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Stranger Things: Storie dal 1985 – La Recensione: così simili, così diversi

Una scena tratta dal trailer di Stranger Things: Tales from '85
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Sono passati tre mesi e venticinque giorni dall’ultimo episodio di Stranger Things, il gran finale che ha chiuso il cerchio di una serie che in quasi dieci anni ha rivoluzionato la serialità. Attorno alla distribuzione dell’ultima stagione si è creata un’attesa rara: abbiamo aspettato i giorni di diffusione con ansia e siamo rimasti svegli a oltranza per poterci godere subito gli episodi. Se non tutti, almeno una parte. Fremevamo perché non vedevamo l’ora di scoprire cosa ci fosse in serbo per noi, anche perché pensavamo che con quegli episodi avremmo detto addio non solo alla serie, ma a un intero universo. Poco dopo, però, ci siamo ricreduti. L’annuncio di una nuova serie animata ci ha fatto capire che la nostra avventura con Undi, Mike e compagnia non era ancora finita. E una nuova avventura è già arrivata, più veloce del cuscino a forma di demogorgone che avevo ordinato con la raccolta punti: Stranger Things: Tales from ’85 è diventata realtà.

Ammetto che l’idea di ritrovare i personaggi sotto una forma così simile alla realtà eppure contemporaneamente così diversa come può essere una serie d’animazione, mi ha turbata un po’.

La mia prima reazione all’annuncio di questa nuova serie, ideata da Eric Robles e prodotta – tra gli altri – anche dai divini Matt e Ross Duffer, non è stata proprio positiva. Anzi, sono abbastanza sicura di aver pronunciato le parole “No, vabbè” con aria scocciata. Mi sembrava troppo presto, sentivo la ferita della fine della serie ancora bruciarmi sulla pelle. E invece, entrata su Netflix e mandata in play la prima puntata, mi è bastato poco o niente per ricredermi, per tirare indietro tutti i dubbi e le critiche pregresse e precoci che avevo fatto senza pensarci due volte.


Con poco o niente, intendo il Tudum di Netflix con ambientazione Sottosopra, quello che se siete fan di Stranger Things conoscete bene. Se siete qui, molto probabilmente fan della serie lo siete eccome. E quindi è giusto che io vi dica una cosa. Il binge watching di Stranger Things: Tales from ’85 che ho appena terminato ne è valso la pena.

una scena di Stranger Things: Tales From '85
Credits: Netflix

Bentornati ad Hawkins, Indiana.

Una cittadina in cui la tranquillità non è contemplata, mentre lo sono ampiamente i poteri sovrannaturali, strane creature dai versi inquietanti e ragazzini che vanno in giro h24 senza la supervisione di un adulto. Siamo di nuovo qui, dove tutto è cominciato e dove pensavamo che non saremmo tornati per un bel po’. E invece rieccoci. Siamo nell’inverno del 1985, un tempo che è il passato non solo per noi, ma anche per il contesto delle vicende della serie. Ci situiamo infatti, serialmente parlando, nel periodo trascorso tra le stagioni due e tre di Stranger Things.

Tante cose sono diverse dalle dinamiche a cui siamo stati abituati in tempi recenti, con tutte le consapevolezze di chi è arrivato alla fine della quinta stagione. Billy è ancora vivo, è ancora il fratellastro odioso di Max. Robin non esiste ancora nelle vite dei personaggi, e lo stesso vale per Vecna. Il Mindflayer, lungi dall’essere il male supremo, è solo uno dei tanti mostri incontrati. E, per quanto ne sappia il gruppo, è anche stato da poco sconfitto. Ah, beata ignoranza! Le vite di Will, Mike, Lucas, Dustin, Max e Undici scorrono nella più totale – per quanto possa valere il termine per loro – normalità. Vanno a scuola (questo non vale per Undici, chiaramente), organizzano le loro campagne a D&D, vanno alla sala giochi e attendono con trepidazione l’imminente apertura del centro commerciale Starcourt. Che durerà da Natale a Santo Stefano fortunatamente nessuno deve dirglielo.


Tutto scorre tranquillo finché una nuova minaccia sovrannaturale non fa capolino.

