Non tutti i ritorni escono col buco. Non sempre il ritorno di una serie amata regala le stesse emozioni del passato. C’è chi, come Scrubs, ha saputo tornare con intelligenza. Ma per ogni operazione riuscita esistono decine di tentativi che non hanno saputo cogliere lo stesso equilibrio. Revival e reboot capaci di deludere proprio chi li aspettava con più affetto, trasformando la nostalgia in un’arma a doppio taglio. Nel mondo delle Serie Tv si nascondono in bella vista per questo alcuni dei peggiori revival di tutti i tempi.
Ritorni che non hanno funzionato da parte di Serie Tv che un tempo avevano segnato un’epoca, costruito fandom appassionati, ridefinito interi generi televisivi, e che una volta riportate sullo schermo hanno finito per tradire, chi per scelte narrative discutibili, chi per una scrittura incapace di reggere il peso dell’eredità originale, le aspettative di chi le aveva amate. Ed è qui che arriviamo noi, selezionando 5 Serie Tv che sono tornate dopo anni. E il cui ritorno è stato una pessima idea.
Da Prison Break a tanto altro: ecco 5 Serie Tv che sono tornate dopo anni (ed è stata una pessima idea)
1) Prison Break, uno dei peggiori revival di sempre

C’è un tipo particolare di tradimento che si prova quando una storia che avevamo già salutato viene riaperta solo per essere raccontata peggio. Ed è esattamente quello che è successo con Prison Break, quando nel 2017 è arrivata una nuova stagione. La serie originale, andata in onda dal 2005 al 2009, era stata un fenomeno capace di costruire un’intera generazione di spettatori attorno a Michael Scofield e al suo piano meticoloso per far evadere il fratello Lincoln dal braccio della morte. Un racconto che aveva già chiuso il proprio cerchio narrativo e che non aveva niente di nuovo da aggiungere. Riportare in vita Michael otto anni più tardi, spiegandone la sopravvivenza attraverso un espediente narrativo poco credibile, ha significato smontare pezzo dopo pezzo il valore di quella conclusione.
Il problema più evidente del revival non sta tanto nell’assenza di nostalgia, che anzi resta forte fin dai primi minuti grazie alla storica sigla di Ramin Djawadi e ai volti familiari di T-Bag, Sucre e C-Note, quanto nella gestione approssimativa di quegli stessi personaggi, spesso riportati in scena senza una reale motivazione narrativa, relegati a comparsate che sembrano dovute più al servizio fan che a un’effettiva necessità di trama. Sara Tancredi viene coinvolta in una sottotrama coniugale poco credibile, mentre alleanze improvvisate con vecchi nemici sembrano ignorare completamente il peso delle quattro stagioni precedenti.
Con soli nove episodi a disposizione, la quinta stagione non ha nemmeno lo spazio necessario per sviluppare con cura tutto ciò che promette, lasciando la sensazione di un’operazione costruita più per sfruttare un nome ancora forte sul mercato che per aggiungere davvero qualcosa di prezioso alla storia. Il finale, capace di deludere anche i fan più indulgenti, ha reso definitiva la sensazione che Prison Break avesse già raccontato tutto quello che doveva raccontare nel 2009, e che tornare indietro non fosse mai stata davvero una buona idea.







