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Come sarebbe cambiata Breaking Bad se il protagonista fosse stato Nick Miller

Breaking Bad

A me sta tutina gialla neanche piace. Preferisco una cosa più casual, una camicetta a scacchi e un paio di jeans. Invece niente, ogni volta che devo andare a lavorare devo tirare su questa cosa gialla che mi fa sembrare un disinfestatore. Però niente da fare, le regole della chimica sono queste, e le regole della mia attività illegale anche. Che poi – pensavo – ogni volta che cucino, ho paura da morire che qualcosa mi sfiori, che la sostanza che sto cucinando venga a contatto con me, che Jesse me la rifili in qualche modo e io muoia immediatamente perché incapace di reggerla. Ne sono certo, eh. Se mi rifilo una roba del genere, io muoio sul colpo. E insieme a me muoiono tutte le mie ansie. Sarò il primo deficiente che invece di morire per la propria malattia, muore per sbaglio perché troppo disattento nei confronti del lavoro in cui dovrebbe essere un professionista. Sia chiaro: professionista lo sono, coraggioso no.

Mi alzo ogni mattina per andare fare un lavoro socialmente accettabile per la società, e poi vado a dormire ogni sera dopo aver fatto un altro genere di cose, qualcosa che non approverebbe nessuno, neanche mia moglie Skyler. Io l’ho sempre detto quale sarebbe il mio più grande sogno: o scrivere un libro, o aprire un bar tutto mio. Ma la morale della favola della mia vita è che non posso fare niente di tutte e due le cose: la prima mi esporrebbe troppo al pubblico – e non sono quel genere di persona a cui in questo momento convenga tale mossa, ma poi capirete meglio il perché – e l’altra è troppo impegnativa per me che, per chi non lo sapesse, sto morendo. Non so neanche dove sono, non posso palesarmi a nessuno. Ma questa è una storia che ha bisogno di molto più tempo per essere raccontata. Facciamo un passo indietro.

Breaking Bad

Tutta la mia famiglia ha scoperto della mia malattia quando ancora non avevo avuto il coraggio di assimilare la drammatica notizia. Mi sono bevuto una birra quel giorno, e poi l’ho osservata apprendere il disastro che stava per incombere senza un minimo di preavviso. Skyler ha sempre cercato di tranquillizzare le mie ipocondrie continue, ma non sa che cosa farci neanche lei adesso. Non sono più le paure di un Nick Miller che si sente tutte le malattie addosso senza motivo, sono le paure di un malato terminale.

Nick Junior – si, ho chiamato così mio figlio: non mi andava di pensare troppo al suo nome e l’idea di dargli l’onore di portare il mio mi sembrava mi garantisse un posto in paradiso – mi guarda sempre chiedendomi dei consigli su come riuscire ad averla vinta con le ragazze. Mi vede come un eroe, ma è un’immagine totalmente fittizia. Sono sempre stato spaventato da tutto, sono sempre fuggito. Skyler è l’eccezione perché è sicura, ha sempre una strada da propormi quando le mie risultano incerte. Non mi ha fatto mai paura avere lei accanto a me, perché soltanto con lei riesco a stare meglio.

Comunque, evitiamo questi racconti smielati. Andiamo dritti al punto. Vi stavo dicendo….dove ero arrivato? Ah, ecco. Sì. Il giorno in cui scoprì le mie pessime condizioni di salute guardai i miei familiari immaginandomi un mondo senza di me. Nella mia mente si creò il delirio. Li immaginai con l’acqua alla gola, senza alcun soldo, con Skyler obbligata a fare più lavori possibili per garantire una certezza economica alla famiglia. Non mi piacque per nulla quell’idea. Sorseggiando una birra in un bar che fino a quel momento avrei voluto comprare io, incontrai un mio ex allievo: Jesse Pinkman. Offrii lui una birra, e cominciammo a parlare di tutte le cose che in quel momento non andavano bene. Ero ubriaco fradicio, e lui tanto quanto. A un certo punto, una volta usciti dal bar, Jesse tirò fuori una roba completamente illegale – una di quelle che mi mette addosso la paura di restarci secco, per intenderci – e se la calò senza paura. Le cose che mi fanno paura sono anche quelle che più mi interessano. Dal solo contatto visivo, soltanto avendola di fronte a me senza bisogno di calarmela, avevo già compreso che quella non solo fosse una me**a, ma che fosse anche fatta malissimo. Insomma, sono un chimico, sapevo di cosa stessi parlando.

