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Lioness 3×01 – Un ritorno feroce, che lascia senza fiato

Un momento di grande difficoltà per Joe, in Lioness 3

ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Lioness 3.

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Lioness torna con un episodio terribile nel senso migliore del termine. Angosciante, potente, quasi traumatico. Non è una semplice ripartenza di stagione, ma un’apertura che entra subito sotto pelle e lascia addosso un’impressione profonda, molto oltre la sola adrenalina. Taylor Sheridan non si limita a rimettere in moto la macchina narrativa. Alza con decisione il livello di intensità emotiva e visiva, costruendo un pilot che vuole colpire prima ancora che spiegare.

Il vero centro di Lioness 3×01, però, è la parte ucraina. Lì, l’episodio trova la sua forza più bruciante, sia sul piano dell’immagine sia su quello politico. La guerra non viene trattata come semplice scenario d’azione, ma come materia viva, concreta, disturbante. Nebbia, droni, filo spinato, corpi esposti e tensione costante. Un blocco narrativo che pesa, che ferisce. E, immancabilmente, resta appiccicato addosso. Ed è proprio questo il punto: Lioness 3 non vuole solo intrattenere, vuole far sentire il costo della guerra, il suo orrore e la sua prossimità. E le sue conseguenze.


Novità narrativa: salti temporali

La struttura narrativa di questo primo episodio di Lioness 3 ci offre una novità. Solitamente, le storie di Sheridan viaggiano in linea retta. Qui, invece, abbiamo un salto temporale che non spezza la narrazione. Semmai, la rende più tesa e leggibile. Il passaggio da Washington DC alle steppe dell’Ucraina aiuta a chiarire il quadro. Ad ampliare la portata degli eventi e, allo stesso tempo, a mantenere altissima la pressione drammatica. Con la sua solita praticità Sheridan ci guida precisamente dove vuole portarci, facendo coincidere orientamento e suspense.

Come inizio di stagione, l’episodio appare molto coerente. Non soffre di un eccesso di elementi in gioco. Né dà l’impressione di accumulare materiale in modo disordinato. Tutto sembra collocato con attenzione, e proprio questa misura fa percepire una scrittura solida, capace di distribuire informazioni e tensione senza sbilanciarsi. La sensazione dominante è quella di una costruzione controllata che sa molto bene vuole andare.

In giro si è letto che questa stagione di Lioness 3(l’ultima di Zoe Saldaña, come ha rivelato l’attrice stessa in una intervista) potrebbe essere lontana dalle precedenti. Francamente, dopo una sola puntata riesce difficile pensarla così. L’impressione è che potrebbe essere Joecentrica. Ma per il momento la struttura vista lavora per creare tensione. E la novità del salto temporale, un espediente narrativo nuovo utile a restare, invece, nel solco già tracciato in precedenza.


Tensione e ritmo: Lioness 3 all’arrembaggio

Joe e Two Cups in un attimo di tregua durante una missione in Lioness 3
Credits: Paramount+

La tensione è, da sempre, uno degli aspetti più riusciti di Lioness 3. Oggi ancora di più. L’episodio ci tiene agganciati con una serie di snodi narrativi che non concedono tregua. Il rapimento di Joe, l’allarme lanciato a Kaitlyn (Nicole Kidman), il salto indietro di sei mesi per la parentesi in Ucraina. Infine, il ritorno a casa con l’aggressione domestica. Ogni passaggio rilancia il precedente, come se la puntata si alimentasse di una tensione che cresce senza mai davvero scaricarsi. D’altro canto, le prime immagini sono simboliche. Le voci fuoricampo parlano di un mondo che sta andando a rotoli. Guerre, attentati, colpi di stato. E mentre il peggio del peggio ci ricorda che la realtà è poi davvero questa, Joe si tiene in forma. Come se volesse essere pronta quando ci sarà bisogno di lei.

Quello che colpisce, in particolare, è che non si tratta di una tensione costruita con trucchi facili o con colpi di scena gratuiti. La forza dell’episodio sta nella progressione narrativa, che appare molto solida e calibrata. Ogni informazione arriva nel momento giusto, ogni cambio di scenario sposta l’asse emotivo senza spezzarlo, e il risultato è una spirale di inquietudine continua. Non ci sono pause realmente rassicuranti, né momenti in cui lo spettatore possa sentirsi al sicuro.


