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Westworld 2×06 – Il ricordo che tutti aspettavamo

«Bring yourselves back online.»
«Tornate in linea.»

È proprio vero che nel nostro cervello esiste una regione del tutto particolare.
Un lato della mente estremamente forte, ma nel quale è così facile dimenticare i volti a favore delle espressioni.
Una memoria poetica, che registra qualunque cosa ci affascini e commuova.
Un “posto” in cui la propria ambizione finisce per determinare la propria immortalità.
È quanto capita a Teddy, risorgendo all’infinito con la bramosia di diventare ciò che Dolores si aspetta di vedere.
È lo sconsiderato passo nel vuoto di Bernard, che annulla il suo sguardo per sovrascriverlo con la visione di un ricordo. E continua ossessivamente a inseguire qualcosa.
Cammina verso quella che è sempre stata la sola fonte della sua conoscenza, nel bene e nel male.
Segue il suo amico con una fedeltà inconsapevole, come il levriero che, nel rincorrerla, sembra tanto “fedele” alla sua preda.
Quella porzione di intelletto è così fedele all’ambizione, e traduce gli 88 tasti bianchi e neri nell’infinito della musica di un pianoforte che non ha mai smesso di suonare, tra le ormai sporche pareti del Mariposa.
Non ha mai smesso, perché sa che non morire mai vuol dire prolungare la propria esistenza oltre la propria forma.
Non smette, come mai hanno smesso di esistere Mozart, Beethoven e Chopin.
Loro non sono mai morti.
Come Robert Ford, “sono soltanto diventati musica”.

Westworld

Così Westworld non può smettere di somigliare a un palcoscenico, e simile al calare del sipario si estendono gli scuri bordi dello schermo, che ci proietta nel faccia a faccia tra Dolores e quello che abbiamo sempre creduto essere Arnold.
Prima di scoprire il “fidelty test” messo in atto da Dolores (lo stesso al quale William ha sottoposto James Delos), lo schermo si riduce in 16/9 per incupire la scena e darle profondità, quasi come a incanalare l’attenzione con clima cinematografico. La stessa impostazione dello schermo è presente in tutte le scene di dialogo tra i due, a partire dal primo episodio di questa seconda stagione.
Proprio in quell’introduzione di stagione, col senno di poi, la posizione di Dolores è spudorata, così sfacciatamente dominante da passare inosservata anche quando accompagna il risveglio di Bernard («Scusa Dolores, ero perso nei pensieri»).
Quello che sembra un semplice esercizio di stile, diventa in chiusura di episodio la chiave di lettura per distinguere un’intera timeline: nel momento in cui Bernard utilizza il macchinario all’interno de La Culla, il suo punto di vista nei meandri della memoria assume la stessa presentazione scenica, con i bordi ristretti in 16/9.
È possibile che tutto quanto mostrato con questo settaggio sia sempre una visione di Bernard dall’interno de La Culla, assottigliando ancor più il flebile confine tra realtà e finzione, o presente e passato, nel mondo di Westworld.

Westworld fidelty

Cambia quindi il nostro punto di vista e quello di Bernard, narrativamente e metanarrativamente, in quello che sul piano della fotografia è sicuramente uno dei migliori episodi che Westworld abbia mai presentato.
Quasi come se, col ritorno di Ford, l’arte ritrovasse un bacino nel quale tornare a stendersi con armonia, e tracciare una vera e propria linea temporale.
Se nella prima stagione è stato omaggiato Leonardo Da Vinci, tra la sequela di transizioni con paesaggi che ci propone questo episodio, come fossero pregiati quadri in esposizione, ce n’è uno che fa da chiara riproduzione del “Ponte giapponese” di Monet.
Nel minuzioso contesto di Westworld, la successione temporale di correnti artistiche quali quella rinascimentale di Da Vinci nella prima stagione, e quella impressionistica di Monet in questa (che è quasi immediatamente successiva a quella rinascimentale) non può essere casuale, e traccia la coda di una linea ben definita, una deliziosa e ordinata sequenzialità tendente al continuo.