<< Quella roba non è solo una me**a, è anche fatta malissimo.>> Dissi a Jesse, catturando subito la sua attenzione. <<Certo. Il chimico ha parlato. Questa è vostra fregatura: pensate sempre di poter fare di meglio. Ma tu sei solo un insegnante, non puoi sapere quanto in questo momento io mi senta in paradiso solo grazie a lei.>> Fu così convinto delle parole che stesse dicendo che in qualche modo anche io, in quel momento, mi sentii solo un insegnante, e non più un chimico. <<Forse. Ma tu non sei neanche una delle due cose. Ti dico che è fatta terribilmente.>>

<<Allora sai che ti dico, professore? Cucinala. Falla tu. Vediamo cosa sai fare.>> Ma questo è scemo? Furono più o meno queste le esatte parole che pensai. Allacciai il trench, e dissi sì. Più o meno è così che ho sempre affrontato la mia vita: facendo cose totalmente a caso.

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Dopo ore di lavoro Jesse fu pronto a provare la mia creatura. Io gliene stavo ben lontano impaurito totalmente da quello che le mie mani fossero riuscite a fare. Oh, ne ero convinto: un tocco di quella e morivo. Ciao ciao Skyler. Ciao ciao a tutti, prima ancora del tempo. Ma sì, sai che faccio? – pensai – adesso comincio a farne uso, così metto subito fine al dolore. Tanto io sono un deboluccio, mi servirà giusto per questa volta. Poi addio. Il flusso di pensieri – tutti accompagnati da una birra post cucina – furono interrotti da Jesse.

<<Questa è una roba potentissima. Ma noi con questa diventiamo ricchi, amico! Tu con questa vai a finire nella migliore clinica privata del mondo, una di quelle in cui ti salvano con lo sguardo talmente tanto è potente! Tu devi cucinare, sempre! Non solo per me, per tutti. Sai quanti spacciatori conosco io? Sai quanti acquirenti gli ho portato? Con questa ti faccio diventare ricco in un mese. Ma che dico.. due settimane e vedi i primi bigliettoni importanti della tua vita! Non puoi dirmi no. Questa è l’idea vincente per te, e per me ovviamente!>>

Ma questo è totalmente scemo. Ha completamente perso la testa. Me lo ricordavo cretinetto, eh. Ma così è esagerato. Non faccio in tempo a fare una cosa che subito mi fa diventare un criminale. Ma questo è totalmente fuori di testa.

Pensai ognuna di queste cose. Poi andai via. Neanche glielo dissi che era un no. Ma dai, mi avete visto? Io ho paura della mia ombra. Vivere pensando di dovermi difendere perché sono un criminale mi metterebbe il triplo della mia ansia giornaliera. No. Non poteva diventare vero. Io – questa gran cavolata – proprio non la farò mai.

Ovviamente alla fine la feci.

Jesse era stato convincente, non posso negarlo. Mi parlò di tutti i pro fornendomi un unico contro: stare attento a non farmi prendere. Capirete bene che tutti i pro del caso – tipo essere ricco sfondato, offrire soldoni in quantità alla mia famiglia, viaggiare in prima classe, bere birre di un certo tipo totalmente artigianali – battono l’unico contro che richiede solo un po’ di attenzione. Io dovevo solo cucinare lontano da tutti, quello che ci metteva la faccia era Jesse. Nel caso – pensai – acchiappano lui. Non verrò mica scoperto io.

Ero diventato il re della metanfetamina, il re dei cristalli. Nessuno guardandomi avrebbe mai pensato che conducessi una doppia vita criminale, neppure Jesse riusciva ancora a credere che potessi essere in grado di fare una cosa del genere. Era lui – in un certo senso – a mantenere il pugno duro quando era necessario. Io proprio non riuscivo a essere serio. Una volta, e non sto scherzando, bevvi così tante birre che cucinai totalmente ubriaco e poi andai a donare tutto il ricavato per le strade di periferia con la colonna sonora natalizia. Non fui beccato per un soffio. Immaginate la scena: ero travestito da Babbo Natale, e avevo in corpo litri di alcol. Andai dove sapevo Jesse andasse sempre, e buttai chili di roba a tutti urlando “Oh,Oh! Il Natale sta arrivando!”. Il mio socio era lì, e mi vide. Mi portò immediatamente in laboratorio facendomi un discorso su quanto avessi messo in pericolo il nostro lavoro e la nostra libertà. Capirai, come se lui non fosse un deficiente il 90% del tempo.

