ATTENZIONE: l’articolo contiene spoiler sulla seconda stagione di Cent’anni di solitudine!!
Ogni settimana migliaia di lettori ricevono i nostri consigli su cosa guardare.
Scopri come →Vuoi smettere di perdere tempo a cercare una serie da vedere?
Trova quella giusta per te →Non sai che serie iniziare?
Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Prima di arrivare al verso finale, aveva compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, poiché era previsto che la città degli specchi (o dei miraggi) sarebbe stata rasa al suolo dal vento ed esiliata dalla memoria degli uomini nell’istante stesso in cui Aureliano Babilonia avesse finito di decifrare le pergamene, e che tutto quanto vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra. Punto, stop, fine. Si chiude così, con quest’immagine di tragica fatalità, uno dei più grandi capolavori della letteratura del Novecento.
È un’immagine potente, che si è impressa così, folgorante, nella mente di chi ha letto le pagine di Gabriel Garcia Márquez. Un’immagine di decadenza inesorabile, di ineluttabile ciclicità, che ha collegato l’inizio e la fine, i primi capitoli della saga alla loro drammatica conclusione. Una scena difficile da replicare, quasi impossibile da trasformare in immagini reali. La troupe di Cent’anni di solitudine si è avventurata in un’impresa non da poco, perché alcuni libri sono principalmente sensazioni ed è difficile trasformare sensazioni in immagini, farle materializzare sullo schermo e renderle reali, tangibili (stanno per arrivare cinque serie tratte da libri famosi).
C’era molta attesa per il finale della serie Netflix.
Il secondo capitolo è stato distribuito a inizio mese, ma per il gran finale abbiamo dovuto aspettare il 26 agosto. Con un episodio lunghissimo si è chiusa così Cent’anni di solitudine che, tra qualche anno, potremo giudicare con più distacco e maggiore lucidità. Perché si tratta di una di quelle opere così ardite che spalancano le porte sia agli elogi che alle critiche. Molto dipende sicuramente dall’angolo di visuale con cui ciascuno si affaccia su questo lavoro. I romanzi attivano tutto un lavorio dell’immaginazione che quasi mai coincide con quello che poi vediamo sullo schermo. Per cui è difficile accontentare un lettore, qualcuno che ha consumato quelle pagine e vi ha impresso il proprio marchio. Qualcuno che le conserva applicandovi il proprio filtro, che è un materiale unico nel mondo.
Però ci sono anche delle opere che si avvicinano a quella sostanza indecifrabile che è contenuta in un romanzo. Che riescono in qualche modo a interpretarne l’anima nascosta, a tirarla fuori attraverso un puntiglioso lavoro di asportazione che la conserva intatta, incolume. La serie Netflix è complessivamente riuscita nell’operazione. Questa seconda stagione si è avviata verso un lento e inesorabile declino. Le illusioni accese di José Arcadio Buendìa, così sussultanti nella prima parte dell’opera, sono andate via via corrompendosi, lasciando la scena a una desolante decadenza che era ravvisabile in ogni cosa. Nella vecchia casa dei Buendìa, abbandonata a se stessa, nella chiassosa armonia della famiglia, che si è lentamente spenta, nell’immagine stessa di Macondo, profondamente mutata rispetto agli inizi.
È così, avvolta in un crisma di decadente eleganza, che Cent’anni di solitudine si è avvicinata al suo epilogo.
Che poi non esiste un punto di arrivo nell’opera di Márquez, perché il tempo è raggomitolato in un rocchetto aggrovigliato, dove niente scorre in maniera lineare. I Buendìa non vanno avanti, tornano costantemente all’attimo che li contiene tutti. Anche l’idea di progresso, come abbiamo visto nella prima parte della seconda stagione, si è rivelata un’illusione. Macondo ha aperto le porte al mondo, ma ne è stata travolta, tornando al punto di partenza come sospinta da forze invisibili. In questo fluire inesorabile di fatalità che si susseguono, si consumano i cent’anni di solitudine, aggrappati allo sguardo dei Buendìa con la forza di una inattaccabile condanna.
