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Perché dovreste iniziare The Man in the High Castle

Mentre scrivo questo articolo sorseggio un tè nero bollente e fuori dalla finestra di casa mia passeggia un ragazzino che potrà avere tredici, quindici anni al massimo. Me ne sono accorta perché la musica che ascolta, da un paio di enormi cuffie bianche, è sparata a un volume talmente alto da oltrepassare le pareti e arrivare fino a me. Sembra non curarsene, con la mente in chissà quale missione di World of Warcraft, o almeno così me lo immagino io. Ho pensato allora che forse il modo migliore per spiegare perché dovreste iniziare The Man in the High Castle sia partire proprio da questo attimo insignificante per mostrarvi come, dalla sua banale normalità, può distaccarsi e colorarsi di una luce nuova se calato in un contesto totalmente diverso. Sarebbe questa la scena a cui assisterei guardando fuori da una finestra se le cose fossero andate diversamente? E da quale finestra la starei osservando?

Probabilmente sono queste le domande che si è posto Philip Kindred Dick quando ha scritto il romanzo “La svastica sul sole”. Era il 1962, un periodo in cui le ripercussioni della Seconda Guerra Mondiale sulle sorti del mondo erano più evidenti, dirette. Eppure The Man in the High Castle, la serie tv di Amazon Prime Video (con la co-produzione di Ridley Scott) che ne ha tratto ispirazione, è stata prodotta solo nel 2015: forse perché porsi ora quelle stesse domande può essere ancora più importante. Ora che l’immagine di un campo di concentramento su un libro di storia non può incutere la stessa paura di un ricordo ancora vivido nella mente di chi l’esperienza della Guerra l’ha vissuta davvero. “La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina”, scriveva Milan Kundera ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere”.

The Man in the High Castle riesce a ricreare nello spettatore l’illusione che il pericolo appartenente a un passato doloroso riemerga con sconcertante attualità: un artificio necessario per instaurare una connessione più profonda con una realtà che il mondo intero considera definitivamente archiviata.

The Man in the High Castle

Nella realtà distopica e ucronica delineata dalla serie, i crimini del nazismo non sono finiti con la conclusione della Guerra. Hitler è ancora vivo, non c’è stato alcun processo di Norimberga ad attribuire le reciproche responsabilità penali e la strada che ha portato a fissare un catalogo universale di diritti umani irrinunciabili, che indicassero sempre la rotta come fa la stella polare nel buio, non è mai stata battuta. Perché in questa realtà, la Seconda Guerra Mondiale è stata vinta dalle potenze dell’Asse e gli Stati Uniti non esistono più: a ovest si trovano gli Stati Giapponesi del Pacifico, a est sorge il Grande Reich Nazista, e i due territori sono divisi dagli Stati delle Montagne Rocciose, noti anche come Zona Neutrale. Come la sua nazione, anche la popolazione americana è divisa tra l’accettazione di una vita che non le appartiene più e il ricordo di ciò che un tempo la rendeva grande. Per tutta la durata della serie, sono queste due spinte opposte a muovere le scelte dei protagonisti, determinandone il percorso.

E un percorso tortuoso attende ciascuno dei personaggi, ponendoli faccia a faccia con le proprie paure, i propri ideali e il peso schiacciante delle proprie responsabilità.

Gli esiti spesso non sono quelli previsti o sperati, ma i colpi di scena si susseguono impertinenti a prendersi gioco di chi c’è dall’altra parte dello schermo, rendendogli difficile se non impossibile indovinare che cosa succede dopo. The Man in the High Castle è cruda, spietata, disarmante: nessun personaggio è intoccabile, ognuno è vittima del più imparziale caos, e un realismo esasperato fa dimenticare allo spettatore che no, nel 1962 non c’era più il nazismo. Questo è forse il suo più grande pregio. Non è una serie tv col solo obiettivo di intrattenere, e la riflessione su “cosa sarebbe successo se” non è fine a se stessa: The Man in the High Castle ci obbliga a vestire i panni dei protagonisti e a sentirci terrorizzati, disgustati, arrabbiati o colpevoli con loro.

Uno dei caratteri distintivi della serie tv è la sua lentezza, un aspetto che ha diviso la critica ma che può essere in realtà un punto di forza: il suo ritmo cadenzato è funzionale a scandire tutti i momenti in cui The Man in the High Castle sa essere anche delicata, elegante, quasi onirica. La brutalità del totalitarismo fa da contraltare alla solennità con cui i protagonisti si raccolgono alcuni nella meditazione, altri nella fede, altri ancora nel silenzio del proprio stesso, severo giudizio morale, che prima o poi arriva perentorio a chiedere il conto: pratiche e valori diversi, accomunati dalla straordinaria forza destabilizzante, capace di condurre spesso alle risposte a quelle domande che la serie ha disseminato nei molti scorci che si affacciano sulla Storia.

Una Storia capovolta ma verosimile, che ha l’ambizioso proposito di portare tutti noi a chiederci cosa attirerebbe la nostra attenzione al di là della finestra, mentre svolgiamo le normali attività di un venerdì qualunque. Quale sarebbe il mondo fuori da casa nostra? E noi, da che parte staremmo?

The Man in the High Castle ci insegna che la risposta è imprevedibile almeno quanto la versione di noi stessi che prevarrebbe se fossimo messi alle strette, costretti a sopravvivere in una realtà in cui un ragazzino di tredici, forse quindici anni non avrebbe la stessa libertà di esprimere appieno se stesso.

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Scritto da Cristina Natoli

Il mio (metro e sessanta scarso di) corpo è composto da un’insensata intermittenza di intricati funambolismi mentali privi di qualsiasi utilità pratica e pennellate rosa di incurante leggerezza, tra i quali mi destreggio con la stessa nonchalance innata con cui passo dalle serie tv Drama alle comedy, senza andare in autocombustione.

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