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Generazione 56k – La recensione della nuova serie italiana di Netflix con i The Jackal

generazione 56k

Approdata su Netflix l’1 luglio, Generazione 56k (qui trovate il trailer della serie) è il risultato degli sforzi condivisi della casa di produzione Cattleya e del gruppo comico partenopeo The Jackal e a pochi giorni della sua messa in onda sta già riscuotendo un discreto successo. Italianissima commedia romantica (ma non solo) Generazione 56k è uno show composto da 8 episodi ciascuno della durata di 25-30 minuti che potrete gustarvi a piccole dosi o in un’unica volata come se fosse un lungo film.

Nata da un’idea di Francesco Ebbasta, che svolge anche il ruolo di sceneggiatore (assieme a Costanza Durante, Laura Grimaldi e Davide Orsini) e di regista, la serie è un’altalena tra passato e presente. Un delicato e buffo ritratto di una generazione coronato da un immancabile velo di nostalgia che ci fa viaggiare nel tempo, richiamando alla nostra memoria sensazioni sopite con naturale semplicità.

Eccovi la nostra recensione della serie: attenzione, evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler.

generazione 56k

Queste le premesse. Dopo quindici anni dall’ultimo incontro due ex compagni di scuola media si rincontrano: lei è Matilda, restauratrice che vive apparentemente una bella vita, ma segretamente insoddisfatta, lui è Daniel, sviluppatore di app in cerca della ragazza giusta. Personaggi ben riusciti e caratterizzati, resi credibili dalle buone interpretazioni di Angelo Spagnoletti e di Cristina Cappelli, due attori esordienti destinati a fare strada. 

È a partire da questo incontro fortuito che la narrazione della serie inizierà a oscillare, spostandosi dalla Napoli del presente fino alla Procida del 1998, la famosa e magica Isola, dal mare limpido e dalle sue case colorate.

Così, mentre assistiamo ai mille dubbi e ai problemi lavorativi e personali di adulti che arrancano nella vita di tutti i giorni, torniamo negli anni ’90 rivivendoli con gli occhi di ragazzini. Mentre nell’aria volano le note degli 883, mentre vediamo le biciclette sfrecciare nelle viuzze della cittadina e il modem 56k risuonare con la sua sgraziata e meccanica melodia, siamo testimoni delle grandi amicizie e delle prime cotte che solo dei tredicenni possono sperimentare. Citazioni, scenografie e costumi che riportano all’infanzia di molti di noi.

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Ma non è solo un effetto-nostalgia: perché i riferimenti al passato e alle tecnologie ormai obsolete (come i floppy disk) non sono solo di contorno, ma divengono parte integrante della trama, della vita dei protagonisti. Bambini alle prime armi che devono imparare a gestire i genitori, i bulli, ma soprattutto emozioni più forti di loro.

E per noi spettatori è un po’ come viaggiare su un’altalena: un continuo sali e scendi in cui possiamo esplorare il rapporto tra Matilda e Daniel da un punto di vista privilegiato, mentre evolve col procedere delle puntate tra parallelismi e antitesi temporali.

Scorci indimenticabili che ci regalano panorami da favola, ma anche una regia che talvolta insiste su particolari molto importanti per la storia: elementi capaci spesso di veicolare messaggi meglio di mille parole e che impreziosiscono la narrazione. Una buona recitazione da parte della quasi totalità del cast e una colonna sonora capace di toccare i punti giusti contribuiscono a creare un’esperienza visiva che raramente abbiamo visto in una serie tv italiana. Il tutto culmina con una scrittura degli episodi piuttosto solida e con dei buoni dialoghi, spontanei e credibili, capaci di far immergere gli spettatori nelle atmosfere della comedy.

Ma non solo i due innamorati: accanto a loro troviamo degli adorabili comprimari tra cui spiccano senza dubbio Luca (Gianluca Colucci in arte Fru) e Sandro (Fabio Balsamo), migliori amici e colleghi di Daniel nonché spalle comiche del protagonista, sempre divertenti e mai esagerati o fuori luogo. È a loro che si deve la maggior parte della componente comedy dello show. La loro innata vena comica e la buona scrittura delle battute forse non faranno ridere lo spettatore a crepapelle, ma regaleranno sicuramente momenti di grandi sorrisi. Quel classico umorismo che i conoscitori dei The Jackal hanno imparato ad amare nel corso degli anni sul web.

La perfetta alchimia del terzetto di amici sia nella versione adulta che in quella del passato è incredibile e fornisce momenti di genuino divertimento, soprattutto grazie alle performance attoriali del cast, tra cui spicca anche l’adorabile Gennaro Filippone, che interpreta Luca da bambino.

La storia è semplice, i presupposti pure: quella di Generazione 56k non è una trama complicata.

Comprensibilità, linearità senza troppi fronzoli, qualcosa di banale e di scontato per alcuni forse, ma ugualmente emozionante. Certo, non mancano scenari prevedibili e forse troppo semplicistici, come l’innamoramento istantaneo dei due protagonisti giustificato solo dai trascorsi preadolescenziali.

Se dovessimo trovare dei difetti alla serie probabilmente ci potremmo soffermare sull’eccessiva velocità di alcuni suoi passaggi (come l’improvviso riavvicinamento di Matilda nei confronti del padre) o sul fatto che alcune storyline secondarie (come le vicende amorose di Lu) vengano a un certo punto della storia completamente abbandonate. Tuttavia nel suo complesso la serie rivela una certa solidità sia per quanto riguarda le regole della sceneggiatura sia per quanto riguarda gli archi evolutivi dei due protagonisti, che nel finale riescono a trovare l’amore ma prima ancora se stessi. È così che la protagonista sceglie di dare la priorità alle passioni messe da parte.

Umorismo, sentimentalismo, ma anche messaggi profondi. Perché Generazione 56k, con i suoi continui riferimenti a due differenti ere cronologiche (e tecnologiche), ci vuole spingere a riflettere sui diversi modi di comunicare tra presente e passato e sugli opposti metodi di approcciarsi alle persone pur senza ricadere in sterili paternalismi volti a demonizzare la modernità.

Una riflessione sulla nostra fretta, sulla nostra paura di esporci, di parlare chiaramente, di “prendere l’ascensore per paura di trovare qualcuno sul nostro pianerottolo”.

Cos’è quindi Generazione 56k? Un delicato ritratto di giovani adulti che ancora hanno il terrore di definirsi tali, una buona storia di formazione. Una commedia con sfumature dolceamare per passare qualche ora in serenità. Non sappiamo ancora se Netflix deciderà di rinnovare la serie per una seconda stagione, ma speriamo che la piattaforma streaming possa puntare ancora su di essa e in generale sui talentuosi creativi coinvolti.

Una prima stagione promossa a pieni voti, che con un paio di puntate in più avrebbe potuto toccare vette ancor più alte, ma che comunque dimostra come Netflix Italia, con le giuste persone, possa sfornare ottimi prodotti seriali.

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Scritto da Benedetta Vanotti

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Sono Benedetta e ogni tanto scrivo.
Se mi state cercando probabilmente mi troverete seguendo l'eco delle mie risate mentre guardo una bella comedy.

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