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Better Call Saul: la 3×07 ci regala un Bob Odenkirk da Oscar

Better Call Saul

Episodio dopo episodio viene da chiedersi come Better Call Saul possa riuscire a migliorarsi. A ogni appuntamento una voce carica di timore finisce per farsi largo dentro di noi: “può solo peggiorare, d’ora in poi”. E invece Vince Gilligan non smette di raggiungere vette sempre più alte senza alcuna paura di cadere. Il merito -va detto- è anche di interpreti eccezionali capaci di esprimere in pochi istanti tutto un corollario di emozioni umane.

E non si può non partire dal protagonista assoluto, da quello straordinario mattatore che è Bob Odenkirk.

Il finale di questo settimo episodio vale da sé la visione di tutta la stagione. Odenkirk con una meta-recitazione da Oscar fa la parte di Jimmy che a sua volta finge un crollo emotivo. Non neghiamolo: nei primi istanti cadiamo anche noi nell’inganno finché non capiamo la genialità della sua mossa. Ma non basta. Mentre esce dallo studio della responsabile assicurativa Jimmy in appena tre secondi netti (tre secondi!) riesce a esprimere almeno quattro diverse emozioni: la rabbia, la più evidente di tutte; la tristezza, percepibile appena in alcuni frame; la paura e infine il ghigno di soddisfazione per aver ancora una volta incastrato il vecchio Chuck mettendo sul chi va là lo studio assicurativo.

Better Call Saul

Vi invito veramente, se ne avete la possibilità, a soffermarvi su questi brevi secondi e divertirvi a cogliere ogni singola smorfia mettendo il pausa la riproduzione.

Poi naturalmente c’è la genialità di Gilligan senza la quale tutto questo sarebbe un puro esercizio virtuosistico. Già, perché dietro quelle espressioni si nasconde tutto la grandiosa architettura emotiva di Saul Goodman, al secolo Jimmy McGill. La sua rabbia nei confronti del fratello, la delusione e il peso di una situazione ormai insostenibile, la gioia perversa dell’ennesimo sgarro. In quei tre secondi c’è Saul Goodman: la sua incoerente figura, il suo trasformismo, la sua morale perversa.

L’ormai compiuto abbandono delle vesti del vecchio Jimmy è reso magistralmente nell’abbigliamento che ancora una volta si modifica a esprimere la condizione del protagonista (un articolo sul simbolismo del guardaroba in Better Call Saul lo trovate a questo link). Il limbo in cui il protagonista si trova da ormai due episodi, impossibilitato a esercitare l’avvocatura, è esemplificato da abiti sempre diversi.

Nello scorso episodio lo avevamo visto travestirsi per uno spot televisivo. Ora appare contemporaneamente in quattro differenti vesti.

La prima è quella del delinquente costretto ai lavori socialmente utili: gilet catarifrangente, pinza e sacco della spazzatura; la seconda lo vede apparire come direttore di spot pubblicitari: cappellino, giacca e camicia. Con una terza trasformazione eccolo in elegante -e un po’ pacchiana come suo solito- camicia verde nella serata di svago con Kim. Infine, nell’incontro con la responsabile assicurativa torna nei consueti e grigi abiti di avvocato d’ufficio che avevano caratterizzato i suoi esordi nella prima stagione di Better Call Saul.

Elemento interessante da notare è l’evidente preminenza del colore verde (maglioncino e due camicie).

Stando a quanto riferito dalla costumista di Better Call Saul, Jennifer Bryan, “Gli individui che si ritengono dal ‘lato giusto della legge’ hanno colori militari quali il blu marino e il verde”. Un cambio d’orientamento quindi per Jimmy? Non proprio. Nelle scene in cui appare questo colore (ovvero in tutte tranne che nella finale) Jimmy di fatto fa la cosa giusta: si impegna nei lavori sociali raccogliendo “più rifiuti di quanto abbiano fatto gli altri”, si applica nel suo lavoro nelle pubblicità, è dissuaso dal mettere in atto una truffa in stile “Viktor e Giselle”. Dove invece abbandona tale colore, nella scena conclusiva, ecco lo sgarbo finale, il finto crollo nervoso e l’ennesima frecciata al fratello Chuck. L’associazione cromatica non è certo casuale per l’attentissimo Gilligan, sempre pronto a riempire di simbolismo ogni episodio.

Il colore di Kim è decisamente il blu marino, presente in tutti i suoi abiti: la tonalità dei “buoni”.

