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Il cinema è sempre più simile alle Serie Tv

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Nel 1930, un irremovibile Charlie Chaplin si esprimeva in questi termini riguardo l’opportunità dell’utilizzo del sonoro nel cinema:

“Io sono stato sempre contrario al film parlato. Così come preferisco un’eccellente produzione teatrale ad un buon film parlato, considero senz’altro il film muto superiore ad entrambi. (…) In due anni ho ricevuto da ogni parte del mondo migliaia di lettere che mi pregano di continuare nei miei film muti; non mancherò perciò di fare quello che credo essere mio dovere.  Nessun film sonoro potrà competere con i miei film muti.”

Rileggendo oggi queste parole viene da sorridere. Se non fosse tornato sui suoi passi, probabilmente, la sua carriera sarebbe stata più breve. Di sicuro non avremmo potuto godere ancora oggi della bellezza e dell’attualità del suo monologo ne Il grande dittatore. Non c’è da fargliene una colpa, intendiamoci. Occorre del tempo perché ogni novità venga compresa fino in fondo, vale anche per le menti più geniali e non solo in ambito cinematografico. Accade spesso che il potenziale di un nuovo mezzo non venga a lungo colto, se non addirittura frainteso o guardato con sospetto. È sempre stato e sempre sarà così, bisogna farsene una ragione.

Anche per le Serie Tv il processo di accettazione da parte dei capostipiti e dei santoni della settima arte è stato lungo e tribolato.

Finché sul piccolo schermo ci si è limitati a produrre e dirigere prodotti di medio-basso livello, con il solo scopo di intrattenere per una mezzora scarsa il pubblico generalista, il problema non si è mai posto. I puristi della sala dormivano sonni tranquilli: il cinema era una cosa, la Tv un’altra. Il confine qualitativo tra i due universi sembrava insormontabile, tanta era la distanza a livello di scrittura, budget, cast, stili. Due mondi, due modi di intendere la fruizione per certi versi simili, per altri sostanzialmente agli antipodi.

Come sappiamo, col tempo le cose sono cambiate. Le distanze si sono assottigliate sempre di più, i prodotti seriali hanno recuperato terreno in modo inesorabile a partire dalla fine degli anni ’90. L’entrata a gamba tesa di David Lynch nel piccolo schermo fu un’eccezione, un caso straordinario di sperimentazione per un maestro di cinema. Il suo Twin Peaks, pur mantenendo gli schemi narrativi della soap e del giallo televisivo, fu la scintilla che servì a dimostrare come l’arte filmica non fosse ad uso e consumo esclusivo della sala. Era possibile realizzare per la televisione prodotti di pari livello artistico ai migliori film d’autore.

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La lezione del visionario regista di Velluto Blu fu solo l’inizio. Nel corso degli anni la serialità e il mezzo televisivo sono cresciuti alzando sempre di più la propria asticella della qualità, tanto che gli esperti definiscono il nostro presente: epoca d’oro delle Serie Tv.

Da qualche anno non facciamo che sentire un ritornello, ossia che le Serie somigliano sempre di più al cinema.

Niente di più vero, considerato il numero di registi e attori di prima fascia che hanno traslocato per brevi o lunghi periodi sul piccolo schermo. Un tempo era il divo caduto in bassa fortuna che accettava di buon grado un ruolo in una Serie, per tentare di rilanciare la propria carriera. Da qualche tempo non è più così, anzi, la tendenza sembra essersi invertita. Attori sulla cresta dell’onda oggi sono più che ben disposti a produrre o recitare in Serie di alto livello o in nuovi progetti con potenziale, non costituendo più l’eccezione ma la norma. Passare dal cinema alla televisione, attraversare quindi quel confine che solo qualche anno fa pareva insormontabile, è finito per essere alla stregua del salto della staccionata nel celebre spot dell’Olio Cuore.

Non tutti però vedono di buon occhio questo livellamento. Le sale sono in crisi, con un numero di biglietti staccati che oscilla di anno in anno tra lo stazionario e il preoccupante. Come sempre più che pensare a una soluzione, spesso viene più facile trovare i presunti capri espiatori. Perciò se da un lato la pirateria è la piaga acclarata che affligge il mercato da tempo, c’è anche chi considera nociva l’escalation della serialità di qualità nei confronti dell’industria. Molti cineasti e produttori a tale riguardo si sono schierati, difendendo la supremazia della settima arte e bollando tutto ciò che passa in televisione come semplice surrogato inferiore.

