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5 cose a cui ho pensato dopo aver visto la prima puntata di Pluribus

Pluribus, la serie tv in arrivo più attesa del periodo

ATTENZIONE: proseguendo nella lettura dell’articolo potreste imbattervi in spoiler sul pilot di Pluribus.

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Sta succedendo di nuovo: ha appena visto la luce una di quelle opere destinate a insinuarsi in ogni angolo del dibattito televisivo e a ridestare la platea del mondo della serialità come una potente scarica elettrica. Uno di quei prodotti in grado di generare hype in quantità mastodontiche, preceduti da aspettative altissime e da mesi e mesi di discussioni, ipotesi, congetture, previsioni, dichiarazioni di fede. Succede che, di tanto in tanto, un titolo svetti su tutti gli altri imponendosi all’attenzione in maniera quasi totalitaria. Nel panorama televisivo attuale è impossibile monopolizzare la scena. Ma Pluribus ci va vicino. È un’opera che genera attesa, scompiglio, entusiasmo. Perché proviene dalla mente di quel maestro del piccolo schermo che è Vince Gilligan. E perché trova alloggio su Apple TV, una piattaforma che sta proponendo alcuni dei migliori prodotti televisivi degli ultimi anni.

Le premesse ci galvanizzano. Pluribus (qui la recensione in anteprima) è la storia della persona più infelice del mondo che deve salvare l’umanità dalla felicità. Un preambolo controverso, contorto. Un presupposto che già di per sé ci interroga su questioni filosofiche ed esistenziali verso le quali sanno spingerci solo serie tv di un certo spessore. Di che si tratta? Cosa stiamo per vedere? Che cosa ha preparato per noi stavolta Vince Gilligan? La curiosità è vorace, insaziabile. Per chi ha visto tutte le stagioni di quel capolavoro che è Breaking Bad e ha seguito l’altrettanto meravigliosa Better Call Saul, ritrovare Vince Gilligan è una specie di eucarestia. Siamo di nuovo ammessi a prelevare l’ostia consacrata dalle mani di un officiante che ha già fabbricato un paio di pietre miliari del piccolo schermo.

Ecco dunque che Pluribus ha tutta la nostra attenzione.

Insieme al capitolo finale di Stranger Things, questo era il titolo più atteso di questa fine del 2025. E infatti la serie ha fatto registrare immediatamente numeri importanti e feedback positivi. Il chiacchiericcio che ci aspettavamo attorno a Pluribus c’è stato e si è trasformato subito in discussioni, ipotesi, domande che rimbalzano sui social, pareri entusiastici, previsioni, teorie, tentativi di dare risposta ai mille quesiti che lo show sta proponendo. Pluribus è, per ora, un grande successo. E mentre ci chiediamo se stiamo davvero rischiando di finire in un mondo dove abbiamo sempre ragione noi, la serie va avanti proponendo i suoi dubbi e le sue domande, a partire da chi stia facendo veramente la cosa giusta.

Apple TV+ ce l’ha fatta di nuovo. Ha puntato su un prodotto che interroga gli spettatori su questioni attualissime, ma lo fa attraverso il filtro della finzione televisiva. Non è un caso che Pluribus sia finita sulla stessa piattaforma di un’altra serie tv cervellotica come Scissione. La piattaforma dimostra ancora una volta di aver puntato sulla qualità e di averlo fatto alla grande. Ecco perché le aspettative di noi spettatori erano così alte all’alba dell’esordio di Pluribus. Si era generato grande hype attorno al pilot della serie. Non sapevamo esattamente cosa ci avrebbe riservato. Ci siamo approcciati al primo episodio con un misto di paura sotterranea e fiducia incrollabile.

Non sapevamo a cosa stavamo andando incontro, ma la curiosità era irrefrenabile.

