Ogni giorno raccontiamo le serie TV con passione e cura. Se sei qui, probabilmente la condividi anche tu.
Se quello che facciamo è diventato parte delle tue giornate, DISCOVER è il modo per sostenerci.
Il tuo abbonamento ci aiuta a rimanere indipendenti. In cambio: consigli personalizzati, contenuti esclusivi, zero pubblicità.
Grazie, il tuo supporto fa la differenza 💜
Brandon, Brenda, Kelly, Dylan, Steve, Andrea, Donna e David: se chiudete gli occhi e pensate agli anni ’90, i nomi e i volti che compaiono quasi istantaneamente nella mente sono quelli dei protagonisti di Beverly Hills 90210. Per essere più precisi, era il 1990 e Brandon e Brenda Walsh – freschi di trasloco dal Minnesota – varcavano la soglia del West Beverly High cambiando per sempre il concetto di adolescenza su piccolo schermo. Grazie a questa serie tv cult, infatti, il paradigma è mutato radicalmente: i ragazzi non sono più i “figli di” o i “comprimari funzionali alla narrazione”, ma diventano i soli e assoluti architetti del racconto.
Fino a quel momento i teenagers della televisione erano solitamente relegati al ruolo di figure-cliché. Quelle, per intenderci, che chiedevano le chiavi della macchina nelle sitcom, che si ribellavano fumando di nascosto o, in alternativa, le macchiette comiche nei family drama (il secchione, la bionda sciocca, il belloccio di turno). Ma poi è arrivata Beverly Hills 90210 e con essa una nuova e sana consapevolezza. Improvvisamente e imprevedibilmente, il mondo si accorse che gli adolescenti non hanno solo voglia di divertirsi ma sono delle persone a tutto tondo, con problemi, ansie, desideri e, soprattutto, una dignità che nessuno aveva mai concesso loro prima.
Tuttavia, per capire la portata della rivoluzione, dobbiamo guardare a ciò che veniva trasmesso precedentemente, durante gli anni ’80. Da un lato c’erano le sitcom rassicuranti alla I Robinson o Genitori in Blue Jeans, in cui i giovani erano delle creature da guidare e in cui il conflitto si risolveva sempre con una lezione morale impartita dal patriarca di turno entro il ventesimo minuto della puntata. In televisione, l’adolescenza era una fase di passaggio rumorosa che gli adulti dovevano gestire come una specie di patata bollente, di cui liberarsi il prima possibile. Inoltre non esisteva uno spazio in cui i ragazzi parlassero ai ragazzi senza il filtro edulcorato delle prediche genitoriali. Dall’altro lato c’erano film come The Breakfast Club che invece avevano provato a scavare nell’interiorità dei teenagers, pur rimanendo isolati nelle tempistiche di una pellicola di breve durata.

Con Beverly Hills 90210 il viaggio diventa finalmente tutto dei suoi protagonisti. E i protagonisti, per la prima volta, sono gli adolescenti. Prendiamo Dylan: in una qualsiasi altra serie anni ’80, sarebbe stato il classico cattivo ragazzo stereotipato. Bello e dannato, alla James Dean. Nella serie anni ‘90, al contrario, Dylan è un’anima tormentata. Uno che legge Hemingway, lotta con l’alcolismo e che soffre per il rapporto tossico con la famiglia e con il denaro. Non è più una caricatura bensì la personificazione di una solitudine che moltissimi giovani provano nell’angolino delle loro camerette. Oppure Kelly, che ha un disturbo alimentare (quanto era avanti Beverly Hills 90210!) e che soffre per l’assenza della madre.
Ciò che è riuscito a fare questo show è proprio quello di aver saputo smontare i cliché sull’età della crescita pezzo dopo pezzo. E, aspetto ancor più lodevole, di aver dato ai giovani il diritto di tormentarsi per cose che gli adulti consideravano sciocchezze, validando i sentimenti di una generazione, e facendo passare il messaggio che anche quello che provano i ragazzi è importante e meritevole di prendersi un proprio posto nel palinsesto televisivo. Episodio dopo episodio, la serie ha dimostrato che si può esplorare l’incertezza del futuro, la ricerca dell’identità e la costruzione dei legami elettivi con crudo realismo. Una caratteristica dei teen drama a cui ai tempi si era ben poco abituati e che oggi invece consideriamo necessaria, quasi scontata, proprio grazie alla serie anni ’90.
Oltre a tutto quello che abbiamo scritto fino a qui, Beverly Hills 90210 ha avuto anche il merito di non tirarsi mai indietro di fronte a temi scomodi, considerati tabù per l’epoca, trattandoli con serietà e rispetto. In un periodo di confusione e di disinformazione, la serie parlò apertamente di protezione e test contro l’AIDS, educando un’intera generazione attraverso i dubbi dei suoi protagonisti. L’uso di droghe leggere e l’abuso di farmaci per dimagrire, mostrò invece come le pressioni estetiche e sociali dei quartieri ricchi fossero trappole mortali e non solo scenari patinati.

Questi temi impattarono profondamente sugli spettatori perché vennero affrontati nel lungo corso della serializzazione. Un trauma non spariva nell’episodio successivo ma influenzava il personaggio per intere stagioni. Ed è questa continuità emotiva ad aver permesso al pubblico di creare un legame simbiotico con Brendon e gli altri. Se ci soffermiamo un attimo su questo punto, è incredibile pensare come la serie anni ’90 abbia aperto la strada a tutti i teen drama successivi, da The O.C. a Dawson’s Creek, fino alle più recenti Euphoria e Skins. Niente Ryan Atwood se non fosse esistito Dylan McKay; niente triangolo Dawson, Joey e Pacey senza la rivalità tra Kelly e Brenda.
A questo punto una domanda sorge spontanea: dopo più di trent’anni di serialità televisiva, cosa resta oggi di Beverly Hills 90210? Resta tutto. Ogni volta che guardiamo uno show in cui i ragazzi parlano dei loro problemi senza che un adulto entri nella stanza a spiegare loro come vivere, stiamo guardando un pezzo del DNA creato da Darren Star. La serie cult ha affermato una volta per tutte che gli adolescenti non sono solo una nicchia, ma un pubblico globale affamato di storie che possano riflettere la loro realtà.
Prima del 1990, l’adolescenza in TV era una macchietta di colore appena accennata. Dopo il 1990, è diventata una tela di grandi dimensioni, ricca di dettagli e sfumature. E da essa abbiamo imparato che i ragazzi possono essere complessi, crudeli, eroici e profondamente fragili, com’è naturale che sia. Abbiamo imparato che le loro storie meritano di essere raccontate con la stessa visibilità di quelle degli adulti. Beverly Hills 90210 non è stata solo una soap opera per giovani. È stato anche il manifesto politico di una generazione che reclamava il diritto di essere protagonista del proprio tempo. E, a distanza di oltre trent’anni, quel riff di chitarra iniziale continua a ricordarci che, in fondo, siamo tutti ancora un po’ bloccati tra i corridoi del West Beverly, a cercare di capire chi diventeremo da grandi.







