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Black Mirror: Crocodile (4×03) è la tragedia dell’uomo verso la perdizione

Black Mirror
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Giunti al terzo episodio di questa quarta stagione di Black Mirror ci saremo accorti di qualcosa. Black Mirror sta cambiando. Sta assumendo forme nuove e non sempre coerenti col passato. C’è un’attenzione particolare che prima non c’era. C’è un interesse alternativo. E, come ogni cambiamento, necessita di una forza interpretativa e visionaria che non tutti possono avere. Che Charlie Brooker non sempre riesce a mantenere. Sembra quasi che il geniale autore di Black Mirror si sia accorto di qualcosa. Si sia ricordato di un dettaglio, un piccolo, infinitesimale dettaglio che rischiava di sfuggirgli. E che ora con forza, ma anche incoerenza e difficoltà, sta provando a recuperare.

Questo dettaglio è l’uomo.

Come nelle precedenti analisi anche in questa recensione di Crocodile il focus non può che andare sull’essere umano, il grande, incerto protagonista della stagione. Brooker guardando al passato, guardando a quel suo prodotto così tanto apprezzato sembra essersi posto una domanda. Sembra che in lui sia nato uno scrupolo. Terribile e snervante. Ha guardato i fan tanto appassionati ai mezzi di una tecnologia così vividamente descritta. Ha guardato agli influssi che quella sua immaginifica finestra sul futuro ha prodotto. E si è accorto che si rischiava di lasciare un residuo. Di perdere il senso di tutto.

Forse avrà pensato che il suo Waldo, quel Black Mirror così appassionatamente sentito proprio, corresse il rischio di diventare prodotto di intrattenimento. L’acquisto da parte di Netflix, i temi che si fanno ripetitivi, l’effetto sorpresa che non c’è più. Brooker si aggrappa allora al dramma, si aggrappa al grido straziante di un uomo che è sempre stato il suo unico, vero obiettivo di indagine.

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Se nel primo episodio Robert è un sociopatico alienante, nel secondo Marie ha un morboso attaccamento alla figlia e Sara un deficit cognitivo. In Crocodile la protagonista indiscussa è Mia. La donna domina in lungo e largo la scena. Il resto è solo contorno, è solo riempitivo del dramma in primo piano. Brooker in questi primi tre episodi mette in scena la tragedia dell’uomo, l’eterna, irrisolta lotta con se stesso e con le sue difficoltà. Tutti i protagonisti sono figure tragiche, in balia di eventi che non sanno interpretare. In balia di pulsioni che assecondano senza rendersene conto.

Sono antieroi che finiscono per cadere nelle loro ipocrisie, che cadono sotto i colpi di difficoltà psicologiche che non riescono a superare.

È interessante notare come in ogni caso, ognuno di essi, sembri attraversare un momento in cui potrebbe riprendersi. In cui potrebbe superare quella difficoltà. Robert dopo l’incontro con Nanette che pare mostrare un sincero rispetto per lui e che potrebbe farlo uscire dalla sua asocialità psicotica. Marie dopo aver messo da parte il tablet. Sara riuscendo a interagire con il cane. Infine, Mia dopo essersi sposata e divenuta un architetto di successo. Eppure, in nessun caso c’è un reale superamento del problema. C’è solo quello che nella tragedia classica si definirebbe un intermezzo. I problemi insoluti di tutti i personaggi tornano prepotentemente a farsi largo alle prime difficoltà.

Così Robert ripiomba nel suo sadismo virtuale, Sara nell’apprensione morbosa e Marie nel bisogno di quei piaceri di cui era stata privata sensorialmente. Anche ora, anche in questa 4×03, Mia al riapparire dell’irrisolta questione dell’omicidio lascia che riemerga la sua debolezza. Brooker gioca volutamente sulla futilità dell’omicidio di Rob. La lettera sarebbe stata anonima, le possibilità di risalire a qualcuno molto basse. Ma non importa la ragione, la sola presenza di quel tale nella sua camera è inaccettabile per la protagonista di Crocodile. Perché Rob con sé porta tutto il peso di una colpa rimossa, non superata. Il rimorso si è solo attutito, Mia ha imparato a convincerci ma non c’è stata alcuna guarigione. Non poteva esserci. Dentro la donna quel mostro incombente non l’ha mai realmente lasciata. Dentro di lei c’è il peso della vita di un uomo.