Proprio per questo la puntata funziona così bene. Perché non cerca di impressionare solo con l’azione, ma costruisce una pressione costante che nasce dalla struttura stessa del racconto. La tensione, in altre parole, non è un effetto esterno, ma il prodotto naturale di una narrazione che sa come gestire rivelazioni, movimento e minaccia. Ed è questa tenuta, più ancora del singolo evento, a renderla così efficace.

Regia e messa in scena

Per questo primo episodio Taylor Sheridan si avvale di Michael Friedman, fidato regista già autore di puntate di The Madison e Yellowstone. La sua regia è chirurgica, controllata. Potentissima. Ogni passaggio è gestito con una precisione notevole, e quello che colpisce di più è la capacità di attraversare situazioni molto diverse senza mai perdere intensità. La puntata cambia scenario con estrema fluidità, ma non si sfilaccia mai. Al contrario, sembra stringersi sempre di più, diventando quasi soffocante. Come se ogni frame servisse ad aumentare la pressione emotiva.

Sul piano visivo e sonoro, la messa in scena lavora in modo straordinariamente efficace. La nebbia, i cani che emergono dal nulla, il ronzio dei droni nel cielo, il filo spinato, i blocchi di cemento, i campi di battaglia: tutto concorre a costruire un immaginario duro, concreto, quasi insopportabile. Non si tratta di semplici elementi di contorno, ma di frammenti che danno corpo alla paura e, inevitabilmente, alla morte.


È proprio qui che la regia dimostra la sua forza. Non si limita a mostrare la guerra, te la fa sentire addosso. Lo spettatore non assiste soltanto a un insieme di immagini belliche, ma viene immerso in una sensazione costante di minaccia, di disorientamento e di orrore. Il risultato è una messa in scena che non cerca eleganza, ma impatto. Non vuole coreografie, ma incertezze. Non vuole rassicurare, ma colpire in profondità. Riuscendoci pienamente.

La terribilità contemporanea, così simile al passato

La parte in Ucraina costituisce il nucleo più forte di Lioness 3. È lì che l’episodio diventa davvero disturbante e incisivo, perché smette di limitarsi a costruire tensione e si apre a una rappresentazione della guerra che colpisce in profondità. Non è più una storia di spionaggio o di guerra ma la Storia, che ci appare nei telegiornali e sulle prime pagine dei giornali. Non c’è solo brutalità. Ma anche un senso di tragedia corale, quasi classica, che una tradizione cinematografica, anni ’50 e ’60, in cui la guerra è rappresentata come esperienza collettiva di sacrificio e annientamento, non come semplice spettacolo bellico.

La forza di questa sezione sta anche nel parallelismo che mette in scena. Da una parte la guerra di trincea, fatta di fango, filo spinato, corpi esposti e ordini assurdi. Dall’altra la guerra tecnologica dei droni, che incombe dall’alto e trasforma il cielo in una minaccia continua. È un contrasto potentissimo, perché fa convivere due forme di violenza lontane nel tempo ma ugualmente disumanizzanti.


In questo modo, Lioness 3 non tratta l’Ucraina come semplice sfondo geopolitico. La trasforma in uno spazio concreto di morte e sacrificio, dove la guerra non è un concetto astratto ma una presenza fisica, visibile, quasi insopportabile. Ed è proprio questa concretezza a rendere la parte ucraina così dura da guardare e così difficile da dimenticare.

Lioness 3: lo spessore geopolitico di una serie attuale

Joe e Cruz sembrano poter tirare un attimo il fiato, anche se stanno andando incontro a questioni politiche
Credits: Paramount+

Lo spessore geopolitico di Lioness c’è sempre stato, ma qui diventa ancora più pregnante. La serie non usa mai la politica internazionale come semplice cornice. La trasforma in carburante narrativo, in una forza che orienta scelte, conflitti e tensioni emotive. Nella prima stagione il petrolio, nella seconda i confini, adesso l’Ucraina. Ogni volta il racconto prende forma attorno a una frattura del presente, e proprio per questo acquista peso.