E, alla fine, il momento è arrivato. La fine dell’umanità e la noia di un solo colore hanno fatto il loro ingresso trionfale. Rhea Seehorn ha dato il volto a un altro personaggio partorito dalla mente di Vince Gilligan e noi siamo qui, in attesa di capire come andrà a finire Pluribus e come si risolverà il rebus inestricabile della serie. Lo show è il ritorno trionfale dello stile del creatore di Breaking Bad: ritmo lento, attenzione maniacale ai dettagli, cura di ogni particolare. È ovvio che il pilot non ci abbia rivelato alcunché. Abbiamo solo assistito all’inizio della fine, al principio della felicità intesa come materiale infettivo che distrugge il vecchio mondo e crea un nuovo ordine. La trama di Pluribus è tutta da scoprire, ma ecco le prime sensazioni dopo aver visto il primo episodio.

A cosa abbiamo pensato guardando il pilot di Pluribus? Queste sono le prime cinque cose che mi sono venute in mente sui titoli di coda di We is Us.

1. Bentornato Vince Gilligan

Pluribus
Credits: Sony Pictures Television

Deve essere stato un pensiero comune a tutti. Diciamoci la verità: i fan di Breaking Bad hanno iniziato a guardare Pluribus unicamente per un motivo. Vince Gilligan. Lo show avrebbe potuto parlare di invasioni aliene e di scie chimiche così come di caramelle gommose e orsetti parlanti. Non avrebbe fatto alcuna differenza. Pluribus ha destato subito curiosità perché è la serie che segna il ritorno del creatore di Breaking Bad sul piccolo schermo. Dopo Better Call Saul, questo è il suo primo lavoro. È naturale perciò, che le aspettative fossero alte e che l’attesa fosse palpitante.

E uno ci prova pure a staccare il prodotto dal suo creatore e a giudicarlo senza preconcetti, per quanto possano essere positivi. Il fatto è che ogni sequenza di questo pilot ti ricorda perché vince Gilligan sia un nome tanto prestigioso nell’universo delle serie tv. L’andatura è quella degli show che portano la sua firma. Si vedono subito l’incredibile cura dei dettagli, l’attenzione alla fotografia, la premura nel mettere ogni cosa al proprio posto. Si riconosce l’estetica delle opere di Vince Gilligan. Nelle riprese, nelle inquadrature, nel cromatismo, in quei riferimenti ad Albuquerque che è così diversa da quella che abbiamo conosciuto ai tempi di Breaking Bad.

Pluribus ha un grande pilot e questo lascia subito ben sperare per il prosieguo della serie.

Lo show diventa immediatamente un rebus ingarbugliatissimo che mette al centro l’uomo. Le riflessioni attorno all’uomo. Le riflessioni dell’uomo. È una serie che probabilmente fornirà poche risposte ma susciterà un sacco di domande. Lo si capisce dal modo in cui vengono tratteggiati i personaggi, da quei primi minuti iniziali che torneranno sicuramente utili più in là con gli episodi. Quando Vince Gilligan mette qualcosa a cuocere, non la porta subito a ebollizione. Non alza la temperatura in modo da far bruciare la crosta, ma la lascia cuocere con infinita pazienza, aggiungendo di volta in volta ingredienti selezionati che renderanno la pietanza quanto di più prelibato si possa immaginare.

Guardando il primo episodio di Pluribus, la sensazione è che ci sia tanto materiale da cuocere e non vediamo l’ora di vedere in che modo Gilligan lo farà.

2. Perché Carol è così infelice?

Carol in Pluribus
Credits: Sony Pictures Television

Guardando il volto di Rhea Seehorn, nella prima scena in cui compare come Carol, non si può fare a meno di notare una venatura di tristezza nel suo sguardo. Seehorn è un’attrice straordinaria (ed è anche il secondo motivo per cui ci siamo catapultati subito nella visione di Pluribus) e riesce a farci entrare immediatamente in connessione con le profondità del suo personaggio. La protagonista è una donna infelice. Ce lo anticipava la premessa della serie, ma lo si intuisce subito dal modo in cui lei stessa parla del proprio lavoro. “Dovrei conoscervi?“, chiede il tassista a lei ed Helen dopo la presentazione del suo libro. “Dipende: sei un fan delle stro**ate?” è la replica sarcastica di Carol.

