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DTF St. Louis è un esperimento stranissimo – Recensione di una delle serie più originali e camaleontiche del 2026

DTF St. Louis

ATTENZIONE: l’articolo contiene spoiler su DTF St. Louis!!

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“Ma che combina la gente qui intorno?“. È quello che si chiede il detective Donoghue Homer in uno degli episodi finali di DTF St. Louis. Ed è anche la prima cosa che viene in mente a noi dopo aver visto i sette episodi della serie. Perché, in effetti, sembra un viaggio simile a tanti altri, ma in realtà ci siamo imbarcati in qualcosa di piuttosto bizzarro. DTF St. Louis è uno degli ultimi prodotti sfornati da HBO Max, quindi ci dovrà pure essere qualche buona ragione per avventurarsi nella visione. La piattaforma sta diventando infatti sempre più garanzia di qualità. HBO Max d’altronde è sbarcata in Italia per puntare in alto, non per essere una delle tante. E sicuramente uno dei prodotti più interessanti dell’ultimo periodo (che merita la top5 delle migliori serie tv del momento sulla piattaforma) è questa strana black comedy di Steven Conrad.

Strana perché ha dei toni che accarezzano il grottesco, pur mantenendosi su un registro cupo e drammatico. Steven Conrad ci abituati a prodotti frammentati, in cui la verità emerge poco alla volta. Storie in cui niente è come sembra e in cui i continui cambi di prospettiva definiscono poco alla volta la percezione del racconto. Chi ha già avuto modo di vedere i lavori di Conrad (The Weather Man, Wonder, Patriot e così via), riconoscerà in DTF St. Louis parte del suo stile. Ma veniamo alla serie. Nella recensione al pilot, avevamo definito DTF St. Louis una “commedia grigia“, ossia un prodotto a metà strada tra il dramma e la commedia nera, che fa della commistione di generi (crime, thriller, giallo noir, commedia degli equivoci) il suo centro di interesse.


“Grigia“ perché va a sondare la superficie di storie ordinarie, incastonate nella routine monocromatica di giornate ordinarie, rese ancora più uguali a se stesse da personaggi altrettanto ordinari.

David Harbour nel primo episodio di DTF St. Louis
T ROWDEN – © 2026 – HBO Max

Siamo in un sobborgo urbano anonimo, in cui gli scorci non animano la trama, piuttosto la devitalizzano. L’architettura circostante ci fa muovere in uno spazio conosciuto, sempre uguale a se stesso, quasi rassicurante. È in quei quartieri, per quelle strade, che si dipanano le vite noiose dei protagonisti. Edifici grigi e paesaggi desaturati si stagliano sullo sfondo delle inquadrature, alternandosi a interni quasi sempre deserti, spopolati, nei quali si acuisce il senso di solitudine e apatia. I personaggi procedono con fare flemmatico, quasi cullati dal tedio delle proprie esistenze vuote. Clark Forrest (Jason Bateman) è un meteorologo che conduce la sua trasmissione sulle previsioni sull’emittente locale.

È il viso familiare che tutti i giorni appare sullo schermo per rassicurare i cittadini con voce modulata e gesti sempre uguali. È una versione aggiornata di Dave Spritz, il weatherman che Conrad aveva scritto per Nicolas Cage anni prima. Indica dei punti su una mappa che alle sue spalle non esiste e si presenta con il solito atteggiamento tranquillizzante. Sta per arrivare una forte turbolenza? Nessuna paura, basta portarsi dietro un ombrello. Si va incontro a una delle più terrificanti ondate di caldo del decennio? Calma, basta non uscire nelle ore più calde del giorno. Stesso sorriso, stessa gestualità, stessa inclinazione della voce. Cambiano le stagioni, ma il compito di Clark Forrest resta sempre uguale.

L’altro personaggio di DTF St. Louis è Floyd Smernitch (David Harbour), un interprete della lingua dei segni che affianca Clark nelle sue trasmissioni quotidiane.

Jason Bateman è Clark Forrest, un meteorologo piuttosto famoso
TINA ROWDEN/HBO

Floyd è un omaccione in sovrappeso, con il sorriso gentile e i gesti impacciati. Ha un problema al pene che ha condizionato la sua vita sessuale e vive con sua moglie Carol (Linda Cardellini), che per arrotondare fa l’arbitro di baseball nei campionati giovanili, e con il figlio di lei, Richard (Arlan Ruf), un adolescente con frequenti scatti di ira e problemi nel relazionarsi con gli altri. DTF St. Louis prende personaggi ordinari e innesca tra di loro una serie di dinamiche che tendono a scardinare il normale (e monotono) corso degli eventi. Tutto sembra cambiare quando Clark propone a Floyd di iscriversi a un’app di incontri per relazioni extraconiugali: DTF St. Louis, per l’appunto, dove DTF sta per down to f*ck.


