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Stiamo rischiando seriamente di finire nel mondo di Pluribus, dove abbiamo sempre ragione noi

Pluribus

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Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Pluribus.

“Io so perché so di non sapere”. Così Socrate si esprimeva, attraverso Platone, in una delle massime che hanno fondato le basi del pensiero occidentale. Una considerazione essenziale, persino banale se riletta oggi. Apparentemente banale, almeno. Perché quella che dovrebbe essere una verità consolidata del nostro approccio al mondo è in realtà sempre più contestata, implicitamente. Una percentuale sempre più significativa di persone rivendica a gran voce l’autorevolezza del proprio pensiero, al di là di ogni evidenza: ogni opinione è messa sullo stesso piano, specie se non porta con sé dei dati a supporto.


Le opinioni non sono nemmeno più opinioni, nella testa di chi le esprime. Sono fatti, incontestabili. Anche quando la realtà del mondo le contesta platealmente con i fatti, quelli veri. In un mondo del genere, le bolle social e le derive “rassicuranti” delle intelligenze artificiali stanno amplificando il fenomeno, dandole una centralità assoluta.

Rischiando di farci sprofondare nel mondo di Pluribus, una serie tv che sta offrendo prospettive evocative in tal senso.

Kaolina Wydra e Rhea Seehorn in Pluribus - Credits: Apple Tv
Credits: Apple TV

La nuova opera di Vince Gilligan, in onda in queste settimane su Apple TV, è un chiaro monito in tal senso. Quello che sembra un mondo ideale, è in realtà uno scenario distopico in cui siamo già dentro, per molti versi. La fantascienza, allora, diviene un pretesto per parlare di noi. Enfatizza i temi con uno scenario estremo, ma li riconduce a noi con rarissima lucidità.

Come hanno evidenziato molti critici, d’altronde, non è una forzatura l’associazione della mente alveare generata nella serie con l’intelligenza artificiale generativa con cui abbiamo a che fare ogni giorno. È vero: la quinta puntata di Pluribus apre le porte a nuovi scenari in tal senso, ma per il momento le interazioni sembrano ancora andare solidamente in quella direzione. Una direzione in cui l’alveare non “prova” niente di diverso nei confronti di Carol e continua a sostenerla in ogni modo, anche se ha deciso di ampliare le distanze da lei. La traiettoria è però più imprevedibile e indipendente: quanto stiamo sostenendo ora potrebbe non essere più valido a fine stagione.

In ogni caso, da una parte abbiamo l’umanità annichilita dal pensiero unico che riduce ogni individuo a parte di un collettivo asettico: dall’altra, invece, uno strumento che asseconda ogni nostra azione o pensiero col solo fine di regalarci un’esperienza piacevole, prima ancora che utile. Se possibile, la nostra intelligenza artificiale è ancora più audace in tal senso: mentre la mente alveare di Pluribus non è capace di mentire e pare quasi assumere i tratti dell’Oracolo di Delfi, l’IA è capace di farlo. Eccome. Tutto ciò che conta è soddisfarci, appagarci: renderci, apparentemente, felici.

Sembra bellissimo sì, lo sappiamo: in un mondo ideale, sarebbe rassicurante l’idea di avere sempre ragione noi. In ogni modo.

Ogni nostra scelta alimentare o di outfit non trova un contraddittorio: l’interlocutore potrebbe al massimo non dirci di no, il che è persino peggio di un sì incondizionato. Il romanzo con cui vorremmo vincere lo Strega? Stando alle parole di un’intelligenza artificiale, potrebbe esserlo sul serio. Un articolo giornalistico? Da Pulitzer, anche coi congiuntivi fuori posto. Il nostro piano di allenamenti? Meritevole di un podio alle Olimpiadi, qualunque sia lo sport. La nostra visione del mondo non è più una porzione della realtà: è la realtà stessa. Poi sì: riconosce tra le righe alcuni potenziali correttivi da apporre. Se però il risultato finale è comunque superlativo, il timido contradditorio è svilito dalle conferme ricercate.