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Ed è proprio qui l’ironia tragica di Crocodile, il vortice senza ritorno che costringe Mia alla perdizione totale.

La tragedia della modernità riattualizza così un tema classico. Quello del destino, della sorte che inevitabilmente perseguita il colpevole, lo tormenta, lo induce al paradosso. All’uccisione. La colpa che si macchia di nuova colpa. Il desiderio di seppellire il passato che si concretizza in un nuovo dramma del presente. Non c’è più spazio per un ritorno. Per una soluzione. Mia è vittima di se stessa. Come lo era stata Marie nello scorso episodio, in balia di una madre che aveva deciso al posto suo.

In tutti e tre i primi appuntamenti i protagonisti sono a loro modo colpevoli e vittime. Così Mia non riesce a rialzarsi, non riesce a porre fine a quel mìasma (“contaminazione”, in greco) che la costringe a una sequenza ininterrotta. Nell’Edipo Re, citato non a caso nel precedente episodio, la colpa della famiglia dei Labdacidi ricade di generazione in generazione. Qui Mia riattualizza di volta in volta la colpa originaria in un gioco di scatole cinesi senza fine. Ma sia per Edipo che per Mia la colpa è sempre e solo (per quanto involontaria) dell’eroe tragico. Tanto di Edipo quanto di Mia. Anche Edipo come Mia dopo l’assassinio si era ricostruito una vita, era divenuto re e aveva avuto dei figli. Ma la contaminazione l’aveva seguito e dopo l’“intermezzo” felice aveva chiesto conto di sé.

Così Mia non può sottrarsi a se stessa, a quello che ha fatto.

Nasconde a sé il peso della colpa commettendone una nuova. E il peso della nuova con una ulteriore. Non c’è e non ci può essere esito felice. Di “generazione” in “generazione”, omicidio dopo omicidio, Mia è condotta sempre più verso una perdizione aberrante, disumana. L’atto finale, la vita sottratta a quel bambino, è la prova conclusiva. L’apoteosi dell’uomo che esce di sé e che si svuota di qualunque umanità.

La vera angoscia non è più nella tecnologia. Black Mirror sembra qui averla quasi messa da parte. L’espediente tecnologico diventa riempitivo. Diventa lo strumento per dare giustificazione all’avvio dell’azione tragica. Non ha più il peso del passato. Avrebbe facilmente potuto essere sostituito di volta in volta da altro. Il peso di tutto è nell’azione. L’azione tragica di una donna che sfocia nell’assurdo. L’angoscia sta tutta nello scoprire che l’uomo -in difesa di una giustificazione che si è dato- è in grado di qualunque cosa pur di negare a se stesso la colpa ed evitare di confrontarsi col suo peso.

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Mia è l’ennesima sconfitta.

Avremmo potuto fare qualsiasi cosa, sì, la scelta spettava solo a noi” cantano i bambini vestiti da “Piccoli gangsters” (Musical del 1976 con Jodie Foster, regista della 4×02). Proprio come sul finire di Arkangel l’insegnante affermava: “La responsabilità morale implica l’esistenza del libero arbitrio”. Charlie Brooker ci parla. Ci dice che è l’uomo che sceglie. Come Edipo non incolpa il destino, così Brooker ridà peso alle responsabilità dell’uomo, alle sue incapacità di superare le nevrosi che lo attanagliano. È tutto qui il senso claustrofobico di una nuova stagione che nei primi tre episodi non brilla per accuratezza della critica, per interesse sociologico e per tematiche. Tutto rimane in secondo piano rispetto all’uomo e alle sue sconfitte.

C’è una volontà chiara dell’autore di Black Mirror di “rimettere al centro l’uomo”. Per farlo però snatura parzialmente la Serie. La svuota dell’interesse distopico, dell’immagine di una tecnologia espressione delle perversioni umane. C’è tensione, c’è carica tragica, c’è l’uomo. Manca tutto il resto. Manca una trama valida. L’originalità della tematica. La tecnologia. Manca una fetta di Black Mirror. Perché l’attenzione dovrebbe sì, essere sull’uomo ma sempre attraverso quello specchio incrinato (la tecnologia) che ne distorce (e ne mette in risalto) il sorriso (la morale).

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Scritto da Emanuele Di Eugenio

Esteta contemplativo (un modo elegante per dire nullafacente), vive immerso tra libri impolverati e consunti osservando il mondo da una finestra. Che sia quella dello schermo di una tv, di un pc o le pagine di un romanzo russo poco importa.

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