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Ma Great Pretender l’ho visto solo io?

Great Pretender
Great Pretender

Ho iniziato a guardare Great Pretender senza troppe aspettative o pretese. Da sempre sono una grande amante di questo genere di narrazioni ma, allo stesso tempo, riconosco di essere estremamente critica a riguardo. Proprio per questo motivo, sono pronta ogni volta a interrompere la visione alla minima esitazione.

E invece questa volta ho continuato a guardare e mi trovo qui a scrivere per spiegare i motivi che mi hanno spinta a farlo, sperando di suscitare anche la vostra curiosità e spingervi a dargli una possibilità.

Ma procediamo con ordine. Di cosa parla Great Pretender?

Partiamo col dire che si tratta di una serie anime originale della piattaforma Netflix scritta da Ryōta Kosawa e diretta da Hiro Kaburagi.
Il suo protagonista è Makoto Edamura, un giovane giapponese che si guadagna da vivere con dozzinali truffe definendosi “il più grande truffatore del Giappone”. Un giorno, durante uno dei suoi ordinari raggiri, si imbatte in quello che crede essere un ingenuo turista, Laurent Thierry.

Presto però, Makoto capirà di essere stato vittima di un inganno e di aver trovato un suo degno competitore. Il giovane, infatti, è uno scaltro e abile truffatore che gira il mondo in cerca di criminali da incastrare col supporto di una eccentrica banda di impostori.

Great Pretender

Laurent coinvolgerà presto l’ingenuo giovane asiatico nei suoi geniali imbrogli e il variopinto gruppo di cui è a capo ci regalerà esilaranti avventure in giro per il mondo. La seria animata è infatti divisa in blocchi che richiamano i nomi delle diverse operazioni truffaldine.

Quella di Great Pretender potrebbe a primo acchito essere considerata una storia banale. In realtà, la sua bellezza sta nell’essere non ciò che mostra ma ciò che nasconde. Ogni membro della banda protagonista, tra cui lo stesso Makoto, cela un passato complicato, costellato di difficili scelte, perdite e delusioni. La vita non ha risparmiato nessuno. La narrazione ci guida a conoscere i lati nascosti di questi personaggi che sin dai primi momenti percepiamo come eccessivi, caratterizzati da stereotipate maschere ormai consolidate e oltre le quali è difficile guardare ma non impossibile.

Scopriamo Abigail che lotta costantemente con il proprio passato trascorso nelle terre irachene con la sua famiglia d’origine; Cynthia convive col ricordo della fine della sua storia d’amore più importante. Queste circostanze, all’apparenza spensierate e costellate di divertenti risvolti, si dimostreranno capaci di ristabilire un contatto con sentimenti assopiti e tracce sbiadite della memoria.

Great Pretender ci ricorda che le apparenze devono restare tali e proprio per questo motivo non devono essere scambiate per verità. Fermarsi a superficiali giudizi e confermare preliminari impressioni senza andare in fondo è un grande errore. A dimostrarlo è il personaggio di Laurent, mosso da un autentico sentimento d’amore. E sono certa che così com’è capitato a me, solo alla fine della storia, capirete di essere stati affascinati dal suo carisma senza che vi siate domandati almeno una volta quali siano stati gli eventi che lo hanno portato a scegliere quella vita.

Tornando al personaggio di Makoto da cui la storia prende inizio, quello che compiamo con lui è un vero e proprio viaggio di formazione, dopo il quale nulla sarà lo stesso. Il giovane, a prima vista senza scrupoli e privo di compassione, dimostrerà tutta la sua sensibilità e purezza d’animo. Questa esperienza, da cui tenterà invano di prendere le distanze, lo porterà ogni volta a fare i conti con il proprio senso etico e morale, senza poterli ignorare.

Attraverso questo mondo fatto di menzogne e bugie, Makoto capirà che per anni aveva creduto di essere stato vittima di un tradimento che in realtà non c’è mai stato. Con Great Pretender capiamo quindi di non poter essere costantemente certi di ciò che sappiamo e che spesso la verità è solo illusoria dal momento che essa si cela dietro una coltre di bugie. Ed è questo uno dei momenti più difficili da accettare nella vita: rimettere tutto in gioco e ricominciare a fidarsi.

Great Pretender

Prendere coscienza degli errori propri e altrui, perdonare e sapersi perdonare e su quelli costruire le basi di un rapporto più solido e sincero con se stessi e con chi ci è di fronte. Spesso non siamo disposti a credere di aver vissuto nell’errore perché accettare di vedere le cose da un’altra prospettiva ci spaventa ma Great Pretender ci dimostra che ripartire da questa presa di consapevolezza può essere un nuovo inizio: una rinascita.

Oltre a un’innegabile profondità nelle tematiche e nei suoi sviluppi narrativi, questa serie anime non dimentica di coltivare il fattore estetico e culturale. Siamo di fronte a un prodotto fresco, accattivante per le sue numerosissime allusioni e molteplici riferimenti alla cultura pop contemporanea. Ai più appassionati del genere, non sarà certo sfuggito il nome del rinomato studio giapponese impegnato in questa produzione produzione ossia Wit Studio che ha lavorato su grandi successi come L’attacco dei giganti.

La cura adottata nella caratterizzazione dei tratti dei personaggi così come nella riproduzione degli skyline e paesaggi delle località toccate dal racconto è straordinaria. Da non trascurare è anche la pregnanza della colonna sonora. Un gioiello fra i tanti scelti per accompagnare la storia è la musica dei titoli di coda: The Great Pretender intonata dalla magnetica voce di Freddie Mercury.

Great Pretender

Quello che rende Great Pretender un prodotto validissimo è perciò molto più di ciò che da una serie anime potremmo aspettarci. Le sue diverse declinazioni narrative lo rendono un racconto adatto a molti, distinto su più livelli: azione, adrenalina, inseguimenti ma anche introspezione. Ed è proprio questo perfetto connubio di diversi registri che convivono perfettamente a rendere questa serie animata una delle più riuscite fra le ultime sperimentazioni Netflix.

In conclusione, non ci resta che lasciarci travolgere dall’inganno, o chissà, diventare parte degli astuti piani, ritrovando un po’ di noi stessi in uno dei personaggi della storia.

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Scritto da Concetta Moschetta

Sono un’instancabile ambiziosa, scrivere è il mio momento catartico, inoltre ciò che so non mi basta mai. Ho l’abitudine di perdermi in continuazione per poi ritrovarmi nelle pagine di un romanzo, sulla poltrona di un cinema o nel buio della mia stanza con una serie tv.

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