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Legion 2×03 – Il monaco, il labirinto e la mucca

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Se l’idea della malattia può diventare una malattia, cos’altro può diventare la nostra realtà in preda al disordine?

Come molti appassionati di fumetti sapranno, una delle più grandi differenze tra Marvel e DC è dettata dall’utilizzo delle didascalie. Stan Lee e soci hanno sempre contrassegnato le opere Marvel con riquadri gialli che intervengono attivamente nel testo, offrendo il loro originale punto di vista suegli eventi. Questa funzione sembra essere ripresa, nella seconda stagione di Legion, dagli interventi di Jon Hamm. È la sua voce acuta a introdurre la nozione di nocebo, ovvero il condizionamento della mente sui malesseri fisici dell’individuo (l’esatto contrario del concetto di placebo). E la lezione di questa settimana si conclude proprio con quella domanda, che anticipa, come sempre, il tema portante dell’episodio, vale la mancata connessione tra corpo e mente. Se l’idea della malattia può diventare una malattia, cos’altro può diventare la nostra realtà in preda al disordine?

Poco più di un anno fa Westworld portava a termine la prima parte del suo “gioco”: il labirinto, inteso come il luogo in cui risiede la coscienza degli abitanti del parco. Legion, che evidentemente in questa seconda stagione vuole omaggiare quanto di meglio offre la serialità in giro, ne riprende parzialmente il concetto, rendendolo tuttavia proprio, come sempre gli riesce.

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Il labirinto, in Legion, è la prigione mentale nella quale vengono rinchiusi tutti quelli contagiati dal bug dell’illusione, quell’insetto nero che si è schiuso da un uovo nel primo episodio (e, guarda caso, anche il vero corpo di Ahmal Farouk è conservato in una specie di uovo gigante). È una sorta di rifugio autoindotto e, talvolta, un contrappasso. Ce ne rendiamo conto nel caso di Ptonomy, egli che ricorda e che fa ricordare tutto e che, in questa dimensione parallela, non riesce a ricordare nulla. Ancor più raffinata è la rappresentazione del “labirinto” di Melanie, nel quale viene aggiunto tutt’altro spessore a un personaggio che rischiava di diventare troppo statico. In questa realtà alternativa, che fa molto videogames anni ’80, viene evidenziata tutta la frustrazione della donna per aver perso la sua ragione di vita, Oliver, e che si ricollega a quel “the real tragedy is forgetting to live“, pronunciato a David nell’episodio precedente.

Il labirinto, come ci dimostra proprio l’incursione nella prigione mentale di Melanie, assume anche un connotato mitologico, essendo abitato da un’entità mostruosa e feroce quale è il Minotauro.

Ma chi è, in realtà, il Minotauro?

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Potrebbe essere l’ennesimo trick escogitato da Ahmal Farouk, protagonista di un gran bel momento di meta-narrazione nella sua scena con David. Acutissima la riflessione sul concetto di villain, nella quale distoglie l’attenzione dal significato di antagonista, ormai sdoganato in qualsivoglia tipo di narrazione, per riportarlo all’accezione di “contadino”. Ergo, non è un villain perchè egli è un re, prima di essere sconfitto dal padre di David.

In questi primi episodi della seconda stagione sembra poter essere proprio questa la caratteristica predominante dello Shadow King: un’entità che domina la scena con la retorica, più che con la violenza. Che manipola gli altri personaggi, David in primis, tanto quanto riesce a manipolare noi spettatori. Significativa, in tal senso, anche la sequenza del suicidio di Lenny (puramente figurato, essendo lei solamente uno spirito) in una scena che pare un omaggio al Sandman di Neil Gaiman e, in particolare, al personaggio di Delirium.

Un passaggio interessante del suo discorso, e che lascia pensare che sia egli la creatura mitologica del labirinto, riguarda la sua affermazione sulla sorte di Syd (“stai facendo tutto questo per una donna che ami, che vive in un futuro che tu distruggerai, se mi aiuterai“). Assumendo che David, nel futuro riesca a sconfiggere lo Shadow King/Minotauro, egli potrebbe perdere Syd, in una rivisitazione della storia di Teseo e Arianna.

Ma il Minotauro potrebbe anche essere Il Monaco, indicato dallo stesso Farouk come il vero responsabile dell’epidemia, e di cui si cominciano a intuire i poteri. Egli, di fatto, è molto potente, quasi quanto David. Il “quasi” è dovuto al fatto che, verso il finale, il protagonista di Legion riesce a penetrare nella sua mente e a sconfiggerlo. Ma siamo pur sempre in Legion ed è difficile capire veramente l’effettiva sorte del Monaco. Dopotutto uno dei temi cardine di questa stagione (e forse della Serie in generale) è la mancata connessione tra mente e corpo.

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È impossibile escludere a priori la possibilità che lo stesso David incarni la creatura. La settimana scorsa un passaggio della conversazione con Future Syd aveva lasciato intendere che il David del futuro sarebbe stato qualcosa di “differente”, presumibilmente malvagio. Una condizione che potrebbe già esistere in maniera latente nella sua psiche. D’altra parte il Minotauro rappresenta la bestia, la parte malvagia che esiste in ogni uomo.

David, in sostanza, potrebbe essere allo stesso tempo l’unica arma per contrastare lo Shadow King e il peggiore avversario di se stesso. La quintessenza della forza assoluta, divisa in due forze uguali e contrarie. Questo, per giunta, è il significato esoterico dell’esagono, che appare in maniera anche ridondante in quasi tutte le scene all’interno della Division 3.

Resta aperta la questione relativa alla mucca, che ha “invaso” il laboratorio di Cary. Se è difficile collocarla dal punto di vista narrativo, è forse possibile attribuirle un senso simbolico. Quella razza di bovino, la Frisona dell’Holstein, è presente anche sulla copertina di uno degli album più belli dei Pink Floyd, “Atom Mother Heart”. Con questo disco la band voleva prendere le distanze dal genere psichedelico, con il quale veniva troppo spesso identificata e che cominciava a stare stretta. Un po’ quello a cui punta Noah Hawley con Legion, la quale dietro un’estetica così ricercata e mindblow trova radici ben salde nella realtà tangibile.

Leggi anche – Legion: la recensione della 2×02

Written by Vincenzo Di Somma

Il mio primo incontro con le serie TV avviene in tenera età quando scopro X-Files. Da lì nascono le mie tre domande esistenziali: siamo soli nell'universo? Diventerò mai figo come Duchovny? Smetterò di avere paura della sigla? Oggi come allora le risposte sono no, no e no.

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