7) La statua

Tutto quello che conosciamo è un piede. Quattro dita, grandissimo, di pietra, in piedi su una riva dell’isola, e nessuno che si ricordi come ci sia arrivato. Poi, in un flashback, la statua ci viene mostrata intera: è una figura con testa di ippopotamo, e rappresenta Taweret, la dea egizia della fertilità e del parto. Il collegamento con la gravidanza sull’isola scatta quasi da solo, e lo spettatore si convince che stia per ricevere una risposta ai due misteri insieme. Invece no. Nessuno ci dice chi l’abbia costruita, quando, per quale motivo l’abbia fatta con quattro dita, né perché sia legata proprio a quell’isola.
La statua compare come il segno di una storia antichissima, forse legata alla Madre, a Jacob e al fratello, a un tempo in cui l’isola aveva custodi e rituali. Quando nella quinta stagione la ritroviamo distrutta, spezzata, ridotta quasi solo a quel piede, abbiamo la sensazione che il suo significato sia stato perso insieme alle sue forme. E c’è una strana delusione in questo, perché Lost aveva imparato a farci amare gli oggetti, i simboli, le immagini enormi. Quella statua prometteva una spiegazione al cuore dell’isola e invece è rimasta lì, come una rovina in mezzo al mare. Forse era giusto così, come accade nelle rovine vere, dove nessuno sa più dirci a cosa servissero.
8) Le provviste della Dharma Initiative

Dentro la botola ci sono scaffali pieni di cibo, scatolette con il logo della Dharma, birra, burro d’arachidi, una dispensa che sembra uscita da un bunker anni Settanta. Hurley, che ha il dono di trasformare qualsiasi scena in un momento di gioia, si commuove davanti a quelle scatole. Ma intanto una domanda scivola tra le righe: chi le ha messe lì, e soprattutto chi continuava a portarle? Perché la Dharma Initiative, nel 1992, viene spazzata via dalla Purga degli Altri, eppure dopo anni la stazione del Cigno è ancora rifornita da lanci dall’alto, come se qualcuno dall’altra parte del mondo continuasse a credere nel progetto.
Lost ci fa vedere gli effetti di questo meccanismo, i pacchi che cadono dal cielo, Desmond che li usa per sopravvivere, la routine di chi lavora in una stazione senza capire per cosa. Ma non ci spiega mai da dove arrivino quei pacchi, chi li ordini, chi paghi l’aereo, quale burocrazia segreta tenga in vita un esperimento che sembra morto da tempo. La Hanso Foundation è l’unico nome che si intravede dietro, ma nessuno lo conferma mai. È uno di quei misteri piccoli, concreti, quasi comici, che fanno sorridere perché riportano la serie a una domanda molto semplice: se tutto quel mondo è finito, chi continua a fare la spesa?






