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Mr. Robot è la trasposizione moderna dell’Edipo sofocleo

Mr. Robot
Mr. Robot

La terza, profondissima stagione di Mr. Robot si è conclusa da qualche mese lasciando infiniti spunti di lettura e analisi possibili. Tra i tanti non si può trascurare un parallelismo più o meno voluto che traccia un fil rouge importantissimo tra letteratura classica, psicologia e mondo contemporaneo. La genesi di questo articolo prende spunto da una frase di Freud che recita pressappoco così: “L’Io si sente a disagio, incontra limiti al proprio potere nella sua stessa casa, nella psiche. Questi ospiti stranieri sembrano addirittura più potenti dei pensieri sottomessi all’Io e tengono testa ai mezzi di cui dispone la volontà”.

Di fronte a queste parole mi confrontai per la prima volta con la consapevolezza di non avere e non poter avere un controllo totale sulle mie azioni e sulle motivazioni inconsce a esse sottese. Di fronte a noi, anzi, dentro di noi, è sempre un “individuo irrivelato” che si nasconde nell’ombra, che è celato alla vista e sopravvive in qualche anfratto nascosto della nostra psiche.

Si tratta di un irrazionale che ha una sua logica a noi, spesso e volentieri, irrimediabilmente preclusa.

È uno stimolo, un impulso, un sommovimento che dà il là all’azione, a un comportamento che difficilmente potremmo comprendere per quanto pure nato e prodotto da noi stessi. Come affermava in maniera illuminante Rimbaud: “Io è un altro. Se l’ottone si sveglia tromba, non è affatto colpa sua”. Cos’è che produce la tromba dal semplice ottone? Sembra qualcosa di estraneo al nostro pensiero. Qualcosa che agisce segretamente e inconsapevolmente dall’ottone. Un segreto artigiano che trasforma la materia prima in strumento musicale.

Freud tra le altre cose era anche un affascinato quanto incerto appassionato di antichità. Nella sua idea “archeologica” della psicologia riteneva di non agire diversamente da uno studioso che scavando nel terreno porta al riaffiorare di memorie sepolte. Lo psicologo come l’archeologo ridà luce a ciò che è nascosto ma pur sempre presente. Rimosso ma contestualmente radicato nella nostra mente come nel terreno. Entrambi gli studiosi hanno il fondamentale compito di non estirpare la “memoria”, il ricordo rimosso, ma di contestualizzarlo nel terreno (nella psiche), di restituire significato a quel pensiero dimenticato.

Freud scava nell’antichità, nell’opera classica, in cerca di memorie, in cerca di archetipi della sua “arte” psicologica.

Nella letteratura antica vede il simbolismo nascosto di un uomo che si confronta con se stesso e che dà espressione esteriore a impulsi interiori con cui non è capace di confrontarsi. Tra tutti i riferimenti senza ombra di dubbio il “complesso edipico” è il più noto e forse tra i più interessanti. Non sarà tanto però su questo punto che si concentrerà l’articolo quanto su una frase pronunciata da Edipo, protagonista della tragedia sofoclea recentemente ripresa, tra l’altro, in un episodio di Black Mirror. Ma andiamo con ordine.Mr. Robot


Edipo è re di Tebe, ha una moglie, una discendenza prospera e regna secondo giustizia. Eppure, sulla città si abbatte una pestilenza. Colpevole di questa “contaminazione” (“mìasma”) è l’omicida del re che aveva preceduto sul trono Edipo. Inizierà allora una ricerca disperata del colpevole che porterà all’amara scoperta di una verità terribile: Edipo è figlio e uccisore del re Laio e dunque sposo di sua madre e capostipite di una dinastia nata dall’incesto.

Ci troviamo alla fine del terzo episodio della celebre tragedia sofoclea, l’Edipo Re.

Il protagonista ha appena assistito all’allontanamento della regina Giocasta, sconvolta per aver scoperto la verità. Edipo si rivolge al Coro (gli abitanti di Tebe) che gli domanda il motivo della fuga disperata della donna. Pensando che la ragione sia dovuta al terrore di scoprire che il suo sposo è di stirpe plebea, Edipo afferma: “Ma io mi sento figlio della Sorte, della Sorte felice. […] Non posso essere un altro e perciò scoprirò da dove vengo”.