È il primo strappo alla regola che i personaggi si concedono nella loro quotidianità mediocre e priva di brio. Clark avverte più di tutti il peso della monotonia di giornate sempre uguali. Il lavoro, la moglie, le due figlie, le passeggiate a bordo della bicicletta reclinabile non lo appagano più, non veramente. Ha bisogno di nuovi stimoli, di nuove avventure, di un pizzicotto nello stomaco che lo sproni ad affrontare con spirito diverso le sue giornate. Ma in DTF St. Louis niente è come sembra, dall’inizio alla fine. Già dal primo episodio, il regista ci mostra la relazione tra Clark e Carol, conosciutisi la prima volta a una serata di cornhole a casa di Floyd. Una banale storia di tradimento finita male? Niente affatto, DTF St. Louis è qualcosa di completamente diverso.

Alla fine del primo episodio, Floyd viene trovato morto accanto a una lattina di Bloody Mary vuota e a una rivista pornografica.

Linda Cardellini è Carol in DTF St. Louis
Sky Atlantic

Da qui partono le indagini e le supposizioni dei due detective, Donoghue Homer (Richard Jenkins, detective della contea) e Jodie Plumb (Joy Sunday, agente speciale del Dipartimento di polizia di Twyla), che poco alla volta si fanno una loro idea sul caso. Un’idea che però viene completamente smentita e ribaltata dal racconto dei protagonisti e dagli elementi che piano piano emergono nel corso degli episodi. Il triangolo amoroso alla base di DTF St. Louis è qualcosa di molto più complesso. I legami che si instaurano tra i personaggi non portano semplicemente a una storia di sesso e trasgressione, ma penetrano più nel profondo la loro psicologia, mostrandoci poco alla volta fragilità e debolezze nascoste.


La crisi di mezz’età è indubbiamente uno dei temi portanti di DTF St. Louis. I protagonisti vorrebbero sconfiggere la banalità delle proprie vite con un pizzico di trasgressione. Ma quando vanno a smuovere la patina dorata con cui hanno avvolto le proprie vite, scoprono di provare sentimenti contraddittori e persino respingenti, ai quali non sanno neppure dare un nome. Quindi quella che sembra una storia di segreti e tradimenti, si trasforma in un triangolo amoroso fatto di complicità e non detti che si accumulano sulle spalle di ciascun personaggio, rendendone il peso così ingombrante da condurre ciascuno di loro al punto di cedimento.

Si finisce per guardarsi dentro in una maniera poco convenzionale, come trascinati da un’inerzia che conduce inevitabilmente dove deve condurre.

David Harbour e Jason Bateman
Sky Atlantic

Jason Batman, David Harbor e Linda Cardellini riescono benissimo nel compito di conferire ai loro personaggi più strati, delle volte anche in contraddizione tra di loro. Uno dei principali motivi che hanno spinto gli utenti a guardare DTF St. Louis è il cast, al cui trio principale si aggiungono anche Richard Jenkins, Joy Sunday, Peter Sarsgaard (visto anche nell’amatissima e premiatissima Dopesick) e Chris Perfetti, amalgamati perfettamente nel contesto. Questa serie ciondola flemmaticamente tra la sua natura più cinica e sprezzante, che in un primo momento è incarnata dal personaggio di Clark, e quella più emotiva, che culmina con la tragica fine del personaggio di Floyd. Ma non sono solo i personaggi a riflettere le due nature di DTF St. Louis.

È il tono stesso della serie che oscilla fra questi due estremi, imbarcandosi quindi in un genere che non è né commedia, né dramma, né crime, né noir, ma una commistione bizzarra di tutto ciò. DTF St. Louis è un esperimento grottesco, che tende ad esasperare alcune situazioni per suscitare non solo il riso, ma anche qualche riflessione più ficcante. Tutti mentono, tutti hanno dei desideri nascosti, tutti sono mossi da strane pulsioni alle quali non saprebbero neppure dare un nome. Il sobborgo urbano del Missouri lascia a ribollire la voglia di evadere, di strappare i fogli tutti uguali di vite mediocri e di gettarci su un po’ di benzina.


Jason Bateman a bordo della sua bicicletta reclinabile
Sky Atlantic

I desideri nascosti vengono in superficie e condannano i personaggi a guardarsi dentro e a fare i conti con le proprie insicurezze.

DTF St. Louis cambia costantemente la prospettiva per spingerci a non fermarci alle apparenze. Quello che sembrerebbe a tutti gli effetti il colpevole di un omicidio potrebbe rivelarsi solo un uomo spaventato e confuso dalla contraddittorietà dei propri sentimenti. Le prove che sembrano incastrare una madre di famiglia cinica e calcolatrice aprono invece degli squarci sulla vita di una donna insoddisfatta e piena di paure. Alla fine, persino quello che sembra un omicidio si rivela qualcosa di diverso e molto più complesso. O forse molto più semplice, quasi banale.

DTF St. Louis ci ha portati da un punto A a un punto B lasciando che fossimo noi a trarre delle conclusioni che poi però si sono rivelate distanti dalla realtà. Nessuno è normale, in DTF St. Louis. È solo che tutti lo sembrano visti da lontano. Perciò anche l’intento di questo show è quello di confonderci, di essere qualcosa di diverso da ciò che appare nei suoi primi episodi. Bisogna arrivare fino in fondo per cogliere il senso di DTF St. Louis e per capire che la nostra messa a fuoco andava regolata: il vero movente che spinge gli individui a uscire dalla propria comfort zone è molto più banale delle tante supposizioni che ci soffermiamo a elaborare.