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Chernobyl 1×03 – Il tempo del silenzio

Chernobyl

L’episodio 1×03 di Chernobyl inizia con il buio. Il buio col quale ci eravamo lasciati nel secondo episodio (qui la recensione), durante le operazioni di svuotamento delle cisterne sottostanti il reattore 4 da parte di tre coraggiosi sommozzatori. Il suono asciutto e metallico dei contatori geiger come tetro sottofondo della missione è in crescendo, e quando le pause tra un stridio e l’altro si fanno quasi impercettibili ci si ritrova col fiato sospeso e il cuore in gola.

Quasi come ci fossimo noi immersi per metà nelle acque radioattive di Chernobyl.

È possibile che l’acqua li abbia già uccisi?

La domanda scoccata da Shcherbina a Legasov come una freccia in mezzo agli occhi dello scienziato sottintendeva troppi altri quesiti. La vita di un intero continente era subordinata alla riuscita dell’operazione, ma la stessa richiedeva un costo in termini di vite. Il “Sì” lapidario di Legasov col volto contratto in una smorfia di preoccupazione significava più del suo mero contenuto.

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Ma Alexei Ananenko, Valeriy Bezpalov e Boris Baranov ce l’hanno fatta. Sono usciti trionfanti da quella vasca dell’orrore e hanno salvato l’Europa da un’apocalisse radioattiva. Tre tra i più grandi eroi contemporanei. Nella 1×03 di Chernobyl, però, il tempo dei festeggiamenti è breve. A un pericolo ne segue subito un altro. L’incendio doveva ancora essere domato del tutto e il nocciolo stava iniziando a fondersi.

Il rischio che la centrale sprofondasse rendendo le falde acquifere un cimitero liquido si faceva sempre più reale. Nel terzo episodio della miniserie l’iconica cornice dell’esterno di una miniera fa da sfondo al colloquio epico tra il Ministro dell’Industria mineraria e i minatori chiamati a dare il loro contributo per evitare il peggio.

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Mentre a Mosca Lyudmilla Ignatenko e Ulana Khomyuk assistevano all’orrore della lenta agonia di Vasily, Toptunov, Akimov e Dyatlov.

La prima per suo marito. La seconda per la verità. Entrambe erano lì con uno scopo. In una scena profondamente toccante dell’ultimo episodio di Chernobyl Lyudmilla parla con Vasily, oramai ridotto a una maschera che ricorda solo da lontano un essere umano. Mente, e sorridendo gli dice di vedere tutte le bellezze di Mosca dalla stanza dell’ospedale in cui lui era ricoverato. Aspettando che si addormentasse per cedere a un pianto composto.

Di lì a poco lui l’avrebbe lasciata e non c’era tempo per cedere al dolore di fronte a quell’uomo in fin di vita.

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Ulana intanto cercava risposte al mistero dell’esplosione del reattore RBMK, un tipo di impianto che si pensava non potesse esplodere nemmeno nelle peggiori condizioni. Di fronte alla scienziata bielorussa iniziava a comporsi un mosaico. Un particolare comune nelle risposte di Akimov e Toptunov, di turno al momento del disastro, sembra accendere una luce nel buio dell’inconsapevolezza.

Entrambi gli operatori ricordano di aver premuto un pulsante di spegnimento prima dell’esplosione, ma nessuno dei due avrà modo di ripetere davanti a un giudice quanto detto a colloquio con la dottoressa Khomyuk. Anche Toptunov e Akimov sono morti a due settimane dall’incendio, con i corpi devastati e la sofferenza come ultimo ricordo della vita.

Nei pressi della centrale Legasov e Shcherbina, spiati dai Servizi Segreti Russi, supervisionavano il lavoro dei minatori. Uomini impegnati a scavare a mano un lungo tunnel sotto la centrale, lavorando notte e giorno a una temperatura di circa cinquanta gradi.

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L’esposizione alle radiazioni avrebbe avuto conseguenze negative su tutti loro.

Una serie di terribili malattie avrebbe potuto colpire nell’arco di qualche anno sia gli uomini che scavavano sotto la centrale, sia quelli in giacca e cravatta che dirigevano il loro lavoro.

Questo episodio di Chernobyl ci ha introdotti alle conseguenze più dolorose del disastro. Oramai anche i vertici politici sovietici erano consapevoli del costo, in termini di vite, che l’intera Nazione avrebbe pagato. Ma la verità aveva un costo ancora più alto e questo iniziava a comprenderlo bene anche Ulana. Sul finire della 1×03 la scienziata viene fermata e arrestata dal KGB per aver minacciato di parlare con la stampa.

Negli ultimi cinque strazianti minuti del terzo episodio di Chernobyl ogni parola è stata taciuta. Ogni questione di primaria importanza è stata sospesa dopo l’aspro confronto tra Legasov e Gorbaciov e la liberazione di Ulana. È il tempo del silenzio.

Il finale della 1×03 di Chernobyl è dolore allo stato puro.

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Un sottofondo sacrale fa da colonna sonora al lavoro delle infermiere intente a cambiare le lenzuola dopo i decessi di Akimov, Toptunov e Ignatenko. Poi alle operazioni di sigillatura delle loro bare. Un intenso crescendo di immagini atroci che colpiscono duro allo stomaco dello spettatore. La scena dei funerali delle prime vittime del disastro di Chernobyl è una delle più significative e drammatiche che si siano mai viste sul piccolo schermo.

Un frammento della realtà ricostruito con attenzione chirurgica e in grado di comunicare allo spettatore quanta sofferenza il disastro di Chernobyl abbia causato. Lyudmilla in piedi con le scarpe di suo marito tra le mani giunte all’altezza del petto e il viso straziato è il simbolo della perdita. Su quegli uomini stava per essere fatto scivolare un pesante strato di cemento.

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Direttive di sicurezza, senza dubbio. Ma il lento movimento del cemento che avvolgeva piano le bare ha un effetto soffocante. Fa mancare il respiro e rende ogni commento superfluo.

Vi prenderete cura di loro?

Aveva chiesto il capo squadra dei minatori Glukhov a Shcherbina, consapevole che ogni boccata di quell’aria maledetta era veleno per lui e i suoi ragazzi. Il politico interpretato da Stellan Skarsgård aveva risposto “Non lo so“. Senza arrendersi al desiderio di mentire a quell’uomo per rincuorarlo.

Negli ultimi istanti dell’episodio, sotto quell’effusione di cemento, le parole di Glukhov hanno preso la forma di centinaia di volti e mani impegnate a dare il loro contributo.

Erano tutti lì, sotto la coltre di cemento denso e freddo.

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Written by Sammy Morano

Scrivo per essere meno logorroica. Sogno una casa al 221b di Baker Street e una al 31 di Spooner Street. Una a Wisteria Lane, una al 7 di Craven Road e già da bambina ne sognavo una dove il cap è 90210.

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