L’autostima, di conseguenza, finisce per accecare gli individui. L’interlocutore, asettico, scava nelle nostre paure e nell’horror vacui del confronto con una realtà quasi mai confortevole.

Dovremmo essere noi ad adattarci con essa. Metterci in discussione costantemente, riconoscendo limiti che ci portino a superare i nostri stessi confini. Non è più, però, il mondo in cui molti sembrano voler vivere. Si mettono in discussione i sistemi con malizia, sì: ci si innalza su un piedistallo da cui giudicarli, senza capire che proprio questo atteggiamento apre la porta a un’autorità che ci blandisce, ci rassicura e ci dà sempre ragione. È lì che diventiamo vulnerabili: la manipolazione non arriva con la coercizione, ma con l’assecondamento. Quando nessuno ti contraddice più e il mondo informativo è costruito per darti ragione, si smette di vedere il rischio. E questo rende invisibili perfino i pericoli più ovvi.

Pluribus
Credits: Sony Pictures Television

Il consenso totale, passivo, è allora più pericoloso del dissenso attivo. L’assenza di conflitto è più distruttiva della presenza di un nemico. L’IA che non si oppone è più inquietante dell’IA che si ribella.

Pluribus rappresenta il mondo dove nessuno ti ferma nemmeno quando dovrebbero. L’abbiamo visto chiaramente, in queste prime puntate: la mente alveare ha il fine deliberato di includere Carol, voce dissonante, nel sistema. Vuole spegnere la sua voce, in nome della felicità. Si adatta alla sua realtà a ogni costo, stravolgendola subdolamente pur esplicitando il suo intento finale.

Per farlo, la seduce con un servilismo incondizionato in cui ha sempre ragione lei, anche quando non ha ragione lei. Un servilismo finalizzato all’asservimento di lei, paradossalmente: la sua simulazione, tuttavia, rende bene l’idea di cosa significherebbe interagire in quel contesto. Metterle a disposizione una granata potrebbe essere rischiosissimo: glielo dice, ma poi la accompagna comunque fino al ciglio del burrone. Le spedisce a casa dell’eroina, pur evidenziando che ci sarebbero modi migliori per trovare sollievo. I suoi libri dozzinali, secondo l’alveare? Capolavori assoluti, degni di essere affiancati alle immortali opere di Shakespeare. Nell’ultimo caso, in realtà, emerge anche una riflessione più sfaccettata della dignità artistica in relazione alle emozioni provocate nel pubblico, ma magari ne parleremo un’altra volta.

Si arriva, in ogni caso, alla stessa conclusione: alla fine, ha comunque ragione Carol. L’unico vero argine risiede nel fatto che i suoi limiti siano legati al senso stesso dell’essere umana: è, però, un capitolo a parte.

La mente alveare è allora il riflesso di un desiderio che presto si traduce in una distopia insostenibile. L’apparente libertà si scontra coi vincoli del sistema. Un’ottimizzazione radicale che spegne ogni sofferenza umana, chiedendo in cambio la rinuncia all’identità.

La protagonista di Pluribus è una voce critica che riconosce quel confine e non vuole rinunciare a se stessa, ma quanti farebbero altrettanto nella stessa condizione?

Molti lo farebbero se si trovassero di fronte a un evento traumatico improvviso, come nel suo caso. Ma se quella transizione fosse più silenziosa e graduale, di conseguenza subdola? Rischieremmo di trovarci nel mondo in cui stiamo vivendo oggi. Un mondo del quale l’assecondamento offerto dall’intelligenza artificiale è una naturale conseguenza, più che una vera causa. Un riflesso che amplifica i nostri istinti più pericolosi, più che la sua genesi.

Granata
Credits: Sony Pictures Television

Prima dell’avvento dell’IA, d’altronde, sono stati i social a enfatizzare questa pericolosa tendenza.