Di cosa si tratta? Di creature mutanti di diverso tipo. Nei versi sono simili ai demogorgoni, i mostri di Stranger Things per eccellenza. Ma quelle che ci presenta Stranger Things: Tales from ’85 sono creature diverse. Non sono le loro forme precise a interessare davvero, sono piuttosto le dinamiche che le mantengono in vita. Come esseri provenienti da un universo totalmente diverso, sono stati costretti ad adattarsi al nuovo habitat. E lo fanno con una rapidità disarmante, nutrendosi ovviamente dell’energia di giovani vite indifese. Per loro non è niente più e niente meno che una questione evolutiva: è sopravvivenza della specie. Per i nostri protagonisti, invece, è un nuovo modo di affrontare la scienza, con un po’ meno fisica e chimica e parecchia botanica in più.

Nikki in una scena di Stranger Things
Credits: Netflix

Ma torniamo alla componente umana, a una delle novità di cui si è parlato di più nell’attesa di Stranger Things: Tales from ’85. Una novità con un nome: Nikki. Appena arrivata alla Hawkins Middle School, la scuola meda frequentata dai nostri protagonisti, Nikki è la figlia della supplente di scienze, una donna dalle mille stranezze. Come adolescente punk un po’ solitaria abituata a viaggiare da una parte all’altra per seguire sua madre nelle sue strambe idee professionali, fa fatica a trovare il suo posto nel mondo. Figuriamoci ad Hawkins. Ma è una ragazza dalle mille risorse. Una su tutte: è in grado di assemblare e costruire praticamente qualsiasi cosa, e quest’abilità sarà ovviamente fondamentale per affrontare le demozucche o comunque vogliate chiamare i nuovi mostri.


Delle tattiche ideate per affrontare queste creature non vi parlerò molto, potete immaginare la trama di Stranger Things: Tales from ’85 da questo punto di vista.

Una trama ovviamente intricata e parecchio scientifica, in cui sembra sempre finita ma in realtà davvero finita non lo è mai. In questo Stranger Things ci ha abituato bene. In più, non abbiamo neanche da temere per le vite dei nostri beniamini, dato che sappiamo come sono andate le cose per loro negli anni a venire. Ciò che della serie è davvero interessante sono le dinamiche relazionali, la posizione dei personaggi nel loro universo e la struttura del racconto, che proprio come quella della serie madre non delude. E quindi, ora che questo chiarimento è stato fatto, ripartiamo da dove ci eravamo fermati.

Ripartiamo da Nikki. Conosciamo la sua bontà e la sua solitudine nei primi tre minuti sullo schermo, quando interviene per salvare Will da un attacco dei bulli a scuola. Non dimentichiamolo mai: anche in un contesto in cui esistono demogorgoni e Mind Flayer, i primi nemici sono sempre le persone. Il favore sarà comunque ricambiato dal gruppo, stavolta contro mostri leggermente più feroci degli adolescenti.

Questo dovrebbe essere il momento in cui vi dico che qui nasce in Stranger Things: Tales from ’85 un’amicizia destinata a durare per sempre.

una scena tratta da Stranger Things: Tales from '85
Credits: Netflix

Ma no, non lo è. E non solo perché – come sappiamo – di Nikki nelle stagioni canoniche di Stranger Things non sentiamo parlare neanche per sbaglio, ma anche perché il gruppo non si dimostra subito aperto e propositivo nei suoi confronti. Per la prima volta, Stranger Things: Tales from ’85 ci porta in una storia in cui il nostro gruppo di adolescenti per niente considerati cool dalla società assume le sembianze delle persone che odia. Molto più di quanto era successo con l’arrivo di Max, i ragazzi fanno fatica a includere Nikki nel gruppo, la guardano con sospetto, temono che possa alterare le loro dinamiche. Rischiano di trasformarsi in carnefici in una dinamica di cui normalmente sono le vittime. E il primo a non riuscire ad accettare Nikki è il nostro Dungeon Master Mike Wheeler, che in questa serie dà il peggio di sé.


È colui che più di tutti guarda Nikki con sospetto, proprio lui che da bambino non aveva esitato un attimo ad accogliere Undi. Se non fosse stato per la sua infantile purezza, Stranger Things non sarebbe esistito. Mike stavolta si dimostra un adolescente che non riesce a uscire dai confini imposti dal suo quotidiano. Non vuole includere Nikki nel gruppo e nelle campagne D&D, non vuole cedere a Will il suo posto di Master. E soprattutto, fa una gran fatica a lasciare al suo migliore amico e alla sua ragazza il loro spazio di manovra. Lo spirito iperprotettivo verso Will e Undici si trasforma in una sorta di prevaricazione nei loro confronti, un costante parlare al loro posto. Vuole proteggerli, certo, ma non è suo compito. E loro glielo fanno capire.