I primi minuti che le vengono dedicati non ci dicono moltissimo sul suo personaggio. Nessuna informazione da identikit asettico, in ogni caso. Conosciamo Carol attraverso i suoi sguardi tristi, i suoi sospiri, le bugie che racconta a se stessa e ai suoi lettori. È una donna che ha una scarsa considerazione del proprio lavoro. Un lavoro che l’ha resa autrice di best seller, una scrittrice amata in tutto il Paese. Eppure, Carol non è felice. Ha incamerato tante aspirazioni frustrate. Deve aver sofferto per non aver potuto dare sfogo alla sua vera natura. Perché è così triste? Si tratta del suo lavoro, di quei libri che scrive ormai solo per accontentare i suoi fan o di quell’opera alla quale lavora da quattro anni e mezzo ma che non ha ancora avuto il coraggio di pubblicare?

O forse c’è dell’altro? L’aver nascosto ai suoi lettori la sua identità sessuale ha represso una parte di se stessa? Guardando il pilot di Pluribus non sappiamo nulla di Carol, ma la vediamo come una donna ingabbiata in prigioni sociali e psichiche.

Perché il virus non l’ha infettata? Qualcosa di diverso rispetto al resto dell’umanità dovrà pur averlo se è uno dei pochissimi individui che si sono dimostrati immuni rispetto a questa specie di virus che ha infestato il pianeta. È perché è una donna così infelice? È curioso come il “virus della felicità“ su di lei non abbia alcun effetto. Forse non merita la felicità? Non è pronta ad accoglierla? Deve trovarla prima dentro se stessa per poter diventare un organismo sensibile al virus?

Ci sono già parecchie domande che stuzzicano riflessioni profonde attorno al personaggio di Carol, che è quello in cui dovrebbe riconoscersi l’umanità. Carol rappresenta ciò che resta dell’essere umano dopo l'”invasione” del virus della felicità. È normale sviluppare un’empatia immediata con il suo personaggio. Ci domandiamo quali siano le ragioni che la rendono così infelice. Ma, al di là di quali possano essere le risposte, quello che ci colpisce da subito è il modo in cui noi spettatori entriamo in sintonia con lei. Perché, forse, c’è già molto della nostra felicità traballante custodito in lei.

3. Siamo finiti in un episodio di The Last of Us?

Immagine di The Last of Us, una delle serie tv in arrivo più importanti
Credits: HBO

Nella parte centrale dell’episodio, quando il contagio si era ormai diffuso, lo abbiamo pensato un po’ tutti: siamo finiti in una puntata di The Last of Us. Alcune scene sono state agghiaccianti allo stesso modo. Il “virus“ che prende il sopravvento, i corpi delle persone dilaniate dagli spasmi, la corsa affannata di Carol nel tentativo di trovare una via di salvezza. Lo scenario era effettivamente da serie tv post apocalittica. La protagonista si è ritrovata catapultata all’improvviso in un mondo in cui è l’unica sopravvissuta. The Last of Us, in pratica. Tutto avviene rigorosamente di notte, come nella serie con Pedro Pascal e Bella Ramsay. Carol si avvinghia al corpo di Helen e cerca di portarlo in salvo in tutti i modi.

Quando entra nel bar e assiste alla scena inquietante di tutti i clienti in uno stato di paralisi incosciente, si rende conto che lo strano male non ha colpito solo la sua Helen, ma ogni singolo individuo presente. Arrivata in ospedale, lo scenario è lo stesso e, anzi, si fa ancora più agghiacciante. Carol non riesce a trovare nessun individuo vigile. Il cataclisma ha colpito tutti. In quale incubo è precipitata la protagonista di Pluribus? Che cosa è successo al mondo intero? È un episodio crossover di The Last of Us?

Ci sono naturalmente alcuni parallelismi tra Pluribus e serie tv post-apocalittiche che parlano di virus, batteri distruttivi o roba simile.

La differenza (e non di poco conto) rispetto a uno show come The Last of Us è che qui gli “zombie“ (i sopravvissuti, gli “infetti”, o chiamiamoli come vogliamo) non vogliono sbranarti e ridurti a brandello, ma… ti sorridono. Carol è fuggita a bordo di un’auto nella notte per barricarsi dentro casa e sfuggire agli individui contagiati. Ma nessuno di loro aveva intenzione di ucciderla. Il contagio qui non ti porta a trasformarti in uno zombie. Solo – a quanto pare – a essere felice. Per cui, no: non siamo finiti per sbaglio in un universo parallelo di The Last of Us.