L’ironia tragica, tratto distintivo della tragedia classica, è tutta in queste parole: Edipo pensa che la Sorte gli sia favorevole e si vanta di questa sua filiazione. Affermando di non poter essere un altro, compie un errore che al pubblico consapevole già dei fatti non può non risultare tragicomico. Edipo di fatto è l’altro, è l’uccisore di suo padre e lo sposo della madre. Il colpevole della contaminazione della città. L’assassino che tanto disperatamente vorrebbe trovare.

Molto negli studi classici si è discusso del concetto di responsabilità nell’antichità.

Di come Edipo, nonostante non sia consapevole della sua colpa, rimanga comunque colpevole. L’“amartìa”, l’errore, per quanto non voluto non può essere rimosso. Edipo pensa di essere padrone di se stesso, di essere figlio e quindi interprete del proprio destino, della Tyche. Così anche Elliot in Mr. Robot pensa di poter cambiare le cose, agire e controllare la sua rivoluzione, esserne padrone. Entrambi i personaggi vivono nell’inconsapevolezza di essere contemporaneamente vittime e carnefici. “Non posso essere un altro”, afferma orgogliosamente Edipo. “Io è un altro”, ci ricorda invece Rimbaud. Elliot come Edipo è un Altro. È Mr. Robot.Mr. Robot

Così gli dei dell’antichità che sembrano controllare e agire al posto di Edipo, lasciandolo in balia degli eventi e prendendosi gioco della sua stessa sfrontatezza si rivelano nell’opera di Sam Esmail essere nient’altro che “ospiti stranieri addirittura più potenti dei pensieri” che costantemente “tengono testa ai mezzi di cui dispone la volontà”. La scissione di Elliot è quella di Edipo. Nel primo si manifesta nella sua interiorità nel secondo nell’esteriorità della conoscenza (o meglio dell’inconsapevolezza). Conoscenza che, nel mondo classico, aveva un valore programmatico, intimo e sociale.

Scopriamo così che gli dei che muovono Edipo nella modernità di Mr. Robot altri non sono che espressioni del nostro inconscio.

Quelle potenti, viscerali, incontrollate e dominanti partizioni dell’Es e dell’Id. Ovvero dei nostri istinti più segreti, irrivelati e incomprensibili. Così nell’esegesi della moderna psicologia Edipo diviene “Altro”, non più padrone di sé perché abitato dall’inconscio, da un suo Mr. Robot. È questo Mr. Robot che gli fa uccidere il padre e desiderare di possedere la madre. Che lo spinge a rispondere cioè a quel recondito complesso edipico (un desiderio di affermazione e possesso) che si cela nell’interiorità di ognuno di noi, secondo Freud.

Elliot come novello Edipo è dominato dalla “Sorte”, ovvero dal suo inconscio. La frammentazione del suo Io produce ora Elliot ora Mr. Robot. Un momento domina l’uno, un momento l’altro senza che nessuno dei due possa mai riuscire a prendere il sopravvento. Elliot per quanto inconsapevole è comunque responsabile delle azioni di Mr. Robot perché rappresentano una parte di lui. “Avevo paura di te. Di quella parte di me che sei tu”, confessa il ragazzo nell’episodio conclusivo di stagione.

Per Elliot come per Edipo la consapevolezza (come detto, un valore “classico” fondamentale) diventerà il primo passo verso la conversione.Mr. Robot

Il viaggio dei due personaggi è l’iniziazione dell’uomo alla vita, alla sua interiorità, alla scoperta di sé. L’accettazione della presenza dell’Es, questa entità inconsistente e incomprensibile (la Sorte, nella tragedia sofoclea), eppure così dominante, rappresenterà per entrambi la finale ricomposizione della propria individualità. Edipo, ormai vecchio e saggio, otterrà così la sua riabilitazione, in un’altra tragedia, assunto in cielo nel bosco di Colono.

Elliot riacquista invece, nel difficile equilibrio con il suo Mr. Robot, la forza combattiva della lotta per i propri ideali. Per quel progetto rivoluzionario condiviso tanto dal suo Io quanto dai suoi istinti più viscerali. Classico e moderno si fondono così nella Serie di Esmail in una psicologia dell’interiorità che trova un suo inaspettato e sorprendente dirimpettaio in un personaggio, Edipo, che travalica le epoche e non smette di affascinare e dominare tuttora nei racconti della contemporaneità.

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Written by Emanuele Di Eugenio

Esteta contemplativo (un modo elegante per dire nullafacente), vive immerso tra libri impolverati e consunti osservando il mondo da una finestra. Che sia quella dello schermo di una tv, di un pc o le pagine di un romanzo russo poco importa.

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