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Saul Goodman, il veleno e l’antidoto al male di vivere di Gene Takovic

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla 6×09 di Better Call Saul

Cosa passa per la testa di Gene Takovic? Cosa potrebbe restituire una parvenza di colore a una vita in bianco e nero? Chi è davvero, quel che resta di Jimmy McGill o quel che resta di Saul Goodman? Altro? Sì, è un altro uomo. Sempre lo stesso. Ma chi? Ce lo domandiamo da anni, all’inizio di ogni stagione di Better Call Saul. Rispondere, tuttavia, non è per niente semplice, e solo lui potrà dar voce fino in fondo ai suoi tormenti. Una chiave di lettura al suo male di vivere, il testo di una pagina bianca macchiata dal sangue delle vittime collaterali, complici inconsapevoli della nascita di un impero. Ma la fine di Better Call Saul si avvicina e con essa dovremmo avere sempre più soluzioni al suo enigma. Invece, al contrario, i dubbi sono aumentati e ci portano ora a non avere più la minima idea di cosa vedremo tra un episodio e l’altro: del percorso lineare che ha accompagnato la trasformazione dell’avvocato dei colpevoli nell’ombra sbiadita di se stesso, è rimasta la figura ingombrante di Jimmy McGill e un’esperienza di vita che ci porta a vederlo con occhi completamente diversi. Una figura dissolta in una maschera tragicomica alla quale Gene continua ad aggrapparsi, senza avere una vera alternativa.

Saul, però, era un uomo altrettanto solo e altrettanto infelice, protagonista di una corsa sfrenata che gli permetteva di non crollare sotto il peso della sua coscienza. Ed è questo a portarci a interrogarci sulla vera chiave di risoluzione dell’esistenza di Gene Takovic: alla luce di quello che abbiamo vissuto nel time skip affrontato nella 6×09 di Better Call Saul, che motivo avrebbe di rimpiangere i tempi in cui era Saul Goodman?

Sarebbe semplicissimo rispondere, se ci fossimo fermati alla prima cold open di Better Call Saul, con la sola conoscenza degli eventi narrati in Breaking Bad. Saul Goodman era un uomo ricco, ricchissimo. Realizzato, importante, imponente. Carismatico, divertente e brillante. L’avvocato immorale, l’astuto azzeccagarbugli del mondo del crimine, il business man che guida una bianchissima Cadillac e può permettersi chi e quello che gli pare. Lo stesso che si ritrova poi, da un momento all’altro, dalla rovente Albuquerque alla cupa Omaha, solo, in fuga perenne, perseguitato dagli spettri delle vite passate e costretto a lavorare in un anonimo Cinnabon. Un salto nel buio, oltretutto improvviso. La lettura dei pensieri di Gene sembrava esser quindi scontata: aggrapparsi ai dolci ricordi dei tempi in cui gestiva un vero e proprio impero, seppure attraverso una videocassetta, pareva essere l’unico modo per sentirsi ancora qualcuno.

Tra infiniti dubbi e svariate teorie, questa linea interpretativa non era stata messa granché in discussione fino agli ultimi minuti della 6×09. Ma poi Kim ha preso la decisione che ha preso, quel che restava dell’anima di Jimmy è finito in una valigia, abbiamo chiuso gli occhi per un attimo e ci siamo ritrovati davanti Saul Goodman, nella peggior veste possibile. Non certo uno sconosciuto, perché alla storia del pagliaccio triste avevamo creduto da molto tempo. Ma un altro Saul Goodman, seppure lo immaginassimo così anche ai tempi di Breaking Bad. Una volta abbandonato da Kim, la maschera ha fagocitato ognuna delle sue cellule, Jimmy si è trasfigurato in un mostro e la dimensione lavorativa ha inglobato anche quella privata. Perché Saul non è più stato Saul solo negli orari d’ufficio, ma 24 ore su 24. 7 giorni su 7. 365 giorni all’anno. Mattina, sera, notte. A letto con una prostituta, a colazione, persino sotto la doccia. Pur dentro una reggia, Saul non ha più avuto una casa. E ha fatto di tutto per non avere più tempo manco per sé, finendo col rimpiazzare il dolce profumo di un rassicurante caffè con una squallida ciotola di barrette proteiche.