Westworld Monet

Chi invece crede soltanto di tendere al continuo è Maeve, che vede dilapidate le proprie certezze nella sfiancante ricerca di quella che non è più sua figlia.
Il suo depotenziamento è percepibile grazie a splendidi dettagli recitativi, che somatizzano l’abissale incertezza di una madre.
Maeve è l’host dalla coscienza più sviluppata nell’intero parco, eppure il suo essere “superdonna” si dissipa progressivamente già dall’istante che precede l’incontro con sua figlia.
Avvicinandosi alla bambina, Maeve “si fa bella” toccandosi freneticamente i capelli.
Fissa il legno fragile della veranda sotto passi troppo pesanti per non dovervi prestare attenzione con lo sguardo.
Tra le migliaia di codici, che fino a poco prima le garantivano una chiara e netta comprensione di quel mendace mondo, qualcosa viene meno.
Un metro quadro del fragile legno che reggeva i suoi passi viene meno.
Maeve dovrebbe aspettarsi (o almeno comprendere facilmente) di essere stata rimpiazzata, eppure la sua “onniscienza” cessa alla visione della donna che ora occupa il suo posto. E scappa.
Corre tenendo per mano una bambina che non è sua, e che terrorizzata continuerà a urlare chiedendo di sua madre, mentre Maeve la porta via.
Al momento del suo riscatto, Maeve non cambia le cose.
Ancora una volta, non è riuscita a impedire che una madre perdesse sua figlia, e che una figlia perdesse sua madre. Eppure la sua nuova, umana, vulnerabilità le impedisce di capirlo.

Westworld

 

A un concetto di fedeltà distorto, quasi ossimorico nell’esprimere egoismo, si contrappone quello di paternità espresso dall’Uomo in Nero e ricambiato da sua figlia Grace.
Se nelle azioni di Maeve non è possibile calcare una differenza tra fedeltà e obbedienza, quello dell’Uomo in Nero nei confronti di sua figlia è un reale (e leale) abbandono al giudizio.
Sebbene non adempirà alla promessa fatta, William non agisce in maniera premeditata durante il loro nudo e catartico confronto.
Gli spasmi sul viso sono reali, e allo scetticismo iniziale subentra una razionalizzazione e un ripensamento confortanti prima, e una ripida discesa nella delusione e nello sconforto poi.
È possibile identificare chiaramente la parabola di volubile felicità e delusione nelle sue espressioni, e al tempo stesso ne restano ben celate le motivazioni.
Ed Harris è in grado di mostrarci cosa c’è all’interno dell’Uomo in Nero, ma senza dirci di cosa sono fatte le sue interiora.
L’ambiguo dialogo mette in discussione (ancora una volta, forse anche burlando lo spettatore) la natura dell’Uomo in Nero: salta all’occhio l’affermazione di quest’ultimo sulla paura degli elefanti; paura che attribuisce all’infanzia della ragazza, la quale smentisce immediatamente attribuendola a sua madre.
Incredulo, William si arresta immediatamente, facendo intravedere per un fuggevole attimo la possibilità che possa rivelarsi un host disturbato da una dispercezione cognitiva.
E invece, avviene un cambio di espressione; la consapevolezza e la deludente angoscia di chi era pronto a convincersi, lasciandosi andare e trovando tra le parole di sua figlia la strada per la Porta.
Quella perdita della speranza che vuol dire libertà.
Eppure quella frase smentita ha significato qualcosa per William.
Forse la conferma che quello posto di fronte a lui fosse davvero un host mandato da Ford.
Così finge accondiscendenza, già conscio di quella che dovrà essere la sua scelta.
Consapevole del fatto che, per quanto lo voglia intensamente, non potrà farsi convincere (e quindi manipolare) da un flusso di codici. Non di nuovo.
La sua fiducia è pura ma vacillante, e capisce di dover arrivare a quanto Maeve non è riuscita: “lasciar andare sua figlia”.

Westworld

Bernard non ha mai smesso di avere fiducia in Ford, in qualche irrazionale modo.
I due, ormai, sono soltanto il rumoroso riverbero di due codici binari che si intrecciano vicissitudinariamente in un mondo che non esiste, non lasciandosi andare mai.
È per questo che, romanticamente, quel piano a Mariposa non ha mai smesso di suonare.
Anche quando le ossute mani vi si sono sollevate, e speranzoso Ford ha atteso sulla sponda sdrucciola della vita che il suo “vecchio amico” lo ascoltasse.
Bernard risponde al richiamo, sovrapponendosi alla figura del fedele levriero.
Annulla il suo corpo ed entra in un ricordo.
C’è qualcosa di più fedele del sognare qualcuno? Del tenerlo sempre a mente, anche quando non c’è?

Westworld

 

E se è vero che dimenticare un volto è facile, allora la fedeltà che si dimostra sognando qualcuno è quasi commovente.
Commovente. Come ciò che rimane per sempre impresso lì, nella memoria poetica.

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Un saluto agli amici di Westworld Italia e Westworld – Italia

Written by Vincenzo Bellopede

Vincenzo, studente di psicologia.
Cresciuto a pane e Sartre, accompagnando con sbornie da prelibato nettare di Lynch.
Come disse il primo, gli oggetti sono cose che non dovrebbero commuovere in quanto non vive. Eppure lo fanno.
Se anche le parole riescono in questo, l'obiettivo di chi scrive è stato orgogliosamente raggiunto.

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