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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Ma non è che state dimenticando qualcuno? Dopo aver elogiato ampiamente le scelte fatte dall’Academy agli Emmy 2026 e aver concentrato l’attenzione, ancora più nello specifico, sui riconoscimenti ottenuti da Pluribus, è il momento di parlare di una serie che invece ha ottenuto ben poco. Una che avrebbe meritato di più, anche se non è semplice comprendere cosa sarebbe stato opportuno fare per celebrarne il valore. Mi stupisce, tuttavia, che se ne sia parlato così poco negli ultimi giorni. E allora ripeto la domanda: non è che state dimenticando qualcuno? Non è che vi siete scordati di A Knight of the Seven Kingdoms?
Sembra esser passato chissà quanto tempo, ma il prequel di Game of Thrones è andato in onda su HBO all’inizio di quest’anno. E il pubblico l’ha apprezzato, eccome se l’ha apprezzato. Ha riconosciuto, in particolare, un cambio di registro rispetto alla serie madre e all’altalenante House of the Dragon, ritrovando lo spirito della saga di Martin con un atteggiamento narrativo più improntato sulla dramedy che sul drama dalle note ironiche.
Il pubblico ha apprezzato, soprattutto, la compattezza del racconto: sei puntate da mezz’ora circa che non si perdono in sottotrame superflue e spiccano per immediatezza con un gran ritmo e una spettacolarità piuttosto insperata alla vigilia, senza rinunciare in alcun modo all’introspezione e all’assecondamento della visione autoriale di Martin.
Uscita a fari spenti rispetto alle premesse di un franchise tanto imponente, A Knight of the Seven Kingdoms ha coinvolto nel corso delle settimane di messa in onda un pubblico sempre più importante, una volta superato lo scetticismo iniziale.

Chi ci segue sa quanto l’abbiamo apprezzata e perché la consideriamo una delle migliori sorprese del 2026 televisivo. Immagino che lo stesso valga per tanti di voi, anche se l’anno è ancora abbastanza lungo da impedire di comprendere in quale posizione potrebbe finire.
In ogni caso, è una serie che merita la massima considerazione. Una serie che ha un progetto a lungo termine intrigante e ci riporta a un’idea di televisione d’altri tempi, pur essendo una figlia credibilissima di questa era. Mi sarei aspettato, quindi, un trattamento diverso agli Emmy 2026.
Qualcosa di più, per intenderci, del singolo premio vinto, oltretutto in una categoria tecnica.
Perché sì, stiamo parlando di questo: A Knight of the Seven Kingdoms, una delle migliori serie tv del 2026, ha vinto l’Emmy per la migliore performance degli stuntman grazie all’episodio In the Name of the Mother.
Un po’ poco, dai. Va meglio se si parla delle nomination, nove in tutto. Inclusa quella più importante: era infatti inserita tra le nove che si sono contese il premio per la miglior serie drama, vinto per il secondo anno di fila da The Pitt.
Ci sta che non abbia ottenuto quel riconoscimento, per carità: non so se The Pitt fosse la candidata più forte, ma so che Pluribus l’avrebbe meritato ancora più del pur ottimo prequel di Game of Thrones.
Qui si entra in una delle questioni più complesse: se davvero A Knight of the Seven Kingdoms avrebbe meritato di più, cosa avrebbe meritato?
Mi lasciano perplesso, in particolare, due scelte fatte.
La prima riguarda l’esclusione dalle candidature dei due attori principali, Peter Claffey e Dexter Sol Ansell. I due sono stati al centro del racconto con grande intensità, dando anima e corpo a personaggi che hanno respirato sullo schermo fin dal primo momento, sempre in bilico tra le dinamiche più drammatiche e quelle da buddy movie.
