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The Witness è davvero un’Adolescence che non ce l’ha fatta?

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Da quando The Witness è arrivata in streaming, una parte del pubblico e della critica ha iniziato ad accostarla quasi automaticamente ad Adolescence, una delle serie più discusse e apprezzate degli ultimi anni. Il motivo è evidente: entrambe ruotano attorno a un crimine, entrambe fanno leva sulla tensione psicologica e sulla ricerca della verità, entrambe utilizzano il thriller come punto di partenza per raccontare qualcosa di più profondo. Da qui è nato un paragone che, sui social, è diventato quasi inevitabile.

Eppure, fermarsi alle somiglianze più evidenti rischia di restituire un’immagine distorta di entrambe le opere. Perché se è vero che The Witness condivide con Adolescence alcune suggestioni narrative, è altrettanto vero che percorre una strada completamente diversa, sia negli obiettivi sia nel modo in cui costruisce il proprio racconto. Il risultato è una buona serie, solida e capace di conquistare il pubblico, ma che non punta né riesce a raggiungere la stessa profondità dell’opera con cui viene continuamente confrontata.

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The Witness è una delle migliori miniserie del periodo
Credits: STV Studios

La vicenda di The Witness prende il via da un evento traumatico destinato a cambiare la vita dei protagonisti. Un testimone inconsapevole di un grave crimine si ritrova improvvisamente al centro di una vicenda più grande di lui. Sarà costretto a confrontarsi con la giustizia, con le pressioni delle autorità e con il peso delle proprie scelte. Quello che inizialmente sembra essere un classico thriller investigativo si trasforma progressivamente in una storia fatta di segreti, manipolazioni e dilemmi morali, nella quale ogni personaggio custodisce una parte della verità. La serie costruisce la suspense attraverso una narrazione scandita da continui colpi di scena, alternando momenti di forte tensione a fasi più intime dedicate all’approfondimento dei protagonisti. La ricerca della verità diventa così il motore dell’intera vicenda, ma anche il pretesto per raccontare come un singolo evento possa stravolgere l’esistenza di più persone.

Il principale punto di forza di The Witness è la sua capacità di tenere alta la tensione. La sceneggiatura dosa con intelligenza le informazioni. Evita di rivelare troppo presto le carte e mantenendo viva la curiosità dello spettatore episodio dopo episodio. È una serie costruita con gli strumenti classici del thriller contemporaneo: misteri, sospetti, continui cambi di prospettiva e un ritmo sempre sostenuto.

Anche i personaggi risultano convincenti, pur senza raggiungere una particolare complessità psicologica. Le loro motivazioni sono credibili e il cast riesce a dare spessore anche ai momenti più drammatici, ma il racconto non si sofferma mai davvero ad analizzarne le contraddizioni più profonde. L’obiettivo rimane soprattutto quello di accompagnare il pubblico lungo una vicenda ricca di suspense. Da questo punto di vista, The Witness funziona esattamente come dovrebbe: è una serie ben realizzata, coinvolgente e capace di intrattenere senza tempi morti. Non pretende di rivoluzionare il genere, ma ne utilizza con competenza le regole, offrendo un prodotto di qualità che spiega facilmente il successo ottenuto.

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Il discorso cambia radicalmente quando si parla di Adolescence. Anche in questo caso il punto di partenza è un fatto di cronaca drammatico, ma la serie sceglie fin dall’inizio di spostare il focus dall’indagine alle persone. L’interesse non è tanto scoprire cosa sia successo. È comprendere perché sia successo e quali dinamiche familiari, sociali e culturali abbiano reso possibile una tragedia del genere. La violenza non viene utilizzata come semplice motore narrativo. È uno strumento per interrogarsi sul disagio giovanile, sulla fragilità delle relazioni familiari, sul ruolo della scuola, dei social network e dell’intera società nella formazione degli adolescenti. È proprio questa ambizione a rendere Adolescence qualcosa di più di un thriller psicologico. La serie utilizza il genere per costruire un discorso molto più ampio, che continua a far riflettere lo spettatore anche dopo la conclusione della visione.

I punti di contatto tra le due produzioni esistono e spiegano perché molti abbiano iniziato ad accostarle. Entrambe raccontano una vicenda criminale che sconvolge una comunità. Entrambe mantengono costante la tensione narrativa e affidano gran parte della loro forza al mistero che avvolge gli eventi. Anche l’attenzione per il lato umano dei protagonisti rappresenta un elemento condiviso, così come la volontà di mostrare le conseguenze emotive di un trauma. Dal punto di vista dell’atmosfera, inoltre, entrambe privilegiano un tono realistico, rinunciando agli eccessi spettacolari tipici di molti thriller televisivi. Sono affinità reali, ma si fermano soprattutto alla superficie del racconto.

Una scena tratta dalla miniserie Netflix Adolescence
Credits: Warp Films, It’s All Made Up Productions, Matriarch Productions, Plan B Entertainment, One Shoe Films

È proprio qui che il paragone inizia a perdere consistenza. The Witness rimane fondamentalmente un thriller investigativo. La sua priorità è costruire una storia avvincente, mantenere alta la suspense e accompagnare lo spettatore verso la soluzione del mistero. Tutto, dalla struttura narrativa alla caratterizzazione dei personaggi, è funzionale a questo obiettivo. Adolescence, invece, utilizza il thriller quasi come un pretesto. L’indagine diventa secondaria rispetto all’analisi delle emozioni, delle responsabilità collettive e dei meccanismi sociali che portano alla tragedia. Lo spettatore non è chiamato semplicemente a ricostruire i fatti, ma a interrogarsi continuamente sul loro significato.

Anche il modo di raccontare i personaggi è profondamente diverso. In The Witness essi servono principalmente allo sviluppo della trama, mentre in Adolescence diventano il vero centro del racconto. Ogni dialogo, ogni silenzio, ogni scelta contribuisce a costruire un ritratto estremamente complesso dell’adolescenza contemporanea. Cambia persino il modo in cui le due serie gestiscono il ritmo. The Witness privilegia il coinvolgimento immediato, alternando rivelazioni e colpi di scena. Adolescence, al contrario, rallenta deliberatamente la narrazione, lasciando spazio all’osservazione, alla riflessione e al peso emotivo delle situazioni.

È questa diversa ambizione autoriale a segnare la distanza tra le due opere. Una vuole soprattutto raccontare un ottimo thriller; l’altra prova a trasformare quel thriller in un’indagine sull’essere umano e sul tempo in cui viviamo. Alla fine, definire The Witness un’Adolescence che non ce l’ha fatta significa giudicare la serie sulla base di un obiettivo che, probabilmente, non si è mai posta.

Le due produzioni condividono alcuni elementi di partenza, ma appartengono a categorie narrative differenti. The Witness è una buona serie, ben scritta, ben interpretata e capace di conquistare il pubblico grazie a una costruzione del thriller efficace e coinvolgente. Adolescence, invece, rappresenta qualcosa di diverso: un’opera che utilizza il linguaggio della serialità per affrontare temi sociali e psicologici con un livello di profondità raro nel panorama televisivo contemporaneo.

Per questo motivo il paragone rischia di penalizzare soprattutto The Witness. Non perché sia una serie mediocre, tutt’altro, ma perché viene costantemente misurata con un’opera che gioca un campionato differente. Riconoscere questa differenza permette di apprezzare entrambe per ciò che realmente sono. Una è un ottimo thriller che sa intrattenere con intelligenza, l’altra è una serie destinata a lasciare un segno ben più profondo nel dibattito culturale e televisivo.