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The Pitt mi ha spiegato tutto quello che non avevo capito 

Noah Wyle in una scena di The Pitt

Che botta che è stata The Pitt: che dolore, e che ricordo del dolore. Se dovessi decidere qual è la cosa che mi ha fatto più male di The Pitt, risponderei il ricordo del dolore, perché mi ha riportata a quelle sensazioni di impotenza che avevo dimenticato, sommersa da altro, come dalla rassegnazione, dall’accettazione di quanto accaduto e dalla consapevolezza che tutto è finito: ciò che occorreva scrivere è stato scritto e tutti gli spazi vuoti sono stati lasciati vuoti. La vita non si riscatta al momento della morte. Lo dice The Pitt, e adesso lo dico anch’io.

L’ho capito fin dalla prima puntata, quando ho riconosciuto in quelle sale d’attesa e in quelle corsie il mio corpo seduto lì solo qualche mese fa. Fino a quel momento pensavo di sapere tutto di ciò che avvenisse dietro le stanze, immaginavo le conversazioni che si potessero fare davanti al corpo indebolito di chi ha visto la propria vita capovolgersi, pensavo a qualche statistica, alle parole che diventano diagnosi e che poi si trasformano per essere spiegate ai parenti, a chi attende oltre quelle porte. E in quegli istanti ogni minuto è, allo stesso tempo, vita e morte, sospeso in un equilibrio che solo The Pitt sa rendere così palpabile.

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