E sì perché a ben vedere Kim sente crescere il peso di quel torto commesso ai danni di Chuck. Inevitabile che sbotti alla presenza della delegata della Mesa Verde: “Secondo me quello che abbiamo fatto è stato distruggere una persona malata”. Se ne sta convincendo sempre più e sempre meno riesce a tollerare la situazione. Ancora però rimane fedele all’amato Jim, capace perfino di influenzarlo in positivo.

Quando ormai Giselle e Viktor sembrano pronti a fare il loro ritorno sulla scena con un’altra truffa delle loro ecco che Kim si frappone:

Non lo faremo veramente, non è vero? Stiamo solo parlando…

Better Call Saul

Neanche la morale tutta personale di Jim riesce a smuoverla questa volta: “Quel tizio è veramente stronzo. Gli serve una bella lezione. Tosta”, prova a incalzare Jim, ma Kim non abbocca. Il volto che assume poi dopo il serrato discorso dell’amato a difesa del loro operato contro Chuck esprime un’incertezza e un’indecisione che si fanno sempre più pressanti. Fin quando le scuse ben assortite di Jim riusciranno a reggere di fronte alla più ferrea morale di Kim? Non ci resta che attendere i prossimi appuntamenti di Better Call Saul.

E mentre aspettiamo spendiamo qualche parola anche per le trame secondarie.

Un graditissimo ritorno -non ne dubitiamo- è quello del buon vecchio Daniel ‘Pryce’, un vero “personaggio”, per così dire. Lo ricordiamo molto bene dalle prime due stagioni con la sua pacchianissima macchina mentre smercia farmaci con Nacho e si lamenta delle sue figurine rubate. Ora quel gran genio di Pryce ritrovatosi in casa il tutt’altro che rassicurante scagnozzo dei Salamanca ha come primo pensiero ancora una volta la sua preziosissima collezione. Un vero talento.

Di ben altra tempra Nacho Varga sempre più proiettato all’obiettivo.

La speculazione a cui ci eravamo lasciati andare nell’analisi del precedente episodio si è rivelata esatta: vuole usare le capsule delle pillole di Hector per inserire un placebo (o un veleno?) e far saltare il debole cuoricino del boss della droga. A tutto questo con un giro di intrecci più complesso dell’usuale si aggiunge com’era prevedibile anche Mike. Inizialmente contrario, accetta infine l’incarico di guardia del corpo di Pryce dopo un’attenta riflessione.

Il dialogo nel centro d’ascolto con una donna in lutto per la perdita del marito sembra legarsi a questo suo cambio di rotta. Riprendiamolo un momento:

È successo otto anni fa. Andò a fare hiking [escursione a piedi] nella foresta di Gila e non tornò più. Trovarono la sua auto ma non il suo corpo e così non so se scivolò e cadde o ebbe un attacco di cuore o incontrò qualcuno di poco raccomandabile. Non lo so. E persino dopo tutti questi anni non sapere come sia deceduto, dove si trovi… Vorrei che non m’importasse ma non è così.

Better Call Saul

Il toccante monologo non può non rievocare nella mente di Mike la sorte capitata al “buon samaritano” nell’episodio 2×09. Come riferisce Nacho il tale, vedendo il furgone dei Salamanca a bordo strada, slega lo scagnozzo di Hector e viene fatto sparire dal Cartello (“Lo abbiamo seppellito nel deserto”). Tutto per causa di Mike che aveva voluto risparmiare la vita all’autista. Era questo uno dei motivi principali che avevano spinto Ehrmantraut a intraprendere la sua vendetta contro il boss della droga.

Ed è questo stesso motivo, riattualizzato nella storia della donna, nella sua sofferenza per “non sapere come [il marito] sia deceduto, dove si trovi” che ridesta il desiderio di giustizia di Mike.

Ancora fuori dalla scena è invece Gus anche se non dubitiamo che nei prossimi sviluppi anch’egli s’inserisca nel complesso puzzle che vedrà legati l’uno all’altro Mike, Nacho e, come immaginato nella scorsa recensione, anche Jimmy, pardon Saul. Tutto è pronto per i fuochi d’artificio finali e non resta che chiedersi per l’ennesima volta: “Come può Better Call Saul superarsi ancora?”.

Leggi anche – Better Call Saul: la metamorfosi in Saul Goodman è segnata

Written by Emanuele Di Eugenio

Esteta contemplativo (un modo elegante per dire nullafacente), vive immerso tra libri impolverati e consunti osservando il mondo da una finestra. Che sia quella dello schermo di una tv, di un pc o le pagine di un romanzo russo poco importa.

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