Sempre di corsa, per non pensare. Per essere, in qualche modo, l’unica maschera che il mondo non voleva accettare e ha saputo premiare. Una fuga dalla realtà per non processare lutti, addii e traumi di vario tipo, come ha sempre fatto: ogni volta che la vita presentava il conto per le sue azioni, un pezzo di Jimmy moriva, Jimmy fuggiva via e si limitava ad attendere il giorno in cui avrebbe smesso di pensarci. Saul d’altronde, è nato dalle ceneri della battaglia legale col fratello Chuck, è cresciuto con la sua dipartita e quella parallela di Howard, s’è alimentato dei traumi provocati dalle varie rotte di collisione coi Salamanca e, infine, ha avuto la meglio su tutto il resto dopo l’addio dell’ultima persona che potesse tenerlo ancorato ai brandelli di Jimmy, Kim. Chiunque fosse in grado di rivolgersi a lui col suo nome di battesimo, è morto o è sparito dalla sua vita, fino a cedere il passo a un alter ego senza più freni morali. Ridicolo, eppure potentissimo. Mentre il mostro che albergava dentro Walter White aveva dato una voce tronfia a chi una voce non l’aveva mai avuta, il mostro che è cresciuto dentro Jimmy s’è alimentato del suo silenzio. Un’incapacità costante di affrontare se stesso che non gli ha mai fatto accettare l’idea di avviare un percorso per risolvere i suoi problemi alla radice, gli ha fatto prendere sempre una scorciatoia e condividere con la sua Kim un percorso fondato sul sentimento, il gioco e le troppe parole non dette.

Insomma, il Saul Goodman che vediamo nel recente time skip di Better Call Saul è tutto, meno che un uomo felice. E gli autori hanno dato il meglio per mostrarcelo dentro uno specchio deformato attraverso cui non l’avevamo mai visto, manco nei passaggi più brutali di Breaking Bad. Solo lui potrà dirci se ne sia comunque valsa la pena, ma quel che è certo è che in parte stupisca, allo stato attuale, l’idea che Gene possa rimpiangere i tempi in cui Saul era tutto quello che aveva e non (apparentemente) quelli in cui Saul era uno strumento nelle sue mani. Mentre si rifugiava tra le braccia di Kim, mai solo. Perché quello sì, era il compromesso ideale tra le tendenze distorte della sua anima, alla ricerca di un ambizioso posto nel mondo e spezzata dall’umana necessità d’essere amato e accettato per chiunque volesse essere. Solo lui potrà spiegarci, eventualmente, perché rimpianga i tempi dell’estrema menzogna. Fino ad allora, un piccolo dubbio rimarrà. Non può non rimanere, dopo aver conosciuto Jimmy McGill, le sue premesse, la sua evoluzione, il suo percorso di vita, la sua storia, la sua filosofia. Non può non rimanere, dopo averlo visto vivere una delle storie d’amore più belle, sincere e romantiche nella storia delle serie tv.

La verità, allora, può essere solo una, fino a prova contraria: Gene non ama davvero Saul, pensa ancora all’amata Kim (come sembrerebbe suggerire il testo del primo brano inserito nel pilot di Better Call Saul) e non lo rimpiange fino in fondo. Ma il personaggio gli permetteva di avere un posto nel mondo, esprimere un potenziale importante, realizzarsi e, soprattutto, non pensare. Si aggrappa a lui perché è l’unica figura rimastagli vicina. Non ha nessun altro: non un amore, non un amico, non una persona cara, un contraltare. Tutti, dal primo all’ultimo, sono morti o scomparsi dalla sua vita. Saul è Marco e Giselle ma anche un urlo, soffocato a lungo, in faccia a Chuck e Howard. È il veleno e allo stesso tempo l’antidoto al suo male di vivere.

L’unico possibile anello di congiunzione tra chi avrebbe voluto essere e chi il mondo gli ha permesso di essere. Un mondo che l’ha fatto nascere da secondo con la testa di un primo, gli ha dato solo opportunità che l’avrebbero snaturato, l’ha rigettato e l’ha giudicato prima ancora che potesse essere chiunque gli chiedesse di essere. Un mondo che ha schiacciato Jimmy e ha generato la sua maschera. Saul Goodman, invece, ha avuto la forza di ingannare e truffare tutti, incluso lo stesso Jimmy. E ha la forza di fare altrettanto con Gene, intrappolato in una vita che non ha scelto di vivere, nemesi di se stesso. Nonostante ciò, sarà sempre abbastanza per permettergli di sopravvivere. E scivolare ancora, fino a farsi assolvere pure nell’aldilà. Dopo aver attraversato il purgatorio dell’anonimato, ben più greve della morte.

Antonio Casu

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