Un grande plauso va fatto al casting della serie, che ha saputo mettere insieme personaggi che si sono alternati mantenendo intatto quel senso di desolazione negli occhi al punto tale da convincerci che, per tutti gli episodi, abbiamo avuto di fronte un solo tragico personaggio. Il capitolo finale di Cent’anni di solitudine si è concentrato su Aureliano Babilonia e sul suo rapporto con gli ultimi discendenti della stirpe. Fernanda, sua nonna, lo ha tenuto segregato in casa per non esporsi alla vergogna di un nipote illegittimo. Così il giovane Aureliano ha vissuto isolato dal mondo, con la sola compagnia degli scritti di Melquíades, apparentemente impossibili da decifrare.
La casa è quasi sempre deserta, abbandonata. Fernanda si aggira tra le sue stanze con i sogni evanescenti da Regina del Madagascar. Ma è come se tutto appartenesse a un’altra dimensione, alla quale neppure lei appartiene più.
Dopo aver trascorso tutta la giovinezza a Roma, torna a casa José Arcadio, il figlio su cui Fernanda aveva riposto le sue religiose aspirazioni. José Arcadio non è però esattamente l’uomo che la madre si aspettava. Il ragazzo, che sarebbe lo zio di Aureliano, ha lo stesso temperamento della maggior parte dei Buendìa, amanti dei vizi e della lussuria. La parte centrale dell’ultimo episodio è dedicata al rapporto che piano piano si instaura tra i due personaggi. Un rapporto fatto di alti e bassi, che però pian piano si cementifica diventando inaspettatamente più profondo di quanto i due potessero immaginare. Questo perché entrambi condividono quella solitudine alla quale la loro stirpe li ha condannati e, negli ultimi giorni di vita, José Arcadio la sente più vicina di quanto potesse sospettare.
Per Aureliano ci sono invece altri giorni felici o almeno l’illusione di altri giorni felici. Quando torna a casa Amaranta Ursula, che sarebbe sua zia, i due si abbandonano a una passione antica, che è la stessa che aveva travolto i loro bisnonni all’inizio del racconto e che ha condannato tutta la stirpe. Si compie così quell’antica profezia, che in realtà si era compiuta più e più volte, che porta alla luce un bambino con la coda di maiale. Ma la discendenza dei Buendìa non fa in tempo a conoscerne il destino perché il cerchio deve chiudersi. Il primo della stirpe muore legato a un albero, l’ultimo divorato dalle formiche. È qui che inizia a disvelarsi il mistero attorno ai cent’anni di solitudine. La decifrazione finale è la chiave con cui leggere tutta l’opera.
Aureliano Babilonia riesce a comprendere tutto all’improvviso, perché tutto si compie mentre lo legge.
Inizio, fine, sviluppo: tutta la storia della sua famiglia si svolge in un unico presente, quello che Melquìades aveva impresso nelle sue pergamene una volta arrivato a Macondo. Ma non è una decifrazione rivelatoria. Aureliano non può cambiare il proprio destino dopo averlo letto. È condannato a viverlo, a subirlo, perché questo si consuma nell’attimo esatto in cui lo legge. Non c’è una seconda occasione, perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità. In questo finale vi è quindi impresso tutto il senso di fallimento a cui l’opera ci porta.
I personaggi sono stati condannati alla decadenza dal primo momento. La vita che è passata in mezzo tra l’inizio e la fine è stata solo un’illusione, un’immagine sbiadita prima del grande buio. Così, travolta da un uragano biblico che la spazza via per sempre, sparisce Macondo, il villaggio creato dal niente da José Arcadio Buendìa. Dal nulla si parte e al nulla si torna, come se tutta questa mastodontica storia fosse stata solo una pagina perduta nel mezzo di tutto. Si parlerà molto di Cent’anni di solitudine, perché questa serie ha comunque compiuto un’impresa colossale. E, al di là della prossimità col romanzo, che ognuno legge attraverso il proprio sguardo, ci ha buttato addosso quel senso di fatalismo, quella condanna alla solitudine e quel fascino della decadenza che poche opere come Cent’anni di solitudine hanno saputo esprimere (cosa che non è riuscita del tutto a La casa degli spiriti).











