di fusione tra l’uomo e la macchina perfetta, che non è solo in grado di battere qualunque campione a Go! ma è anche capace di leggere in anticipo le decisioni degli elettori, meglio di qualunque sondaggio o algoritmo.

Restiamo volutamente criptici per non rovinare la visione dell’episodio e stuzzicare a sufficienza la curiosità di chi vedrà la seconda stagione di Diavoli, dal 22 aprile su Sky e NOW.

Brillano su tutte, naturalmente, le interpretazioni di Alessandro Borghi, sempre più algido e calcolatore, e di Patrick Dempsey, che corteggia il suo ex protetto mantenendo sempre un’aura di superiorità. Le aggiunte femminili al cast daranno un’ulteriore spinta alla stagione, portando una dimensione differente all’interno di un mondo generalmente considerato maschile come quello dell’alta finanza.

Se davvero, come anticipato nel corso della conferenza stampa, Diavoli 2 affronterà la contemporaneità del Covid e degli effetti della Brexit, è realistico aspettarsi che Diavoli 3 avrà come sfondo narrativo la guerra in Ucraina? Le premesse sembrerebbero esserci tutte e sia la componente tecnica presente in conferenza stampa (l’autore Frank Spotnitz, il regista Nick Hurran e lo scrittore Guido Maria Brera) che il protagonista Borghi lo hanno implicitamente confermato.

Alessandro Borghi sul tema della guerra in Ucraina ha le idee chiare: sa di non sapere, per parafrasare il filosofo.

“Non sono sempre d’accordo sul fatto che gli attori si esprimano su tematiche difficili come la guerra, che tendono a polarizzare e a dividere le persone. Personalmente, se non mi sento preparato su un argomento, preferisco rimanere in silenzio e lasciare spazio a chi ne sa più di me. Poi entro su Instagram e vedo che le persone che parlano di più sono anche quelle che non hanno niente da dire”.

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