4. Che cos’è questa colla che ci tiene tutti uniti?

la solitudine di Carol in Pluribus
Credits: Sony Pictures Television

Nel finale del primo episodio di Pluribus, c’è una scena in cui assistiamo al primo contatto tra Carol i nuovi “invasori“. Una delle prime cose che ci domandiamo dopo aver sentito parlare il “ministro“ in tv è perché parli sempre al plurale. Nessuno degli individui incontrati post contagio parla di sé in prima persona. C’è sempre un “noi””, un riferimento a un’entità collettiva nella quale tutti si identificano. La domanda è talmente banale che è la stessa protagonista a porla al suo interlocutore: “perché parli di voi al plurale?“. Perché non esiste una individualità all’interno di questo nuovo ordine che ha preso possesso della Terra. Non ci sono gerarchie, né uomini al comando.

Non è un’invasione perpetrata da una moltitudine di individui e nessuna delle persone contagiate si risveglia come se stessa. C’è piuttosto un’entità unica che ha preso il comando. Non è il presidente degli Stati Uniti, non è il capo di una spedizione aliena, non è un singolo personaggio che si è posto alla guida del nuovo assetto. Si tratta di una collettività indivisibile, di una “colla che ci tiene tutti uniti“. Ma che cos’è veramente questa colla? Si tratta di un collegamento neuronale tra i singoli individui? È un’entità che parla per bocca degli abitanti del pianeta Terra? O piuttosto, una mente-alveare come quella del Sottosopra di Stranger Things? È la prima delle grandi domande che ci tengono sulle spine.

Conoscendo lo stile di Vince Gilligan e l’importanza che dà a ogni dettaglio, siamo sicuri che la colla di cui ha sentito parlare Carol nel pilot di Pluribus avrà un significato molto più profondo di quello che immaginiamo.

C’è un sottotesto filosofico che dovremmo considerare? La colla che tiene tutti uniti è l’omologazione asettica alla quale siamo tutti condannati? Ci sono riferimenti all’attualità e al sopravvento dell’intelligenza artificiale? Il bello della serie tv di vince Gilligan è che ti lascia sempre degli spunti su cui riflettere. Non delle risposte, ma giganteschi punti di domanda su cui si potrebbe stare a dibattere per giorni e giorni. Chi ha già visto gli altri episodi di Pluribus si sarà reso conto di come la serie non abbia fornito ancora risposte esaustive, ma solo ulteriori dubbi e ulteriori punti di domanda sui quali scervellarsi.

5. Il rapporto di Carol con l’alcol

Pluribus
Credits: Apple TV

Il rapporto di Carol con l’alcol è un altro dei temi che si stagliano sullo sfondo di questo primo episodio di Pluribus. Sappiamo ancora troppo poco della protagonista, ma il suo è di sicuro un personaggio che annega frustrazioni e debolezze nell’alcol. Sembra un po’ il suo modo di rispondere alle difficoltà. Ma per quanto la sua vita possa essere incasinata, niente è paragonabile a quello che le è appena successo. Nell’arco di una serata la sua vita è stata completamente stravolta. Il mondo è stato completamente stravolto. Il concetto stesso di vita non ha più lo stesso valore. Tutto è cambiato.

Una vita professionale poco appagante, un libro nel cassetto non ancora pubblicato, il pudore a rivelare la propria identità sessuale, sembravano problemi giganti e senza soluzione. Ma vuoi mettere una roba del genere rispetto a una moltitudine di gente che vuole inchiodarti alla felicità per sempre? Rispetto alla scomparsa del genere umano come lo abbiamo sempre conosciuto? Carol si è ritrovata l’unica (o quasi) su tutto il pianeta a dover fronteggiare una minaccia sconosciuta (la felicità… possibile?). Da sola, senza alcun supporto e in assenza di qualsiasi kit di preparazione. Non è che è tutto un effetto collaterale dell’hangover della sera prima?