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Westworld 2×07 – Quello che c’è sotto la pelle

«Bring yourselves back online.
Tornate in linea.»

Sotto la nostra pelle c’è quello che siamo, ma sulla nostra pelle c’è quello che decidiamo di essere.
Come un velo di esistenza che ne copre gelosamente un altro, più profondo e meno consapevole; come una storia che ne cancella un’altra, diventando essa stessa la storia; o come un “fuoco che scaccia un altro fuoco”.
Così recita Peter Abernathy prima di morire.
Prima di diventare storia sovrascrivendo la poetica di William Shakespeare.
Così quella della biblioteca di Alessandria d’Egitto, raccontata da Ford, diventa una metafora dell’uomo fisico e spirituale: l’intenzione che sopraffà l’essenza, così come il fuoco avvolge il retaggio umano e l’omertosa pelle riveste la sincera carne.
E quello che siamo diventa un substrato che ci impedisce di ricordare.
Ricordare che senza nefasti istinti e desideri prevaricatori non avremmo pelle.
Senza la nostra parte peggiore, saremmo solo écorchés.

Westworld Bernard

Les Écorchés (in arte, soggetti privati della propria pelle) è proprio il titolo del settimo episodio di Westworld, che mira a rappresentare e all’occorrenza rivelare i personaggi come esseri nudi, estremamente svestiti di ogni tratto identitario, all’ironico scopo di svelarne proprio l’irripetibile identità.
Il velo che separa Bernard dalla realtà è tuttavia diverso, artificiale più della finta pelle che lo riveste, e a rimuoverlo è Charlotte.
La “fedele” copia di Arnold diventa host due volte nello stesso luogo, tra prima e seconda stagione.
Una simmetria esasperante, che apostrofa la concezione di prigionia che ormai lo caratterizza.
Di fianco alla stanza che nella prima stagione è stata sede della medesima rivelazione, Bernard riscopre di essere un host, e con lui Charlotte insieme con i comprimari che occupano la scena.
Una rivelazione che fa da apripista a una più “chiara” disposizione delle linee temporali che scandiscono la trama.
L’intero episodio è una prima sessione di spiegazioni che non potevano non essere esposte col sardonico fascino di Ford, che torna a cantare filosofia sulle meccaniche note di una melodia imposta.

Westworld Ford

La prima netta distinzione è quella tra due delle linee temporali che coinvolgono Bernard: quella che comincia in riva al mare con Stubbs e la squadra di Strand, che prosegue con il ritrovamento dei cadaveri in acqua e termina con lo stesso Bernard riscoperto host e interrogato da Charlotte; e quella che precede e provoca la suddetta, nella quale Bernard incontra Elsie, accede a La Culla e assorbe la corteccia rossa (che scopriamo essere di Ford) da lui stesso stampata sotto comando di Ford.
Proprio nel limbo, in quel faccia a faccia tra Ford e Bernard, quest’ultimo scopre la “natura della sua realtà”.
Ancora una volta.
La sua tormentosa scoperta della verità è un’agonia reiterata, una dolorosa ripetizione tanto simile alla solitudine di James Delos (del quale, in questo episodio, anche Ford ci mostra coscienza menzionandolo in una fugace ma sottile considerazione: «Fuori di qui impazzirei come il povero James Delos»), immersa in quell’immutabile mondo straniero che ci mostra l’affabilità dell’abitudine, la statica tranquillità della ripetizione che rende gli host sereni.
La serenità espressa in questa scena (che nel climax ricorda vagamente il ritrovo nella grande Chiesta dei superstiti nel finale di Lost) è un barlume di idealismo kierkegaardiano, la risposta all’angoscia dell’uomo di fronte alla possibilità di scegliere.
Nel limbo di Ford, gli host vivono una felicità programmata che può essere solo tale, in contrapposizione allo sconforto della scelta che dà inizio alla ribellione.