Per fortuna c’è anche chi, invece di ripudiare o scegliere di non considerare il mezzo televisivo, ha deciso di studiarne pregi e difetti. Capire innanzitutto il perché di questa crescita smisurata di pubblico degli ultimi anni, cercando di trovare un modo complementare di fare cinema che possa soddisfare parimenti le nuove esigenze degli utenti.

Un esempio dell’influenza attuale delle Serie sul cinema è stato il caso cinematografico dell’anno, il remake di IT del regista argentino Andrés Muschietti. Costato circa 30 milioni di dollari, il film è diventato l’horror con l’incasso più alto della storia, superando anche una pietra miliare come L’esorcista.

Sappiamo bene quanto abbia pesato sul botteghino l’amore incondizionato del pubblico nei confronti del romanzo di Stephen King. Anche l’effetto nostalgia e l’affetto verso la miniserie cult del ’90 con Tim Curry avrà fatto la sua parte, ma è probabile che la scelta di produrre il film in questo momento sia figlia del grande successo di Stranger ThingsE questa è solo una delle tantissime analogie tra i due prodotti (qui ve ne parliamo). La presenza di Finn Wolfhard nel club dei perdenti è l’indizio più evidente. Ricreare quelle atmosfere, quasi a ricalcare la città di Derry sul modello della Hawkings della Serie Netflix, è stata una mossa oculata ed economicamente proficua. Come dimostrano i risultati.

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Non si tratta però solamente di prendere ispirazione da Serie di successo. Diverse major a Hollywood hanno compreso quanto sia fondamentale creare nuovi franchise e puntare forte su di essi.

È l’unico modo che ha il cinema di creare storie a episodi per sviluppare la narrazione lunga e articolata tipica delle Serie. Si possono curare meglio tanti aspetti dei personaggi che in un’ora e mezza non si avrebbe il tempo di approfondire. Si può apprezzare la crescita fisica e psicologica dei protagonisti, aspetto fondamentale in una saga come Harry Potter, tanto per dirne una.

Un franchise longevo e di successo permette in altre parole di assicurarsi un pubblico di fedelissimi in trepidante attesa per ogni nuovo capitolo. Per un’industria in crisi è forse l’unico modo per garantire incassi sicuri ad ogni uscita di sequel, prequel e spin-off. Lo stesso periodo di attesa tra un film e l’altro stimola il dibattito e alimenta le fan theory, altro aspetto cruciale e tipico dell’attesa tra una stagione e l’altra negli show televisivi. Ciò non si significa ovviamente che le saghe al cinema siano una novità figlia dell’epoca d’oro della Tv, ma il numero di trilogie e universi condivisi è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi dieci anni.

Ormai non si contano più le major che hanno puntato forte su un proprio franchise, ma la prima casa di produzione che diede il via a questo trend diffusissimo è stata la Marvel.

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Proprio 10 anni or sono, con l’uscita del primo Iron Man (2008), nacque il progetto del Marvel Cinematic Universe. L’idea era una di quelle mai viste prima: creare un universo condiviso di supereroi, facendo uscire ogni anno film collegati tra di loro. Inutile dire che fu una trovata difficile da realizzare, ma con una resa straordinaria. Da allora sono passati dieci lunghi anni con record su record di incassi frantumati. Il primo Avengers è ad oggi il loro più grande successo, con l’invidiabile cifra di 1 miliardo e 518 milioni di dollari incassati. Uscito nel 2012, è ancora al quinto posto dei maggiori incassi di sempre. La fanbase del Marvel Cinematic Universe è cresciuta a vista d’occhio di anno in anno. Stuoli di fan attendono anche la fine dei titoli di coda per godersi pochi secondi della scena post credits, sperando in qualche succosa anticipazione delle prossime uscite.

L’assoluta genialità di questo filo sottile che lega ogni film all’altro, come fossero stagioni di un unico show, non è passata a lungo inosservata. Il primo a rendersi conto del potenziale di questo nuovo modo di fare cinema, preso in prestito dalla serialità, è stato Bob Iger, a.d. della Walt Disney Company. Per la modica cifra di 4 miliardi di dollari, nel 2009, mise sotto il controllo della casa di Topolino i Marvel Studios. Non si fermò certo a questo, naturalmente.

