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L’Ultimo Bus del Mondo – La recensione del nuovo teen drama apocalittico di Netflix

Cosa accadrebbe se un’apocalisse tecnologica piombasse all’improvviso sul pianeta lasciando solo un gruppo di ragazzini superstiti a gestirne le conseguenze? È quanto si è chiesto Paul Neafcy, l’ideatore de L’ultimo bus del mondo, nel buttar giù la sceneggiatura della nuova avventura per ragazzi targata Netflix. La serie, prodotta dalla Wild Seed Studios, è disponibile sulla piattaforma dal 1 aprile 2022. Si tratta di un teen drama fantascientifico, girato quasi interamente a Bristol, nel Regno Unito, dietro la regia di Lawrence Goug, Steve Hughes, Nour Wazzi e Drew Casson. È una serie in dieci episodi da mezzora ciascuno, che si inserisce nell’ampio panorama di prodotti televisivi che esplorano il tema della fine del mondo in tutte le salse, declinate qui nella versione di un iper sviluppo tecnologico che conduce inevitabilmente alle sue degenerazioni più allarmanti.

Ecologismo e progresso sembrano essere le grandi tematiche al centro di questa serie. Che è poi un’avventura per ragazzi e cerca quindi di far convivere nella maniera meno macchinosa possibile mezzo e scopo, intrattenimento e messaggio morale.

L'ultimo bus del mondo

Un gruppo di ragazzini alle prese con i soliti problemi adolescenziali va in gita scolastica alla mostra dello scienziato e inventore Dalton Monkhouse, un personaggio eccentrico – interpretato da Robert Sheehan, uno dei Sette della Umbrella Academy (ecco trailer e data della terza stagione), sempre a suo agio nei panni di figure stravaganti e geniali – convinto di avere la soluzione a tutti i problemi del pianeta. Nel suo discorso di presentazione della mostra, nel primo episodio, Monkhouse sostiene che la causa dei mali della Terra non può che essere l’uomo e l’uomo soltanto, che con la sua voracità ha portato il progresso alla sua esasperazione, nuocendo agli ecosistemi e mettendo a rischio il pianeta stesso. Motivo per cui, secondo lo scienziato, l’unica maniera per invertire la rotta e provare a limitare i danni, è eliminare l’essere umano. Tagliarlo fuori, letteralmente.

Ed è proprio qui che parte l’avventura de L’ultimo bus del mondo.

Al termine del discorso inaugurale di Monkhouse, dei piccoli droni dalla forma sferica fanno la loro comparsa in platea emanando improvvisi fasci di luce che vaporizzano qualsiasi soggetto vivente sulla loro traiettoria. Gli esseri umani vengono come risucchiati, nebulizzati dai droni e scompaiono dalla circolazione. Il signor Short, interpretato dal comico britannico Tom Basden (After Life), scompare al primo assalto dei robot volanti, e prima di essere vaporizzato, affida a Tom (Daniel Frogson) il compito di portare in salvo più ragazzi possibile. Il gruppo di superstiti trova riparo sul bus della scuolal’ultimo bus del mondo, per l’appunto – e si avventura sulle strade deserte per far ritorno in città e avvisare le autorità di quanto successo. Tornati a casa però, i ragazzi si rendono conto di essere rimasti gli unici esseri umani ancora in vita. I genitori sono scomparsi, non c’è più traccia di un adulto nel giro di chilometri. La lotta per la sopravvivenza contro i robot li vede soli a combattere contro la minaccia tecnologica.

L'ultimo bus del mondo

C’è, in questo scenario, un primo grande messaggio che Neafcy vuole lanciare: i disastri che gli adulti hanno sinora provocato innescano delle conseguenze che i giovani si troveranno a fronteggiare da soli, costretti a caricarsi sulle spalle gli effetti catastrofici dei comportamenti sballati dei loro genitori. La banda di sopravvissuti riesce comunque a cavarsela piuttosto bene: sette adolescenti che prima della gita non avevano assolutamente nulla in comune si ritrovano uniti nella fuga dai robot e nella lotta per la sopravvivenza post apocalittica. Teenagers schivi e solitari assaporano il piacere dell’essere parte di una gang – termine spesso utilizzato dai personaggi per indicare uno status relazionale distintivo, il raggiungimento di un obiettivo sociale rincorso senza successo per anni -, di aver trovato un surrogato della famiglia in un gruppo di sconosciuti uniti nella disgrazia.

L’ultimo bus del mondo parla anche di amicizia, del legame indissolubile che viene a crearsi tra persone che condividono un comune tragico destino.

Il potenziale dello show non è malvagio, nonostante l’universo degli scenari post apocalittici sia stato ampiamente spolpato negli ultimi anni. Ma il risultato non è eccezionale, sotto tanti punti di vista. I personaggi sono tutti stereotipati: c’è il ragazzino nerd che tutti prendono in giro ma che si rivela la migliore risorsa del gruppo, c’è il bulletto insicuro che nessuno sopporta ma che alla fine viene accettato lo stesso dalla gang, c’è l’amico del bullo che nessuno nota mai e che invece riesce a caricarsi la squadra sulle spalle. Ci sono la maniaca del controllo e lo spirito libero, il ragazzino sfigato, quello divertente e la sorella responsabile. Tutte figure ben diversificate e caratterizzate e forse proprio per questo non completamente efficaci. Fa eccezione, nel cast, il già citato Robert Sheehan che riesce invece a impreziosire un po’ la squadra di personaggi.

Tutto il contorno si presta al mood della serie. Grafiche, effetti speciali, fotografia e scenografia non sono esaltanti ma neppure dozzinali. Gli effetti sonori combaciano con l’impostazione del progetto, ma il sound di sottofondo è spesso fastidioso ed eccessivo. Ma, nel complesso, è proprio la sceneggiatura che non incide. Dieci episodi, per quanto piuttosto brevi, sono anche troppi per una serie come L’ultimo bus del mondo. I dialoghi tentano di mettere assieme grandi tematiche e dilemmi adolescenziali, ma il più delle volte finiscono per essere inutilmente ripetitivi e noiosi. Tutta l’impostazione narrativa ne risulta rallentata, come se l’avventura adrenalinica dei ragazzi in fuga cozzasse con tutto il resto, impostato su frequenze diverse, più lente e talvolta pericolosamente ridondanti.

Si ripete lo stesso schema per tutta la durata della serie: i superstiti vengono accerchiati e riescono a cavarsela, torna la calma, ognuno di loro affronta un suo problema personale, si ricompatta col resto del gruppo e poi torna di nuova la minaccia e lo schema si ripete di nuovo, per tutti i dieci episodi.

Le grandi tematiche sullo sfondo – ecologismo, le conseguenze del cambiamento climatico, le minacce tecnologiche – ne escono un po’ annacquate, sebbene il messaggio che la serie vuole lasciar passare sia comunque abbastanza chiaro. L’ultimo bus del mondo è un prodotto molto più adatto a un pubblico adolescenziale, ma presenta delle pecche e delle imperfezioni che impediscono allo spettatore di entrare del tutto in connessione con i personaggi e di appassionarsi immediatamente allo show. Il finale di stagione lascia supporre che ci sia uno spiraglio aperto alla possibilità di un secondo capitolo, che vedremo presto se verrà confermato o meno da Netflix.

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