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Com’è profondamente cambiata Peaky Blinders dalla prima all’ultima puntata

ATTENZIONE: questo articolo contiene SPOILER sull’ultima stagione di Peaky Blinders.

Dal 2013 fino al 2022, dalla prima alla sesta stagione, dal primo all’ultimo episodio, Peaky Blinders ha tracciato un percorso tutto suo, passando alla storia come una delle serie inglesi più amate di tutti i tempi e confermandosi per anni come un prodotto di qualità. La cura nei dettagli, negli elementi legati alla tradizione gitana; l’attenzione che il genio di Steven Knight ha posto nella costruzione delle ambientazioni, nella realizzazione di personaggi dalla psicologia così complessa e sfaccettata che al pubblico è dato conoscerne e comprenderne solo una piccola parte. Ogni elemento ha un ruolo unico in Peaky Blinders.

Rimandi che affiorano all’interno di una stessa stagione, ma anche indizi che collegano silenziosamente la prima all’ultima puntata, dando vita a un’ordinata struttura ad anello in grado di dare un ritratto preciso dell’evoluzione compiuta da Thomas Shelby, sì, ma anche dalla serie nel suo complesso.

Perché Peaky Blinders non è immune allo scorrere del tempo, ma si adatta alle sue pieghe, alle sue esigenze. E sebbene non sia esente da piccole incongruenze, la sua è una bellezza che rimarrà impressa molto a lungo nell’animo del pubblico.

Il cuore pulsante del dramma in costume prodotto e distribuito dalla BBC è sempre stato costituito dai suoi meravigliosi personaggi, tanto affascinanti quanto umani e fatti di debolezze. Ma per tracciare una linea che renda evidente a chiunque la loro lenta e inevitabile trasformazione, passata attraverso una strada a dir poco accidentata che odora di morte, fumo e gin, è necessario tirare le somme. Confrontando il primo e l’ultimo episodio di questa serie è possibile individuare tante spie di quella crescita interiore che, in modo più o meno evidente, ha interessato ognuno dei protagonisti e, soprattutto, Tommy Shelby.

cillian murphy

Partiamo da uno degli aspetti più evidenti dell’evoluzione di Peaky Blinders: la fotografia.

Nell’episodio numero uno, quando incontriamo per la prima volta il protagonista della serie, Birmingham ci appare una città caotica, sì, ma dotata ancora di luce. La fotografia privilegia ancora colori luminosi, nonostante le tonalità di grigio e marrone ricorrano ovunque, fin dall’inizio. Poi il giorno sembra cedere lentamente il passo a una notte eterna. Il gioco di colori è evidente anche nel Garrison, nei suoi interni prima marroni e molto illuminati, poi sempre più cupi mano a mano che le stagioni avanzano. Nell’ultima puntata, quando Arthur e Charlie Strong si preparano ad affrontare il Capitano Swing e quando Tommy avvisa i suoi uomini più fidati della missione che li attende, il pub degli Shelby è buio, proprio come le anime dei suoi frequentatori. Pareti, colonne, tavoli. Ogni cosa sembra aver fatto un bagno nell’oscurità.

E con il passare del tempo, non sono solo i luoghi ad assumere un aspetto più lugubre. Anche gli abiti che i personaggi principali indossano diventano più scuri. Dal grigio chiaro dei completi con cui li vediamo girare per le strade fangose nella prima stagione, al blu notte e al nero di cui si vestono sempre di più con gli anni. Vestiti, cappelli, giacche. Ogni accessorio simboleggia la morte che gli Shelby hanno dovuto affrontare, le perdite che hanno subito. Tutto racconta una storia, proprio come l’unico elemento che si contrappone a questo tuffo nelle tenebre. È nero il cavallo su cui Thomas entra in scena nei primi minuti della serie, ed è invece bianco quello su cui se ne va negli ultimi istanti che chiudono Peaky Blinders.

Se tutto il mondo sembra volerlo spingere verso un abisso da cui è impossibile risalire, la perdita di sua figlia Ruby – della cui purezza lo stallone è il simbolo – è ciò che invece lo sprona a essere una volta per tutte un uomo migliore. Il cavallo bianco rappresenta lo spiraglio di luce di Thomas, il vero cambiamento di un uomo che ha sempre cercato redenzione e che, forse, potrà riuscire un giorno a perdonare se stesso per il modo in cui ha provato a ottenerla.

Di contro, il primogenito della famiglia Shelby, non ha trovato nulla a cui aggrapparsi per uscire fuori dall’Inferno in cui si è rinchiuso da solo.

Se nella prima puntata avevamo visto un Arthur Shelby determinato, nel pieno delle proprie forze, ancora in grado di far rispettare la sua voce in famiglia e negli affari, con il passare delle stagioni lo abbiamo visto piegarsi. Thomas è il solo in grado di sostenere il peso e le responsabilità del comando. È lui il capofamiglia e Arthur deve fare i conti anche con questo. Si lascia andare ai ricordi del passato, si fa trascinare in fondo dai fantasmi della guerra e da quelli di tutte le persone a cui negli anni ha tolto la vita solo perché era necessario farlo. Perde il rispetto di sé e, di conseguenza, tutti coloro che gli ruotano intorno lo perdono nei suoi confronti. Alla fine della sesta stagione, l’autorità di Arthur, il suo nome in quanto Shelby, non valgono più nulla. Charlie Strong, Ada (uno dei personaggi che più è maturato nell’intera serie), persino Isiah e l’ultimo arrivato, il giovane Duke. Chiunque ha più autorità di Arthur.