<<Ma vuoi farci prendere? Ma che ti dice il cervello?>> disse Jesse agitandosi, camminando da una parte all’altra della stanza. <<Calmati, amico! Era Natale, ho voluto fare un bel gesto nei confronti di chi ci sta permettendo di essere ricchi sfondati. Era una sera! Ma dai!>> Avevo ragione? Certamente no, ma non mollai un colpo. Ero divertito da morire. Mi sentivo come un bambino alle elementari durante la ricreazione pronto a dare le caramelle a tutti.

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<<Tu ci farai arrestare. Tu metterai tutto a rischio perché sei ancora un bambino. Non cresci. E io non vado in carcere di certo per colpa tua e del tuo lato infantile!>> Urlò Jesse ancora, e ancora. Andò avanti per ore quella discussione. Lui spiegò le ragioni per cui io sia stato un incosciente, e ognuna assumeva un senso logico sempre più forte della precedente, e io stavo zitto sorseggiando ancora l’ultima birra che avessi a disposizione. Alla fine del discorso si voltò verso di me e mi chiese: <<Allora pezzo di me**a. Hai capito che ti faccio fuori alla prossima stro***ta?>> <<Si, Jesse, l’ho capito. Ora, però, dimmi tu una cosa.>> <<Cosa?>> <<Ma quanto è stato divertente?>> Dopo questa frase scattai in una risata infinita, una di quelle che non sapevo più fermare. Mamma mia, ancora ho i brividi se ci penso! Mi divertì tantissimo andare lì vestito in quel modo autoproclamandomi re del Natale e dei cristalli. Lui non lo sa cosa si è perso, ma certo che non lo sa. E non sta mica parlando con una persona solare, eh. Solare non lo sono mai stato, ma cerco di mascherare la mia autocommiserazione in birra, stron**te e avventure. Tutto qua, eh. D’altronde, se devo vivere una doppia vita, che sia almeno più simpatica e folle dell’altra.

E poi, dai. Sono Heisenberg da un bel po’. Nessuno mi ha mai scoperto. Sono bravissimo in questo. Un osso duro del crimine.

Ovviamente, fui scoperto.

Non fui bravo a stare attento. Ero proprio un cretinetto. Mi dicevo che non sarebbe mai successo, e alla fine mi feci scoprire nel più stupido dei modi: lo dissi io. Davvero, non scherzo. Ero a casa mia con Hank, lui mi stava parlando di questo Heisenberg a cui stavano dando la caccia. Cominciai a sudare. Tutti sanno che quando sudo sto nascondendo qualcosa. Ovviamente il mio caro cognato capì che qualcosa non quadrava. Nella sua mente – però, al massimo – io avevo potuto comprare qualcosa da lui, o magari sapevo chi fosse. Insomma, non è che per Hank fossi io il criminale. Però l’ansia mi stava totalmente mangiando vivo, ero una pozzanghera di sudore. A un certo punto urlai senza mai prendere fiato una frase che scatenò la mia condanna: <<SONO IO HEISENBERG>> e mi misi a correre. Saltai sopra il cancello, rimasi intrappolato per un attimo, caddi da lì e poi ricominciai a correre. Nel frattempo tre quarti della mia famiglia mi stava guardando con la bocca aperta, totalmente scioccata.

La mia fuga fece sì che le indagini non si chiudessero mai. Qualcuno stava continuando a produrre i miei cristalli, ma non si seppe mai chi. Io ero diventato – per tutti – il primo Heisenberg della storia, ma la vera opera la fece Jesse. Ricco dei miei insegnamenti, continuò a cucinare. Senza di me non avrebbe mai potuto farlo e così – per ringraziarmi – mandò una grossa somma di denaro a me e alla mia famiglia senza mai svelare la propria identità. Così, tirai a campare come un fuggitivo che per tutti si era fregato alla grande da solo, senza un motivo. Ma io lo avevo sempre pensato durante la mia vita: l’ansia e il sudore saranno la mia rovina. E così è stato.

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Scritto da Annalisa Gabriele

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