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The Handmaid’s Tale 4×08: la libertà di odiare

Si pensa spesso che la parte difficile di un trauma consista nel superare il momento in cui questo avviene. Riuscire a sopravvivere alla violenza e al dolore. Non si pensa mai a cosa viene dopo. Quando l’istinto di sopravvivenza che ci tiene in vita si fa da parte lasciando emergere la fragilità. Quando il pericolo è passato e si devono fare i conti con quel che resta, con le ferite ancora aperte e le paure ormai radicate. Come si affronta quella fase di metabolizzazione? Come si supera il proprio passato per giungere alla guarigione? The Handmaid’s Tale 4 ci pone queste domande nell’episodio rilasciato ieri, Testimony.

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La grandezza di questo episodio risiede nella capacità di aver saputo rappresentare con grande realismo una fondamentale caratteristica della natura umana: la varietà di sfumature. Le diverse sfaccettature che possono caratterizzare tanto un singolo essere umano quanto un’intera società. E in questa dimensione la risposta a quei quesiti posti da The Handmaid’s Tale 4 in Testimony risulta essere tutt’altro che unica, ma variegata quanto quelle stesse sfumature.

C’è chi riprende il controllo a piccoli passi, partendo da dettagli come un semplice taglio di capelli. Qualcosa che dia la sensazione di riapproriarsi finalmente del proprio corpo e della propria identità.

Le ex ancelle di Gilead provano a far fronte comune con uno dei più utilizzati metodi di terapia: i gruppi d’ascolto. Come per tante tipologie di persone traumatizzate da eventi critici anche nella realtà, in The Handmaid’s Tale 4 vediamo tutte le sopravvissute di Gilead ora in Canada riunite intorno a un focolare immaginario per condividere pensieri ed emozioni, nella speranza che parole gentili e di condivisione possano colmare il vuoto lasciato in loro da anni di violenze e repressione. Ma non sempre la gentilezza e la condivisione aiutano.

Superare un trauma è qualcosa di estremamente arduo e personale. Guarire la mente non prevede istruzioni precise ed è ciò che lo rende così dannatamente difficile. Per ognuno funziona in modo diverso. C’è chi ha bisogno di parlarne, chi preferisce tacere e chiudersi nella propria remissività come Emily. Chi vuole affrontare di petto il passato spogliandolo del suo potere con un misto di perdono ed esorcizzazione del dolore, come Moira. E chi come June vuole affrontarlo di petto ma a muso molto più duro.

Ma qualunque sia il metodo di guarigione – scelto o intrapreso per caso – June sembra aver trovato ancora una volta la chiave in grado di sbloccare se stessa e le proprie amiche: la rabbia.

La rabbia, la volontà di essere furiosi, sono le vere protagoniste di questo episodio di The Handmaid’s Tale 4. Il diritto di fare una scelta controversa, quella che non opta per l’amore e il perdono, ma per una rabbia furiosa molto meno popolare. June sembra riconoscere prima delle altre che la tipologia di violenza subita dalle ex ancelle non è quella che si risolve con il perdono, o per lo meno non subito. Non fin quando i carnefici saranno ancora liberi di vivere e di opprimere altre persone. No, è quella violenza che anche nella salvezza che viene dopo la fuga si nutre di rabbia, di giustizia e magari di un certo impopolare desiderio di vendetta.

The Handmaid's Tale 4

Lo stadio di guarigione di queste donne è ancora prematuro perché il perdono possa colmare il vuoto che impedisce loro di andare avanti. E quindi dopo tutte le libertà più basilari, negate per anni da un regime spietato, June e le altre donne se ne riprendono una che adesso spetta loro di diritto: quella di punire i propri carnefici con ogni mezzo a loro disposizione. Con il rifiuto, con l’umiliazione, con la possibilità di metterli davanti ai loro crimini, con quella di poterli far condannare da istituzioni più grandi di loro.

E finalmente la serie ci dà un assaggio di quella giustizia che da tempo aspettavamo di vedere. E persino di una vendetta che fa più male di quanto pensassimo, ma non a loro.

