Vai al contenuto
Home » RECENSIONI » Kleo – Recensione della nuova serie su Netflix

Kleo – Recensione della nuova serie su Netflix

ATTENZIONE: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Kleo.

In questa calda estate del 2022 il catalogo Netflix si è arricchito di una nuova spy story originale uscita lo scorso venerdì, 19 agosto. La serie è stata ideata dal trio di sceneggiatori tedeschi Hanno Hackfort, Bob Konrad e Richard Kropf, già noti per aver creato e scritto 4 Blocks e You are Wanted, e le otto puntate rese disponibili equamente dirette da Viviane Andereggen e Jano Ben Chaabane.
Gli interpreti principali di questa storia sono Jella Haase, già nota per F*ck You Prof 1 e 2 e Looping, nei panni di Kleo e Dimitrij Schaad, già noto per le serie Killing Eve, Das Boot e Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino, nei panni di Sven. Attorno a loro ruotano Julius Feldmeier (Babylon Berlin e Das Boot) nel ruolo di Thilo; Vladimir Burlakov (Deutschland 83 e 86) come Andi; Marta Sroka nei panni di Anja; Vincent Redetzki come Uwe; e Yun Huang (My Life – Segreti e passioni) nel ruolo Min Sun.

Kleo è una efficientissima agente di una sezione della Stasi, la famigerata organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania dell’Est, le cui straordinarie capacità sono usate per eliminare i nemici del socialismo. La serie inizia con la spia che, attraverso un tunnel sotterraneo, passa da Berlino Est a Berlino Ovest per portare a termine un omicidio in una discoteca. La missione, naturalmente, ha successo ma Kleo lascia un ricordo indelebile in Sven, appollaiato su uno sgabello al bancone, intento a ubriacarsi. Kleo si eclissa nella notte ma Sven ha bene impresso il suo volto e si mette subito a disposizione della polizia, con tanto di identikit disegnato a mano, quando viene rinvenuto un cadavere nei bagni della discoteca. La squadra omicidi, però, non lo prende per nulla sul serio, pur essendo un collega. Sì, perché Sven lavora nella Polizei berlinese, squadra antifrode.

Il fatto che Kleo sia stata riconosciuta dalla polizia ed esista un suo identikit viene scoperto dalla Stasi la quale prende subito le giuste precauzioni inscenando un falso dossier contro l’agente segreto. Kleo viene arrestata, imprigionata, processata e condannata all’ergastolo per alto tradimento. A nulla valgono le proteste della giovane donna, la quale chiama in sua difesa il nonno materno tra i più alti gradi del servizio segreto. Kleo è una traditrice e come tale deve marcire in prigione. Per fortuna la detenzione dura soltanto due anni. Siamo, infatti, nel 1989 e con la caduta del Muro i prigionieri politici vengono tutti amnistiati. Kleo esce di prigione iniziando a progettare e attuare la sua vendetta contro quelli che l’hanno condannata e fatta condannare. Una caccia all’uomo in piena regola farcita di vecchi nemici e nuovi amici, tradimenti e contro tradimenti, viaggi all’estero e oltre il Muro. Alla ricerca della verità Kleo dovrà scontrarsi soprattutto contro se stessa e l’ideologia che l’ha cresciuta in un doloroso viaggio metafisico che la porterà a un passo dal baratro.

kleo

Kleo è una serie intrigante e del tutto particolare, fin dalle sue prime immagini. Un disclaimer iniziale avvisa subito il telespettatore che “questa è una storia vera” e che “nulla di tutto questo è accaduto davvero“. Un avviso apparentemente discordante nel quale però è ben espresso tutto il succo delle otto puntate trasmesse on demand. In Kleo, infatti, la realtà sullo sfondo insieme alla finzione in primo piano si mescolano creando un continuo vortice di colori, come in un caleidoscopio. Apparentemente senza alcuna innovazione dal punto di vista della sceneggiatura Kleo inserisce elementi umoristici e stranezze varie che non danno fastidio rendendola, invece, piuttosto unica sul panorama del genere. Così, Kleo è in grado di accontentare un ampio pubblico: quelli desiderosi di seguire una storia di spionaggio e quelli che cercano qualcosa di un po’ diverso dal solito.