Iger capì la portata della rivoluzione che il modello Marvel aveva introdotto, e decise di espanderlo anche in altri ambiti.

Nel 2012 anche la Lucas Film si aggiunse alla sua lista della spesa. L’obiettivo era quello di andare sul sicuro: puntare sul rilancio di una delle saghe più famose e amate della storia del cinema, Star Wars. Il risveglio della Forza, primo film della nuova era Disney, fu la naturale conseguenza di un piano riuscito alla perfezione. Terzo incasso di sempre dietro Avatar e Titanic, con ben 2 miliardi al botteghino. Se aggiungiamo le centinaia di milioni di ricavi dal merchandising, ha quasi pareggiato da solo i 4.06 miliardi spesi per la compagnia di George Lucas. Cifra abbondantemente superata con i successivi Rogue One e The last Jedi. Inutile dire che è programmato praticamente un film di Star Wars all’anno, tra spin-off e nuove trilogie.

Altro merito di Iger fu quello di intuire l’importanza della figura dello showrunner nelle Serie tv e di portarla anche al cinema.

Ogni grande show ha prima di tutto alle spalle un grande showrunner. Di solito è l’ideatore, il deus ex machina che muove i fili. Produce, scrive lo script o semplicemente sceglie cast, registi e sceneggiatori, dettando loro le linee guida da seguire. Avendo già l’esempio di John Lasseter alla Pixar, produttore esecutivo e leader indiscusso della compagnia (acquistata indovinate da chi nel 2006), il boss della Disney decise di affidare il controllo dei suoi nuovi progetti a due architetti altrettanto illuminati. Kathleen Kennedy, storica collaboratrice e produttrice di Steven Spielberg, nominata a capo della Lucas Film e Kevin Feige, ex Marvel Entertainment, al controllo del Marvel Studios. Ad entrambi spetta tuttora l’arduo compito di mettere i paletti intorno ai quali i registi scelti dovranno rigidamente muoversi nell’impostare ogni nuovo film della saga.

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Ne sanno qualcosa Phil Lord e Chris Miller, Colin Trevorrow ed Edgar Wright, registi inizialmente scelti e in seguito accompagnati, più o meno cortesemente, alla porta in nome delle solite “divergenze creative” con i due potentissimi produttori.

Nonostante questo modo di fare cinema non sia condiviso da buona parte del settore, sono i risultati che contano. E parlano da soli. La Disney (che tra l’altro ha da poco formalizzato l’acquisto della maggioranza della 21st Century Fox per ben 52,4 miliardi di dollari) è divenuta la casa di produzione di maggior successo di tutta Hollywood.

Numerosi, e non altrettanto riusciti, sono i tentativi di imitazione delle altre case di produzione.

La Warner ha deciso di puntare forte sulla DC Films, tentando di recuperare terreno nel mondo dei cinecomics nei confronti dei Marvel Studios. I risultati, alla luce del cambio ai vertici degli studios a fine 2017, sono stati finora ben al di sotto delle aspettative. La Universal di contro ha lanciato il proprio Dark Universe, l’universo condiviso dei Mostri più famosi dei quali detiene i diritti. Anche in questo caso, il quasi flop de La Mummia sembra aver fatto spostare l’intero progetto in naftalina.

Insomma, il tentativo di trasmigrare lo stile e il linguaggio della serialità sul grande schermo si può dire che sia riuscito solo in parte, e solo ad alcuni. Ciò non toglie che, per la salvaguardia dell’industria stessa, avvicinare il cinema alle Serie tv, dopo che per lunghi anni  è avvenuto il contrario, al momento sia una delle poche soluzioni concretamente efficaci. Magari seguendo un modello di lavoro virtuoso e lungimirante come quello di Bob Iger. Perché in fondo bisogna tenere in considerazione anche i gusti del pubblico, e Dio solo sa quanto amiamo le nostre Serie Tv.

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Written by Andrea Scoppetta

Di solito quando scrivo non faccio che usare parole come pasghetti e mopodori, faccio continui riferimenti minacciosi e immotivati all'ONU e alla fine non faccio che ripetere vaffaflanders e altre cose che non posso dire.
Anche simpaticamente.

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