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The Politician: assetare l’ambizione

Abbeverarsi al caleidoscopico calderone di The Politician è come bere un elisir di onnipotenza, leccarne il contenuto, raschiarne il fondo fino ad aver consumato ogni goccia di desiderio di potenza. Payton Hobart, il carismatico Ben Platt ingaggiato da Ryan Murphy per dare il volto al suo temerario protagonista, è l’archetipo della sete di potere che secca e inaridisce anche le bocche più discrete e defilate. Il grottesco mondo di The Politician è colorato e assurdo, un viaggio allucinato nella macchina politica attraverso tutti i suoi aberranti ingranaggi. Un racconto non lineare, che si avvantaggia delle curve, che va avanti per linee spezzate, segmenti ondulati e attorcigliati. Murphy con questo progetto voleva dare voce ai “perdenti di successo”, quei ricchi odiosi e patinati che galleggiano sui luminosi tramonti della California o che calpestano le strade lastricate di occasioni della New York più scintillante.

È un microcosmo sfavillante in cui comico e drammatico si mescolano di continuo, cedendo linfa vitale a quello stile immediatamente riconoscibile che ha fatto di Ryan Murphy uno dei profili più apprezzati del mondo del piccolo schermo.

the politician

Potrebbe essere una parodia, ma si ferma giusto un attimo prima. Potrebbe essere un teen drama, ma salta troppo in fretta allo step successivo. The Politician racconta il mondo della politica rimpicciolito dall’ottica dei ragazzi, che sono poi i giovani che stanno per prendersi il futuro. Il mastodontico edificio politico calato nella vita studentesca crea una dissonanza che fabbrica situazioni assurde a ritmi imbarazzanti. I personaggi sono tipi grotteschi e bizzarri, ognuno di loro portatore sano di una buona dose di tragicomico. È questa la cifra stilistica della serie (la trovate con tutte e due le stagioni su Netflix), che cambia forma nella seconda stagione, ma lascia intatta la sostanza.

The Politician parla essenzialmente di ambizione, declinata nelle sue forme più estremizzate.

Payton Hobart è un figlio di nessuno adottato da una famiglia ricca da fare schifo, cresciuto nel lusso più smodato, illuminato dalle luci sgargianti dei riflettori del successo. Un solo obiettivo in testa: diventare Presidente degli Stati Uniti d’America, che è poi il gradino massimo di qualsiasi forma di ambizione. E Payton non lo coltiva come un sogno illusorio e utopistico: lo innaffia ogni giorno, aggiungendo il concime giusto per la germinazione naturale. Affronta la campagna per le elezioni studentesche come un navigato leader addestrato al successo. Volantini, campagne social, strumenti di persuasione, studio delle parole, grafici, indici di gradimento, analisi delle sensibilità dell’elettorato: un comunissimo liceo californiano può trasformarsi in un campo di battaglia in cui gli strumenti della politica sfamano la smania di potere. Ognuno è il protagonista del proprio egocentrico mondo: qui l’individualismo conosce la sua massima celebrazione, l’esaltazione suprema di ogni sua sfaccettatura. È una questione di luci e di riflettori, quelli che The Politician tiene sempre accesi su qualcuno.

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Alcuni lavori alimentano l’ego, altri fanno la differenza. La politica fa entrambe le cose. È vanità senza il retrogusto amaro.

La vanità, il peccato veniale della politica, è una delle tante protrusioni della brama di potere. Che non è per forza una cosa cattiva, ma un modo di essere calibrato sempre sulle corde del successo. Un atteggiamento che non contempla la sconfitta, ma che mira sempre in alto, in nome di un interesse supremo, del bene collettivo. Nella seconda stagione di The Politician l’asticella dell’ambizione si alza ulteriormente. Payton, dopo l’esperienza come Presidente dell’Assemblea degli studenti, si butta a capofitto nella corsa a un seggio del Senato nello Stato di New York. Cambiano le atmosfere, muta la portata delle sfide, ma l’obiettivo è sempre lo stesso: vincere per avere un’occasione di cambiare le cose, di disegnare il mondo con la propria matita.

Il cast di The Politician 2 si impreziosisce con la presenza fissa di Judith Light e Bette Midler, la detentrice del seggio contro cui si batte Payton, Dede Standish, e il suo tenace capo dello staff, Hadassah Gold.

The Politician

Due presenze femminili cui si accosta, anche se in maniera un po’ più defilata, anche Gwyneth Paltrow, che dà il volto a Georgina Hobart, l’originalissima madre di Payton che lotta per diventare governatrice della California. Ciascun personaggio deve assetare la propria ambizione, trovare un appagamento per quella sete di successo che pervade tutta l’opera. Lo fa Payton nel suo insaziabile desiderio di giungere alla meta finale, lo studio ovale. Lo fa la sua sfidante Standish, volto di un’America più anziana, quella stessa America che ha combattuto per le conquiste che i giovani danno per scontate, considerano superate. Lo fa Georgina nella sua personalissima battaglia tra i comfrot della California dei ricchi, ma lo fanno anche i personaggi comprimari, tutti alimentati da una voglia di rivalsa, tutti proiettati a conquistarsi un posticino sotto i riflettori. Ciò che accomuna individui all’apparenza diversissimi tra loro è proprio l’esser disposti a tutto pur di raggiungere i propri obiettivi.

È lecito servirsi di tutti gli strumenti possibili per vincere un’elezione? È giusto rovinare la vita all’avversario solo per scavalcarlo nei sondaggi? Dove finisce la morale e inizia la spregiudicatezza politica? Sono tutti interrogativi che Ryan Murphy cerca di buttare nel tritacarne di The Politician, dando loro una forma flessibile, elastica, suscettibile di dilatazioni e metamorfosi. È un calice che va mandato giù tutto d’un sorso e che sale dritto alla testa, dando un po’ di vertigini. Bisogna salire fino in cima, guardare le vite accelerate dei personaggi, scrutare il fine ultimo dei loro obiettivi e scendere di nuovo coi piedi per terra, guardare ciò che in realtà si cela dietro la maschera. In The Politician l’ambizione viene assetata, ma quella sete nasce da un vuoto, da un’inflessione delle proprie aspettative, e cresce e si alimenta dei timori, delle mancanze, delle imperfezioni e del senso di inadeguatezza di ciascun protagonista. Riuscirà la Casa Bianca ad appagare l’animo smanioso di Payton Hobart?

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