E questo ci porta ad affrontare un’altra questione legata alla trasformazione subita da Peaky Blinders nel corso delle stagioni: la coralità perduta. All’inizio, il dramma di Steven Knight offriva un grande e variegato ventaglio di personaggi, ciascuno unico a modo suo. Ognuno di loro è stato tratteggiato con grande delicatezza e realismo, ognuno ha avuto un ruolo fondamentale, finché quello di Tommy non è diventato preponderante, tanto da generare qualche perplessità negli spettatori. Il personaggio interpretato da Cillian Murphy ha avuto sempre più spazio e piano piano tutti coloro che gli orbitavano intorno si sono silenziosamente fatti da parte, fino a lasciare intorno a lui un enorme vuoto, che nell’ultima stagione è stato accentuato ancora. La sua solitudine era l’obiettivo a cui Knight voleva arrivare.

Thomas è stato da solo in numerose occasioni nel corso della serie, ma mai come alla fine. Soprattutto dopo la scomparsa di Polly e poi dopo quella di Ruby. Nessun’altra voce conta per lui, se non la sua. Lui è l’unico di cui può fidarsi. Nella prima stagione, nonostante la guerra, c’è ancora posto per l’amore nel suo cuore e in quello degli Shelby. Nell’ultima, invece, esistono solo morte e disincanto, non esiste più alcun cuore da spezzare.

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Ciò comporta inevitabilmente, nella sesta stagione, il prevalere di una struttura narrativa più sfumata, in cui i contorni e i confini tra i villain sono sottili e quasi impercettibili. Dalla prima alla quinta stagione è stato chiaro ed evidente a tutti chi fosse l’antagonista di turno, in un crescendo continuo che ha portato i Peaky Blinders a fronteggiarsi prima con Billy Kimber e poi niente meno che con Oswald Mosley. Ma nelle ultime puntate Thomas è circondato da antagonisti, eppure nessuno di loro lo è davvero.

E così, aumenta il livello dei nemici che gli Shelby affrontano e si amplia la geografia di Peaky Blinders.

Dalle fangose e caotiche strade di Small Heat, dai quartieri pieni di degrado e povertà di Birmingham, con l’avanzare degli episodi l’ambientazione si espande. Londra, poi l’America con Boston, fino ad arrivare alle coste del Canada, all’isola di Miquelon. Gli Shelby non hanno limiti. L’ambizione di Thomas non ha limiti. La loro influenza aumenta e la serie si fa sempre più politica. Da una famiglia gitana di semplici allibratori, il nome degli Shelby arriva fino al Parlamento inglese, viene associato a quello di Winston Churchill.

Nel primo episodio Freddie Thorne aveva detto a Thomas: “Qui la legge sei tu. Non è vero Tommy?“. Non aveva forse anticipato ciò che il capofamiglia sarebbe diventato? Alla fine della sesta stagione Tommy ha davvero in mano la legge e si impegna affinché il caos che regna sovrano tra le vie di Birmingham diventi solo un lontano ricordo. E infatti ora le strade sono lastricate e nuove case saranno costruite per la classe operaia. Attraverso sangue e paura, ma Thomas ce l’ha fatta.

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Eppure il suo viaggio si è concluso, per ora, ma non senza essere passato attraverso la tradizione gitana, nutrendosi del suo elemento sovrannaturale. Nel primo episodio, Thomas cerca una donna cinese in grado di predire il futuro, e a Polly si rivolge nel corso delle stagioni per conoscere ciò che il destino riserverà a lui e ai suoi affari. Nell’ultima stagione, invece, Tommy cerca una via per tornare nel passato e si affida a Esme (ancora una volta alla conoscenza gipsy) per riavvolgere il nastro e tornare all’inizio. In principio, i costumi gitani non erano che un rimando alle origini di una famiglia da cui Tommy ha sempre mantenuto una cinica distanza. Poi, la tradizione è diventata il suo ultimo appiglio, l’unica cosa a cui potersi aggrappare per non precipitare. Credere che il vortice di vita e morte che si trascina dietro da anni dipenda da qualcosa di ancestrale e su cui lui non ha alcun controllo, può aiutarlo a razionalizzare e ad affrontare i sensi di colpa.

Ed è così che Peaky Blinders, dalla prima all’ultima puntata, dalla prima all’ultima stagione, non è altro che il ritratto dell’inevitabile ciclo del fluire della vita e della morte per chi ha avuto il proprio tempo sulla terra, ma anche quello della morte e della rinascita per chi è rimasto e deve imparare a tornare a vivere, proprio come Thomas.

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