Adesso è giunto il momento di rinfacciare ogni cosa a chi per anni si è nascosto dietro Dio per giustificare i propri orrori. C’è chi di fronte a tutto ciò perisce sotto il peso delle proprie colpe dopo essersi inginocchiato per implorare perdono. E chi come Serena Joy, dopo essersi inginocchiata, reindossa gli abiti del carneficie per nascondersi ancora una volta dietro le proprie convinzioni. Così per ogni carnefice che mette fine alla propria vita ce ne sono due, come i coniugi Waterford, che si prendono per mano e affrontano senza pentimento l’elenco dei propri orrori.

The Handmaid's Tale 4

La testimonianza di June nell’aula di tribunale è una pregevole opera di recap per ricordare ai personaggi e agli spettatori tutto il peggio che abbiamo visto accadere in questi quattro anni. Dai ripetuti stupri delle cerimonie alle punizioni fisiche e psicologiche della detenzione di June. Il suo racconto ci fa tornare alla memoria persino cose che avevamo rimosso, come lo stupro forzato dallo stesso Fred per provare la lealtà di Joseph Lawrence. A sentire tale atrocità una per una viene non solo viene la pelle d’oca ma si finisce per chiedersi se davvero possa esistere una forma di perdono per atti simili.

Se possa esistere per la donna che ha implorato in lacrime il perdono di Emily dopo esser stata la causa della sua mutilazione, della morte di un’altra donna innocente, e di un fiume di dolore che affiora ancora con forza nelle espressioni provate di Emily. A ripercorrere tutto ciò si finisce quasi per ammettere come la libertà di sentirsi bene per la sofferenza di queste persone sia tanto lecita quanto giusta, se non l’unica strada possibile per ricominciare a vivere.

Perché la 4×08 di The Handmaid’s Tale è una finestra su questa strada, quella che conduce verso il ritorno alla vita. Verso la riappropriazione di ogni libertà personale, compresa quella di odiare.

E se tale è il racconto che percorre la vita di queste donne, ormai salve in Canada, lo stesso vale per chi è ancora a Gilead. Per Janine, catturata a Chicago e riportata tra le braccia dell’orrore. E lo è per Zia Lydia, ormai alle prese con un personaggio da ricostruire. Devono trovare entrambe la propria strada in un mondo che appare molto diverso da come se lo erano immaginato prima che la loro vita venisse sconvolta da eventi diversi. Quella di Janine dal bombardamento che l’ha separata da June e dalla fuga, e quella di Zia Lydia dalla perdita di fiducia da parte di ogni membro del regime cui è ancora fedele.

E ancora una volta la capacità di The Handmaid’s Tale 4 di rappresentare le sfaccettature dell’essere umano torna a galla con tutta la sua forza. Con quella di regalarci una Janine ormai cosciente di se stessa, in grado di slegarsi da condizionamenti esterni per essere solo Janine, e non una Di-qualcuno qualunque. E con la forza di regalarci una Zia Lydia posta davanti a se stessa, ai propri limiti (o per lo meno quelli visibili nel contesto Gilead) e alle cose che non avrebbe mai voluto sentirsi dire.

E ognuna delle due trova il modo (o per lo meno una sua parvenza) di andare avanti nel proprio contesto, con la propria fibra e il mento alzato. Scegliendo da una parte la morte, se necessario, e dall’altro l’approccio dell’amore. Quello più popolare, nel caso di Zia Lydia, che possa spingere le persone ad avvicinarsi a lei come nessuna aveva fatto davvero sinora, decretando di fatto l’origine dei suoi fallimenti.

The Handmaid’s Tale 4, insomma, ha trovato ancora una volta il modo di sorprenderci.

Stavolta senza particolari tensioni o colpi di scena. Ma con la forza del racconto, dell’analisi, e dell’evoluzione di personaggi che dopo anni sono ancora in grado di arricchire una narrazione mai banale. Con una fotografia che ha battuto ormai ogni record di splendore. Osservare i suoi frame è un piacere per i sensi, ascoltare i suoi dialoghi è cibo per la mente. Siamo giunti oltre la metà di The Handmaid’s Tale 4 e non si può che riconoscere tutto questo con un’unica azione: levarsi il cappello e attendere con ansia il prossimo pasto.

Leggi anche: The Handmaid’s Tale 4 ep. 7 – Una frazione di dolore

Scritto da Cinzia Bevilacqua

Ad una realtà di numeri ne preferisco una fatta di lettere. Tuttavia sopravvivo con la prima, ma vivo della seconda.

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