Dal punto di vista della spy story, infatti, c’è proprio tutto quello che occorre. Una sorta di MacGuffin piuttosto banale che appare e scompare per ravvivare un po’ la trama quando occorre; una serie di traditori a loro volta traditi che cercano di rimediare agli errori del passato con risultati non proprio sorprendenti; killer spietati con chiari disturbi psichiatrici e l’ossessione della missione da portare a termine a tutti i costi; una lista di persone da eliminare, ognuna nella maniera più adeguata, rumoroso e sanguinosa possibile; e naturalmente una sfilza di colpi di scena, nemmeno tanto telefonati, che stimolano lo spettatore a guardare una puntata dietro l’altra con soddisfazione. Chiaramente la serie non inventa nulla di nuovo e alcuni tratti caratteristici del genere risultano già visti, altrove, sotto altre vesti. L’ambientazione durante la Guerra Fredda, per esempio, richiama molto The Americans e certe inquietanti situazioni legate alla paranoia dello stato socialista in lotta contro il capitalismo occidentale rievocano la bellissima miniserie Deutschland 83. Ciononostante, per quel che riguarda la parte spionistica, quindi, Kleo non annoia per niente, anzi. Con un ritmo ben cadenzato che alterna momenti di riflessione a situazioni adrenaliniche la storia procede spedita e i tasselli del puzzle, uno dopo l’altro, vanno tutti al loro posto e le poche cose lasciate in sospeso non inficiano un finale che riesce a chiudere bene ogni trama aperta.

Ciò che colpisce di Kleo, però, è il suo lato onirico enfatizzato soprattutto nella puntata dedicata al passato della protagonista e la sua formazione in seno alla Stasi. In questo episodio, infatti, gli indizi lasciati nel corso delle puntate precedenti assumono finalmente il giusto significato e danno soddisfacenti risposte allo spettatore che, in certi momenti, potrebbe sentirsi sbalestrato. Perché fondamentalmente Kleo è una serie che pretende, giustamente, di esser presa sul serio ma che al tempo stesso gioca con la serietà del genere prendendosi in giro da sola. Complicato? Nemmeno poi tanto, in realtà. Basti pensare alle meravigliose, coloratissime, carte da parati della casa di Kleo che si macchiano di sangue o i movimenti dei lottatori di sumo in un appartamento di un quartiere di Berlino Est, in pieni anni Ottanta. Capito, ora, il senso?
In Kleo è presente una comicità grottesca che non dà alcun fastidio, anzi. Arricchisce la serie con trovate non convenzionali che non si limitano a strappare un sorriso allo spettatore quanto, piuttosto, tendono ad alleggerire la storia che altrimenti risulterebbe incredibilmente cupa e oltremodo drammatica dando una nota di realtà e di imprevisto. I travestimenti di Kleo, per esempio, sono molto dettagliati ma il suo continuo toccarsi e sistemarsi la protesi dentale risulta comico e strampalato tanto da infondere un senso di realtà che rende il tutto più credibile.

kleo

Così, all’efficacia sul campo di lei corrisponde la maldestra incapacità di Sven, poliziotto insoddisfatto all’antifrode e perennemente alla ricerca del caso della vita. I due, provenienti da mondi opposti sotto ogni punti di vista (lui è dell’Ovest, per dire) inizialmente sono nemici; poi, costretti dagli eventi, devono allearsi nel più classico gioco basato sulla fiducia; infine, quando tutto sembra finire, diventano amanti e amici senza però il tipico e aspettato lieto fine, risultando così più simili di quanto si potrebbe immaginare.
Kleo e Sven potrebbero sembra la classica coppia male assortita creata ad arte dagli sceneggiatori che però funziona perché capace di unire le forze e sorpassare le differenze per sconfiggere le forze del male. In realtà i due viaggiano parallelamente sulle loro convinzioni incontrandosi occasionalmente quando occorre.

Attraverso una lente quasi surrealista Kleo riesce ad avere la giusta alacrità per non finire invischiata nel mondo delle serie televisive di spionaggio con temi già visti e rivisti. Anche perché la produzione originale Netflix non cerca di essere particolarmente profonda né professare giudizi sulla Storia. Non ci sono doppi fini né tanto meno morali pompose, anzi. A Kleo ne succedono di cotte e di crude, come spesso accade alle protagoniste del genere, e la sua è una vita miserabile, senza quiete, compreso il finale dove sembrerebbe esserci un momento di gioia che si tramuta, invece, in una incredibile umiliazione.
Jella Haase, poi, è davvero spettacolare nel dare vita a un personaggio che richiama, in certi momenti, Uma Thurman in Kill Bill, Charlize Theron in Atomic Blonde o Angelina Jolie in Salt senza mai copiare nessuna delle citate grandi attrici, risultando così genuina e originale.

Kleo non è un capolavoro ma non pretende di esserlo. Piuttosto, è un ottimo prodotto tedesco fatto per passare il tempo divertendosi e facendosi anche sorprendere. Drammatica, violenta e al tempo stesso scanzonata e irriverente, la serie non perde mai tensione e le quasi otto ore che ci vogliono per vederla tutta passano decisamente in fretta. In presenza di tante altre serie di spionaggio Kleo riesce comunque a ritagliarsi il suo spazio perché capace di trovare, senza particolare sforzo, una chiave di lettura nuova in un genere che ormai ha visto veramente di tutto.

Leggi anche – Le quattro migliori serie di spionaggio su Netflix