Quanto a Will, invece, quello che troviamo qui è un personaggio un po’ ibrido tra il se stesso degli inizi e quello del finale di Stranger Things.

Le difficoltà che Lo Zombie ha affrontato durante le prime due stagioni e che lo hanno portato a un’insicurezza cronica che in Stranger Things si evolve più che altro nella quinta stagione, in Stranger Things: Tales from ’85 sembrano meno impattanti. Will ha più voglia di rivalsa, di dire la propria, di essere in prima linea. E questa voglia esce fuori anche grazie a Nikki. Proprio come nell’ultima stagione della serie madre il suo inaspettato rapporto con Robin lo aveva aiutato a far uscire fuori la sua personalità e il suo coraggio, anche in questo caso la nuova arrivata ha un ruolo fondamentale nel tirare fuori il vero Will.

È il suo ruolo un po’ solitario nel gruppo ad attirare questa dinamica. Da una parte ci sono Mike e Undici, qui più vicini che mai; dall’altra Max e Lucas, la mia coppia preferita senza se e senza ma. Poi c’è Dustin, sempre un po’ preso in dinamiche più sue, e soprattutto con un migliore amico per eccellenza: Steve Harrington. Ed eccolo qui, Will, pronto a entrare in connessione con chi subentra, ad aprirsi al nuovo molto più degli altri.


Le prime immagini di Stranger Things: Tales from '85
Credits: Netflix

Ma a proposito di Steve.

In Stranger Things: Tales from ’85 non c’è abbastanza Steve Harrington. Dobbiamo aspettare la bellezza di quattro episodi per ritrovare la sua chioma in versione animata. E ancora di più ci tocca attendere per vedere l’azione di Nancy. Per non parlare di Jonathan, che compare in un’unica scena. Quelli dei giovani adulti – dei fratelli maggiori e del baby sitter – sono praticamente dei cameo. Lo stesso o poco più si può dire di Hopper. Molto meno invece di Joyce, qui non contemplata.

È che a noi la gang al completo piace. È quella a dare il massimo alle dinamiche di Stranger Things, a funzionare davvero. E il fatto che alcuni personaggi canonici facciano delle comparsate mentre di un personaggio qui fondamentale come Nikki non si parlerà mai più nelle stagioni di Stranger Things che seguono le vicende del 1985 resta per me un buco di trama che non si può non considerare.

Checché ne dica il creatore della serie, non è il fatto che Nikki non ci sia più negli anni successivi il problema.

Il punto è che nessuno mai la nomina, nessuno cita la sua capacità di costruire armi letali in mezza serata e di aggiornarle in dieci minuti. Nessuno mai la ricorda come una risorsa utile in contesti difficili, cosa che invece succede per personaggi molto meno centrali come Suzie. Così come nessuno mai nomina i mostri incontrati o la scienza utilizzata per comprenderli e combatterli. Cosa significa tutto questo? Significa che se consideriamo Stranger Things: Tales from ’85 come un racconto a sé, non canonico, uno sviluppo fine a se stesso che nulla aggiunge e nulla toglie a Stranger Things in quanto tale, la serie animata funziona se non al 100%, almeno al 90. Se invece continuiamo a insistere sul fatto che le vicende dell’inverno del 1985 siano davvero avvenute nella vita di Undi, Mike e tutti gli altri allora no, mi dispiace: non fila.

Anche per Stranger Things, in fin dei conti, è tutta una questione evolutiva. Quest’universo seriale è un po’ come le bestie del Sottosopra rimaste ad Hawkins, che provano a sopravvivere in un ambiente ostile. L’ambiente, in questo caso, è il nostro: siamo noi, gli spettatori sul piede di guerra pronti alle critiche e ai giudizi. Ma anche bisognosi di avere e vedere di più. L’universo della serie prova ad adattarsi, ad andare avanti, a cambiare. Questo tentativo animato è solo il primo – o il secondo, considerando il documentario One Last Adventure – di quella che sarà una lunga serie. Questo è poco ma sicuro. Stranger Things non è morta: sta solo capendo dove andare, come fare a sopravvivere. E sopravviverà perché, ci piaccia o meno ammetterlo, siamo noi a volerne ancora.