Sono stati tra i punti di forza principali della prima stagione, complice anche l’ottima alchimia che hanno trovato insieme, ma gli Emmy non li hanno premiati in alcun modo. C’è da aggiungere, tuttavia, che il primo aveva di fronte una concorrenza davvero notevole: avrebbe concorso per il premio al migliore attore protagonista di una serie drama al posto di uno tra Noah Wyle (The Pitt), Sterling K. Brown (Paradise), Gary Oldman (Slow Horses), Mark Ruffalo (Task) e Rufus Sewell (The Diplomat).
Sarebbe stato bene tra loro, ma comprendo l’esclusione.

Dexter Sol Ansell, invece, avrebbe concorso come “non protagonista”, e francamente avrei sostenuto con maggiore convinzione una sua candidatura. Avrebbe affrontato, infatti, Tom Pelphrey (Task), Patrick Ball (The Pitt), Billy Crudup (The Morning Show), Shawn Hatosy (The Pitt), Gerran Howell (The Pitt), Jack Lowden (Slow Horses) e Carlos Manuel Vesga (Pluribus). Ognuno di loro ha offerto una grande interpretazione, ma è qui che individuo le maggiori criticità.
Dexter Sol Ansell riesce a dare a Egg una personalità autonoma: non si limita ad accompagnare il protagonista, ma contribuisce costantemente a definirlo. È lui a dettare spesso i tempi comici della coppia, a ribaltare le aspettative dello spettatore e a introdurre una consapevolezza che il suo maestro non possiede ancora. Il tutto senza sacrificare la dimensione emotiva del personaggio, fondamentale nei momenti più drammatici della stagione.
Se poi annoto il fatto che avrei visto bene nella lista pure Danny Ings, fantastico nel ruolo di Lyonel Baratheon con alcuni momenti davvero memorabili che hanno capitalizzato lo screentime nel miglior modo possibile, aumentano i rimpianti.
Insomma, le possibilità c’erano. E manca ancora il punto più importante: siamo davvero sicuri che sia stato giusto candidare A Knight of the Seven Kingdoms tra i drama e non tra le comedy?
Il dubbio è legittimo: seppure sia di per sé giusto l’inserimento tra i drama, è evidente che la serie sia molto più comedy di tante “comedy” certificate dall’Academy. A The Bear dedicammo un approfondimento a riguardo alcuni anni fa, e anche Widow’s Bay è in bilico in tal senso: mentre la prima parte della stagione ha un gusto comico marcato, la seconda si orienta verso un racconto di genere più marcatamente horror. Di conseguenza, se è giusto inserire Widow’s Bay tra le comedy – e ci sta, sia chiaro – sarebbe stato ancora più legittimo includere nella categoria A Knight of the Seven Kingdoms, una serie che a tratti sembra essere un’espressione persino tradizionale di comicità televisiva.
Non è solo una questione di battute o di situazioni occasionalmente divertenti. La comicità è parte integrante della struttura narrativa di A Knight of the Seven Kingdoms.
Il rapporto tra Dunk ed Egg si fonda su un continuo ribaltamento delle gerarchie, con un cavaliere che dovrebbe insegnare al proprio scudiero come stare al mondo e finisce invece per imparare da lui molto più di quanto vorrebbe ammettere. La serie costruisce buona parte della propria identità proprio su questa dinamica, alternando i meccanismi della buddy comedy a momenti drammatici di notevole intensità. Non è una comedy pura, certo, ma non è nemmeno un drama che si concede qualche battuta per alleggerire la tensione.
Non è fuori luogo, quindi, pensare che avrebbe potuto stare là.
Lo capisco, però: sono questioni soggettive. E nel dubbio ha ragione chi ha deciso. Resta, però, il disappunto per una serie che avrebbe meritato di essere riconosciuta fino in fondo per quanto ha dato con la sua prima stagione, invece di limitarsi agli stuntman. Con una consolazione: se tutto dovesse andare per il meglio, avrà ancora parecchie opportunità per affermarsi pure agli Emmy e scrivere capitoli importanti in tal senso.
Dopo aver assistito all’indegno trattamento subito da Better Call Saul, non avrei voglia di scrivere un’altra storia triste.
Antonio Casu