In una splendida puntata di Faccende Complicate che meriterebbe molto più rilievo di quanto ne abbia avuto, Valerio Lundini sottolineò in chiave satirica e parodistica il pericoloso fenomeno delle bolle sociali. Invece di cercare il confronto col mondo esterno, siamo sempre più portati a cercare una conferma in chiunque sia più affine a noi, al di là delle argomentazioni: sono convinzioni ortodosse che sfociano in un inconsistente atto di fede nei confronti di schemi di pensiero radicati. Talmente radicati da smarrire la capacità di ascoltare idee diverse, elaborando sintesi che portino a una reale evoluzione e a una definizione concreta delle nostre visioni personali.

Il riconoscimento del limite che Socrate teneva sempre a mente è perduto. E lo è in nome di una centralizzazione del narcisismo individuale che di individuale finisce per non avere, paradossalmente, niente. Abbracciamo una comunità in nome di un io comune senza più metterlo in discussione, bloccando così il nostro processo di crescita. Un processo di crescita che nasce, invece, dall’errore, dall’imperfezione.

Il codice genetico di un qualunque uomo è figlio di miliardi di errori che si sono autocorretti nel corso del tempo, e altrettanto potremmo dire qualunque elemento presente in natura. Per non parlare dell’intelligenza artificiale: il suo codice cresce in relazione ai limiti che incontra ogni giorno. Banalmente: sbaglia, si corregge e migliora di conseguenza. Se però ci dovessimo convincere di avere sempre ragione noi a prescindere, cosa rimarrebbe di tutto ciò? L’idea di dialogare meccanicamente con qualcuno che la pensa come noi. O peggio, che non pensa affatto.

Volendo spingerci oltre, potremmo evocare la psicologia infantile di Donald Winniccott e applicarla a Pluribus.

Secondo la sua tesi principale, un bambino diventa un individuo solo quando il mondo smette di rispecchiarlo perfettamente e gli dice, ogni tanto, un “no”. È l’autorità materna ad accompagnarlo in questo percorso: prima lo asseconda in tutte le sue pulsioni primarie per poi lasciarlo andare, portandolo a confrontarsi con le imperfezioni di una realtà non allineata alla sua volontà. Pluribus, invece, mostra l’opposto: il suo è un mondo che non ti contraddice mai, ti avvisa dei rischi ma non ti ferma. Ti accompagna in qualunque direzione prenda. Volendo ricercare una chiave più provocatoria, è una “madre” che annichilisce la frustrazione conseguita dal conflitto, e cancella di conseguenza l’identità.

L’approvazione aprioristica è quindi un anestetico che allevia i fastidi ma allo stesso tempo ci aliena: la conseguenza è la rinuncia alla nostra stessa umanità. E allora dobbiamo domandarcelo: vogliamo davvero vivere in un mondo in cui abbiamo sempre ragione, a prescindere? Non è che i “no” di una controparte siano fondamentali per permetterci di crescere e salvaguardarci, senza incappare in pericolose derive?

Carol non ha dubbi sulla risposta. Non ora, almeno. E pure noi non dovremmo averne, dopo averci pensato sul serio ed esserci messi davvero in discussione.

Pluribus, d’altronde, ci porta a uscire dalla nostra bolla di convinzioni e ad affrontare ogni potenziale alternativa con un approccio critico, arrivando alle risposte più disparate. Domandiamocelo, allora: quanto è pericoloso un mondo in cui ognuno è assecondato così e pensa di avere sempre la risposta in tasca, mentre tutti gli altri sbagliano? È evidente: rischiamo di fare la fine dell’uomo contromano in autostrada, convinto che in realtà siano tutti gli altri a esserlo. Tra gli innumerevoli scenari inquietanti della serie, questo è uno dei peggiori. Nonché uno dei più presenti nelle nostre vite, già oggi. Pensiamoci, prima che qualcos’altro lo faccia al nostro posto.

Antonio Casu