Certamente, le idee sono filtrate. Sheridan è un repubblicano, seppure lontano da chi governa a Washington. Ha una visione degli Stati Uniti di parte, che ha il coraggio di mostrare, con onestà. E anche in questo primo episodio, la sua lezione sul mondo appare chiara. Tuttavia, mai didascalica. Non ci sono spiegoni, né indottrinamenti travestiti da serie action. Al contrario, la geopolitica entra in scena attraverso i corpi, le missioni, le immagini della guerra. E le conseguenze concrete delle decisioni politiche. Tutto ciò fa sì che Lioness 3 sia più forte di tanti altri prodotti che vogliono sembrare attuali ma restano superficiali.

In questo episodio, poi, il tema dell’Ucraina pesa ancora di più perché tocca da vicino il dibattito italiano. Proprio per la quantità di retorica, propaganda e polarizzazione che circonda l’argomento, la serie arriva addosso con maggiore forza. Non come una questione lontana, ma come qualcosa di vicino, scomodo, già presente nel discorso pubblico. E così il peso politico della puntata non resta astratto. Diventa immediato, concreto. Soprattutto, difficile da ignorare.

Joe, un personaggio arrivato al limite?

Se proprio vogliamo trovare un difetto a questo primo episodio, allora parliamo di Joe. Il personaggio di Zoe Saldaña lo avevamo lasciato sulla soglia di casa, di fronte al marito, al quale chiedeva se ci fosse ancora una casa per lei. Lo ritroviamo a cucinare, dispensare sorrisi e baci e poi a venire rapita. E vabbè, quando fai la spia ci può anche stare. Date tempo e capiremo anche come mai (anche se un’idea ce la siamo già fatta…).
Attenzione: Joe resta interessante ma comincia anche a risultare meno convincente nel modo in cui occupa la scena. Non sembra debole né mal scritto. Al contrario, la sua stanchezza appare coerente e perfino necessaria, perché nasce da tutto ciò che ha attraversato. Però proprio questa stanchezza rende sempre più evidente una certa incompatibilità con le situazioni in cui continua a trovarsi.

Quello che colpisce è il contrasto tra la sua vulnerabilità reale e il suo atteggiamento sarcastico, quasi sbruffone. Da un lato la vediamo logorata, esitante, esposta a un peso umano e fisico evidente. Dall’altro continua a reagire con battute, punte di ironia e una postura da “io posso ancora tutto”. Ed è qui che il personaggio inizia a scricchiolare. Non perché manchi di forza, ma perché sembra meno dentro il suo stesso ruolo.

In questo episodio, Joe appare sempre più come una figura in tensione tra grandezza tragica e logoramento emotivo. La serie le chiede di reggere tutto, ma forse proprio per questo rischia di spingerla oltre il limite della credibilità emotiva. E operativa. Più che una protagonista che attraversa il dolore, comincia a sembrare una donna che fatica a stare nel mondo che si è costruita attorno. E allora il problema non è Joe in sé, ma la direzione che Lioness 3 vorrà darle. Cioè, continuare a consumarla così, oppure trovare un’evoluzione più radicale e necessaria (e anche qui, un’idea su come andrà a finire ce la siamo già fatta…).

Lioness è tornata. E come, è tornata!

Questo primo episodio non lascia addosso soltanto adrenalina, ma un vero disagio. La sua forza sta proprio nell’impatto emotivo e viscerale, in quella capacità di andare oltre il semplice intrattenimento per trasformare ogni scena in qualcosa che pesa davvero. In perfetto stile sheridiano. La violenza non è mai fine a sé stessa. Ha un costo, un’ombra, una persistenza. E resta addosso anche dopo la fine della puntata, appiccicosa. È questo che la rende così efficace, perché ci ricorda la brutalità storica della guerra prima ancora di quella televisiva.

Lioness 3 comincia con un episodio eccellente, un pilot fortissimo e un rilancio pienamente riuscito. Sheridan, almeno qui, non delude. Anzi, riesce ancora una volta a sorprendere, non solo per la potenza delle immagini ma per la capacità di farle arrivare con un peso specifico preciso. È una puntata che non si limita a convincere sul piano narrativo, ma che aggredisce lo spettatore, lo trascina dentro il conflitto e lo lascia con la sensazione di aver assistito a qualcosa di duro, attuale e impossibile da ignorare.
Sotto con un altro episodio, presto!