Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su L’uomo delle castagne – Conta fino a due.
Ci sono crime che funzionano per il mistero e altri che riescono a imporsi grazie all’identità visiva o alla costruzione della tensione. E poi ci sono serie come L’uomo delle castagne che trovano la propria forza in qualcosa di ancora più sottile: la capacità di trasformare il dolore umano in linguaggio narrativo. La prima stagione ci ha regalato un thriller nordico costruito con precisione chirurgica. Per questo motivo l’annuncio di una seconda stagione lasciava inevitabilmente spazio a un dubbio: ha davvero senso tornare dentro quell’universo? Il primo capitolo aveva una natura quasi conclusiva. Eppure, a distanza di cinque anni, la serie danese targata Netflix sceglie di ritornare (potete trovarla qui), ma lo fa con un’intelligenza piuttosto evidente. Invece di inseguire direttamente gli eventi passati, decide di costruire una nuova storia mantenendo intatto il cuore tematico del racconto. La nostra recensione.
L’uomo delle castagne continua a raccontare una società incapace di guarire dalle proprie ferite, in cui il male lasciato in eredità non smette mai davvero di propagarsi
Al netto delle identiche tematiche di fondo, la seconda stagione de L’uomo delle castagne esplora un altro tipo di male ereditario. Quello più infimo, covato nel profondo e, soprattutto, multiforme. La nuova storia riparte da un’altra sparizione, da un’altra donna perseguitata, osservata, lentamente consumata dalla paura. Ma soprattutto riparte da Søren Sveistrup, che continua a utilizzare il crime come uno strumento per scavare dentro le crepe della società danese. E questa è forse la qualità più importante della serie: non fermarsi mai all’indagine.
Gli omicidi, i misteri, i colpi di scena esistono, eccome se esistono, ma diventano quasi secondari rispetto alla riflessione che li attraversa. Ancora una volta tutto ruota attorno alla famiglia, ai traumi irrisolti, all’abuso travestito da amore, al dolore che si trasforma repentinamente in violenza. C’è una continuità evidente con la prima stagione, e non soltanto sul piano estetico. La regia preserva quella fotografia rarefatta, quasi sospesa, che aveva reso il primo capitolo così riconoscibile.
Le foreste, i paesaggi grigi, le periferie di Copenaghen continuano a trasmettere un senso di isolamento costante, anche in modo più evidente rispetto al primo capitolo.
È una Danimarca gelida non soltanto climaticamente, ma soprattutto emotivamente. Una società incapace di elaborare il lutto, di affrontare davvero i propri traumi, che finisce inevitabilmente per generarne di nuovi. Ed è proprio qui che la seconda stagione trova il proprio centro. Non nell’identità dell’assassino, né nella costruzione del mistero — che resta comunque solida — ma nella riflessione sulla trasmissione del dolore. Tutti i personaggi sembrano ereditare qualcosa di irrisolto: rabbia, senso di colpa, abbandono, ossessione. Nulla nasce davvero dal nulla. Ogni mostro, qui, è il prodotto di una ferita precedente. Una dinamica che la serie rende esplicita fin dall’incipit ambientato nel 1992, con quella potente immagine del cuculo che elimina i fratelli dal nido per sopravvivere. Una metafora semplicissima, ma incredibilmente efficace.
Una seconda stagione più amara, più pessimista, ma ancora estremamente coesa (qui i motivi per cui dovreste recuperare anche la prima stagione)
Anche il ritorno di Naia Thulin e Mark Hess funziona esattamente per questo motivo. Gli attori mantengono intatta la chimica che aveva reso così credibile il loro rapporto nella prima stagione. Ma ciò che colpisce davvero è il modo in cui la serie gestisce il loro legame. Non c’è mai bisogno di spiegare troppo: tutto passa attraverso gli sguardi, i silenzi, le esitazioni. Molto, quasi tutto, è accaduto in un tempo sospeso a cavallo tra i due capitoli.
Nonostante ciò la tensione emotiva tra i due personaggi resta percepibile in ogni momento. L’uomo delle castagne sceglie intelligentemente di non trasformare la loro relazione nel centro assoluto del racconto. Piuttosto la utilizza come un ulteriore riflesso della difficoltà di costruire rapporti sani in un mondo dominato dal trauma. Thulin vorrebbe finalmente dedicarsi alla figlia, Hess torna a Copenaghen per assistere il fratello malato, ma entrambi sembrano inevitabilmente risucchiati dalla violenza che li circonda.
È quasi come se il male raccontato dalla serie esercitasse una forza gravitazionale impossibile da evitare.
Se c’è una differenza sostanziale rispetto alla prima stagione, però, riguarda proprio il tono. L’uomo delle castagne 2 è molto più pessimista. Mentre il primo capitolo lasciava intravedere almeno una minima possibilità di redenzione, qui sembra non esserci alcuno spazio per la speranza. È un racconto che guarda apertamente a una società post-pandemia svuotata dei propri punti di riferimento, incapace di distinguere davvero il bene dal male. E questa sensazione attraversa tutta la stagione.
Anche l’utilizzo dell’immaginario infantile diventa ancora più disturbante. Le filastrocche, il gioco del nascondino, i richiami ai bambini e alla dimensione familiare assumono una funzione quasi horror. Ma non un horror spettacolare o rumoroso. Al contrario: un orrore silenzioso, sotterraneo, che si diffonde lentamente come un’infezione. È probabilmente questo l’aspetto più inquietante della serie. La consapevolezza che i veri mostri non nascono dall’eccezionalità, ma dalla normalità.
Il vero orrore della serie resta l’eredità emotiva lasciata dai genitori ai figli. La seconda stagione de L’uomo delle castagne è meno stabile per certi versi, ma più intima della prima.
I sei episodi scorrono con un ritmo costante, senza mai cedere davvero all’autocompiacimento. Gli indizi disseminati lungo il racconto, le false piste, i colpi di scena funzionano perché non sembrano mai inseriti soltanto per sorprendere lo spettatore. Il turning point centrale è il momento narrativamente più alto dell’intera stagione: un autentico spartiacque sia per i personaggi che per il caso. Certo, L’uomo delle castagne 2 non rivoluziona il crime nordico. Non introduce strutture narrative innovative né prova a reinventare il genere. Ma probabilmente non ne aveva bisogno. Il suo obiettivo è un altro: continuare a osservare la violenza umana come il prodotto di una società incapace di proteggere davvero i propri individui. E in questo senso la serie colpisce ancora nel segno, tra le critiche a un’istituzionalità fallace e una società sempre più individualista.
Il racconto non ha sufficiente spazio per far combaciare tutti i pezzi e i moventi della scena del crimine, o meglio, sceglie di non farlo. Ma nonostante ciò il messaggio di fondo si regge da solo e sposta l’attenzione dello spettatore sul disagio che accomuna tutte le pedine, nessuna esclusa. Ed è proprio qui che la seconda stagione riesce a distinguersi da molti altri thriller contemporanei. Non cerca mai il semplice intrattenimento. Non vuole soltanto tenere lo spettatore incollato allo schermo attraverso il mistero. Vuole lasciargli addosso un disagio persistente, una sensazione di instabilità emotiva che continua anche dopo i titoli di coda. La seconda stagione de L’uomo delle castagne non ha l’effetto dirompente della prima, anche perché parte dell’impatto iniziale era legato proprio alla scoperta del suo universo narrativo. Ma riesce comunque in qualcosa di tutt’altro che semplice: tornare senza tradire se stessa.