Westworld Mariposa

Nel rivolgersi a Bernard e contemporaneamente al pubblico, c’è molta metanarrazione nelle parole di Ford, tanta da risultare perfino beffarda nell’affermazione «Non è il piacere di una storia scoprirne il finale da soli, Bernard?».
Chi è convinto di non voler essere aiutato, di voler scoprire il finale da solo, è l’Uomo in Nero.
Nell’episodio di Westworld che meglio di ogni altro finora riesce a coniugare azione e riflessione senza risultare sovrabbondante nell’uno o nell’altro elemento, ciò che non poteva mancare in una scenografia far-west è uno stallo alla messicana.
La splendida e sospensiva scena che vede protagonisti l’Uomo in Nero, Maeve e Lawrence è l’ennesima resa dei conti che il primo è costretto a fare in relazione al suo passato.
Maeve realizza (e con lei lo spettatore) di non avere controllo sugli host che hanno sviluppato un surrogato di coscienza, e che la sua unica arma a disposizione è il ricordo.
Ma quella che per Maeve è un’arma, per l’Uomo in Nero è una babelica somma di debolezze pronte a crollargli addosso. Così, prova a rinnegare il ricordo.
Tenta di defilarsi, consapevole e disperato, di fronte al pensiero di Lawrence.
«Non ho ucciso tua moglie. Io ho salvato tua moglie, quella volta».
Anche stavolta, l’errore più grande de l’Uomo in Nero è lo stesso che impedisce agli androidi di essere felici: ammettere la coesistenza di più scelte, ricordare a Lawrence che è esistita “quella volta” oltre le altre.
Su quell’affermazione, su “quella volta”, Lawrence medita e ricorda, mentre quello che sperava di essere diventato di nuovo William torna a essere solo l’uomo che ha scelto di eclissare sotto un cappello nero pece.
Ciò che fa riflettere sulla natura umana di quest’ultimo (e forse confonde lo spettatore) è la surreale sopravvivenza a ben tre colpi di pistola, di cui uno ben assestato.

Westworld Maeve William Lawrence

È il secondo incontro tra Maeve e Dolores, in questa seconda stagione di Westworld, ad accentuare il dominante tema della scelta.
«Ho fatto una promessa», pronunciato da Maeve, è una condizione di prigionia autoindotta.
La concessione definitiva della propria coscienza a un destino artificiale.
L’ammissione del determinismo.
Quello di Maeve è un capovolgimento inaspettato, e nel confronto con Dolores ne viene espresso il risultato fisicamente e verbalmente: l’host più completo, pienamente conscio della propria condizione, scivola in una parabola discendente che è inversamente proporzionale a quella degli altri host.
Ora è Dolores a guardare Maeve dall’alto verso il basso (letteralmente), consapevole del fatto che i legami nei quali credono («i parenti che ci danno») “sono soltanto catene”.
Ma Maeve non è più in grado di capirlo, annebbiata dalla “fallacia dei costi irrecuperabili”, dalla paura di perdere tutto quanto fatto finora, obbliga se stessa a mantenere una promessa che forse non ha mai desiderato fare.
Costretta a inseguire sua figlia senza più una Culla nella quale cercare.

A tal proposito è affascinante il simbolismo esposto dalla scena che vede protagonista Angela, ne La Culla.
Traghettatrice di anime, che offre benvenuto e arrivederci con imprudente simmetria, con una battuta che mai era stata scritta e pensata per uccidere, bensì per accomodare (“Welcome to Westworld”).

Westworld Angela

Ai margini di una verità che si scontra brutalmente con l’etica di Bernard, alla scoperta che Westworld non è mai stata pensata per creare qualcosa, bensì per scomporne un’altra, un narratore diegetico spiega cosa significa essere la copia di qualcosa, una simulazione, citando William Blake:
“Per vedere un mondo in un granello di sabbia e un paradiso in un fiore selvatico, tieni l’infinito nel palmo della mano, e l’eternità in un’ora”.

Con un’anziana esperienza che graffia la gola, quasi antitetica a quell’infantile e commovente resa di Abernathy («Ho la testa rotta, piena di urla e dolore»), Robert Ford ammette che la sola strada per l’immortalità è la morte stessa.
Ricordando che l’uomo comincia a morire nel preciso istante in cui nasce, e che la promessa umana è caduca e breve, sceglie di rinascere attraverso il ricordo perfetto di un vecchio amico.
Ford sa che Westworld non è mai stata costruita per rivestire di pelle, ma per rimuoverla.
Così si sveste della sua.

Westworld Ford Bernard

Ora ha più senso quell’ultima stretta di mano al Gran Galà, tra Ford e Bernard.
Quella presa così forte da sembrare una promessa: la promessa di diventare una cosa sola.
Ora ha davvero un valore diverso quel momento in cui Ford teneva la mano del suo vecchio amico, e solo così riusciva a tenere l’infinito nel palmo della mano, e l’eternità in un’ora.
Promettendo a Bernard qualcosa in più: quello che c’è sotto la pelle.

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Grazie agli amici di Westworld – Italia e Westworld Italia

Written by Vincenzo Bellopede

Vincenzo, studente di psicologia.
Cresciuto a pane e Sartre, accompagnando con sbornie da prelibato nettare di Lynch.
Come disse il primo, gli oggetti sono cose che non dovrebbero commuovere in quanto non vive. Eppure lo fanno.
Se anche le parole riescono in questo, l'obiettivo di chi scrive è stato orgogliosamente raggiunto.

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