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In stranger things, Steve Harrington entra in scena come uno stereotipo adolescenziale fin troppo riconoscibile: il ragazzo popolare del liceo, sicuro di sé, affascinante, apparentemente superficiale. È il personaggio che, almeno all’inizio, sembra costruito apposta per risultare antipatico. Funzionale solo a creare attrito nelle dinamiche sentimentali e destinato a essere rapidamente messo da parte. Tutto, nella prima stagione, suggerisce che Steve sia una figura di passaggio, un cliché narrativo utile ma sacrificabile. E invece, la serie compie una scelta sorprendente e tutt’altro che scontata: non lo elimina, non lo riduce a macchietta, ma decide di ascoltarlo e di dargli tempo.
La sua non è una semplice trasformazione da “bullo ad amico”, né una redenzione rapida pensata per compiacere il pubblico, ma un vero percorso di maturazione personale che procede in parallelo con l’evoluzione della serie. Steve cambia perché prende coscienza dei propri limiti, impara a guardare gli altri e ad assumersi responsabilità, fino a trasformarsi in uno dei pilastri emotivi più solidi e riconoscibili dell’intero racconto.
Il personaggio più coerente di Stranger Things
Ciò che rende Steve Harrington così centrale in stranger things è, prima di tutto, la sua straordinaria coerenza narrativa. A differenza di molti altri personaggi della serie, la sua evoluzione non risponde a colpi di scena improvvisi né a esigenze di trama dettate dall’hype o dal fandom, ma segue un percorso logico, continuo e profondamente umano. Steve non diventa migliore da un episodio all’altro, né viene riscritto per risultare più simpatico: resta imperfetto, emotivo, spesso insicuro, e proprio per questo: credibile. Ogni stagione aggiunge un tassello alla sua identità. Mostrando come la crescita non significhi cancellare ciò che si è stati, ma imparare a convivere con i propri limiti.
Il suo celebre ruolo di “babysitter” del gruppo, spesso citato con ironia, non è in realtà una gag ricorrente, ma la conseguenza naturale di una maturazione. Quest’ultima lo porta a prendersi cura degli altri senza secondi fini, assumendosi responsabilità che inizialmente non desiderava e per le quali non si sentiva pronto. Steve impara a proteggere, ad ascoltare, a restare, anche quando sarebbe più facile scappare. In un universo narrativo popolato da demogorgoni, dimensioni parallele e minacce sovrannaturali, è proprio lui a incarnare la forma di crescita più concreta e riconoscibile. Quella quotidiana, silenziosa, fatta di empatia, presenza e scelta consapevole. Ed è anche grazie a personaggi come Steve che stranger things riesce a superare i confini della semplice operazione nostalgica, trasformandosi in un racconto autentico sul diventare adulti.
Se si mette Steve Harrington a confronto con gli altri protagonisti di stranger things, la differenza diventa evidente. Personaggi come Mike, Dustin o Lucas vivono una crescita legata soprattutto all’età e alle esperienze straordinarie che affrontano. Maturano perché il mondo attorno a loro diventa più complesso, ma restano, nella loro essenza, molto simili a come li abbiamo conosciuti all’inizio. Anche Undici, pur attraversando un percorso intenso, evolve in modo spesso guidato dalla trama e dal trauma, più che da una reale quotidianità emotiva.
Steve, invece, cresce senza superpoteri, senza missioni “destinate”, senza essere il prescelto di nulla. La sua evoluzione non è epica, ma semplicemente reale. A differenza di altri personaggi, Steve non viene definito da ciò che combatte, ma da come sceglie di stare accanto agli altri. È l’unico che cambia ruolo sociale, emotivo e identitario nel corso della serie. Passa da ragazzo popolare a figura di riferimento, senza mai risultare incoerente o forzato. Ed è proprio questo che lo rende il personaggio più maturo di stranger things: mentre gli altri crescono perché devono, Steve cresce perché impara.
Hype, icona pop e identità
Steve Harrington è diventato uno dei personaggi più iconici di stranger things, al centro di un’ondata continua di edit, fancam, contenuti social e riletture fandom che ne hanno amplificato enormemente l’impatto culturale. Il rischio, in casi come questo, è sempre lo stesso: ridurre il personaggio a un fenomeno estetico. Eppure, nel caso di Steve, l’hype non nasce né si esaurisce nel carisma o nella nostalgia anni Ottanta. Ma trova radici molto più profonde nella scrittura e nella costruzione del personaggio. Steve funziona perché è stato raccontato come un individuo complesso, che attraversa il fallimento, e la difficoltà di diventare adulto in un mondo che non offre più certezze.
È una mascolinità lontana dallo stereotipo dell’eroe invincibile: Steve è protettivo ma fragile, coraggioso ma spaventato, ironico ma emotivamente esposto. In stranger things, questa rappresentazione ha intercettato un bisogno preciso del pubblico contemporaneo, sempre più interessato a figure maschili capaci di prendersi cura, di sbagliare e di restare. L’hype, quindi, non è un fenomeno casuale, ma la conseguenza naturale di un’identificazione profonda, che trova nei social solo il suo spazio di espressione finale.
Anche il percorso musicale di Joe Keery merita di essere letto in modo autonomo. Il progetto Djo nasce infatti come ricerca personale, prima ancora che come operazione pubblica, e si sviluppa attraverso un’estetica sonora precisa. La sua musica lavora su atmosfere psichedeliche e una scrittura intimista che guarda più all’indie contemporaneo e all’elettronica nostalgica che al mondo televisivo. In questo senso, il successo musicale di Keery non è un riflesso automatico della fama. Ma il risultato di una proposta artistica che riesce a reggersi sulle proprie gambe, costruendo un’identità indipendente e credibile.
In conclusione: Steve Harrington è uno dei percorsi di crescita più riusciti di stranger things: coerente, umano, mai forzato. Non è il personaggio più potente né il più centrale, ma è quello che cambia di più e meglio, restando sempre credibile. La sua forza sta nell’aver trasformato l’imperfezione in maturità, diventando uno dei cuori emotivi del racconto. E, a pensarci bene, menomale che Jonathan Byers gli abbia teso la mano salvandolo da quell’antenna: senza Steve, stranger things sarebbe stata decisamente più povera.









