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Lost in Space, l’amicizia è libertà

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Lost in Space

Intrappolare un concetto come quello dell’amicizia in una definizione chiara e concisa sembra una missione ardua e forse anche vana, come cercare di imbottigliare il mare. L’amicizia è qualcosa di sconfinato e inafferrabile, che può nascere lentamente ma anche di getto, che può essere coltivata per anni o può rompersi in un soffio. Se dovessimo provare a elencare gli ingredienti della sua speciale ricetta, potremmo citare la fiducia, la condivisione, il supporto reciproco. Ma c’è qualcosa che davvero distingue l’amicizia da qualsiasi altro tipo di rapporto, che la eleva a un livello superiore rispetto a una semplice conoscenza: la libertà. E questo ce lo può mostrare una coppia di amici davvero insolita, composta da un bambino e un robot: sono i protagonisti delle tre stagioni di Lost in Space (2018), remake dell’omonima serie del 1965.

Già la premessa potrebbe far sorgere qualche dubbio: cos’ha un robot da insegnarci sull’amicizia? Una macchina non ha sentimenti, né emozioni. Eppure, il solido legame tra Will e il robot è un punto cardine per l’intero show, accanto al formidabile rapporto che i membri della famiglia Robinson hanno tra di loro.

Andiamo dunque alla scoperta di questa d’amicizia in Lost in Space, esplorandone le tappe e cercando di capire quando è davvero diventata tale.

Lost in Space

Se già è difficile trovare un vero amico quando si è sulla Terra, circondati da 8 miliardi di propri simili, figuriamoci quando si fa un atterraggio di emergenza su un desolato pianeta sconosciuto: è quello che Will Robinson non ha nemmeno potuto pensare, visto i pericoli in cui si è subito trovato coinvolto. Un bambino che nemmeno avrebbe avuto la chance di lasciare il proprio mondo, se non grazie alla manipolazione del sistema da parte della madre, si trova lontano da casa come non mai e privato di ciò di cui tutti i bambini della sua età hanno bisogno: trovare qualcuno con cui condividere il difficile tratto di vita che è la crescita.

Eppure, è proprio nel pericolo che accade l’impensabile: Will si trova a dover sfuggire a un incendio, mentre è solo (il padre lo ha dovuto lasciare per andare a salvare l’altra figlia in pericolo) e, in una carambola di eventi, seguendo l’istinto di chi non ha nemmeno un secondo per pensare con lucidità e valutare le conseguenze, salva un robot che, come lui, è finito nei guai.

Un gesto di altruismo reciproco – poiché prima era stato il robot ad aiutare il bambino – che sembra sigillare un patto. Da quel momento, il robot si lega a Will, decidendo di restare al suo fianco, proteggendolo da qualsiasi tipo di minaccia. Così, Will si trova all’improvviso con il più improbabile degli alleati, che fa presto a definire amico.

Ma è davvero amicizia quella tra Will e il robot?

La domanda rimbalza nella testa di ogni membro della famiglia Robinson e delle altre persone con cui i protagonisti si scontreranno o incontreranno. Le critiche mosse verso questo legame sono quelle nate dalla natura stessa del robot: ci si può fidare di una macchina? Un robot ha dei veri pensieri? Ha un cuore? È possibile comunicare davvero con lui? È buono o cattivo? Interrogativi legittimi, a cui Lost in Space fornisce una risposta, ma che non sono l’unica prospettiva da considerare.

Da parte dello stesso Will, può essere considerata vera amicizia? Vista la situazione in cui il bambino si trova, non ha davanti a sé un ampio ventaglio di possibilità: solo il robot può fargli compagnia, al di là della sua famiglia. Non ha nessun altro.

Col passare degli episodi, però, ci si accorge che il sentimento di Will è sincero, anche se è presto per dire lo stesso del robot. I due sono una squadra inseparabile. Il robot è ormai l’ombra di Will e la famiglia Robinson comincia ad accettare la sua presenza. Ma, in sottofondo, c’è ancora qualcosa che non funziona e a far aprire bruscamente gli occhi a Will e il personaggio di Smith, la donna calcolatrice e opportunista che si finge chi non è per salvarsi la pelle.

Smith dice a Will che il robot non è mai stato davvero un suo amico, perché tra loro c’è stato un legame di pura dipendenza. Un vincolo che il robot non poteva rompere.

Lost in Space
Lost in Space

È amicizia quando qualcuno dà un comando e qualcun altro lo segue ciecamente, senza protestare e senza fare domande? Perché è questo che accade tra Will e il robot nella prima stagione di Lost in Space: il bambino dice una cosa e il robot esegue senza remore. Perché il patto che si era formato al momento del salvataggio del robot da parte di Will è proprio di questa natura, con il robot al completo servizio del bambino.

Questo non va a intaccare in alcun modo il sentimento che Will ha provato fin dall’inizio per il suo compagno di avventure, però fa riflettere. L’amicizia non può essere unidirezionale e, soprattutto, non può essere schiavitù. Quest’ultima parola può sembrare un’etichetta esagerata, ma se si pensa a fondo ci si accorge che non lo è nemmeno più di tanto.

Un drastico esempio? Il momento in cui Will – in parte manipolato da Smith – capisce che il robot può essere pericoloso ed estremamente dannoso per la sua famiglia. Che cosa decide di fare il bambino? In una scena di grande intensità e dolore, porta il robot sul ciglio di un precipizio. E gli ordina di saltare. In poche e brutali parole, lo istiga al suicidio. È questo l’estremo potere che Will ha sul robot, che no, chiaramente non può essere considerato un suo amico.

Ma per questo legame c’è un’altra, bellissima chance.

lost in space

Nel corso della seconda stagione Will è tormentato dalla perdita e dal senso di colpa, a sottolineare per l’ennesima volta come lui considerasse il robot come un vero amico, anche se di fatto non lo era. Le parole di Smith non smussano questo sentimento, anzi, sembra che Will voglia ritrovare il robot per sistemare le cose.

E il robot torna, viene ricostruito e si riaffaccia alla soglia della vita. Ma è diverso. C’è qualcosa che non quadra: è lui, ma allo stesso tempo non è lui. Perché il legame con Will si è spezzato, il vincolo è stato distrutto e il robot non agisce più secondo il volere del bambino. Allora cambia ogni cosa, cambia tutto.

All’inizio Will sembra disorientato. È come se si fosse creata una incolmabile distanza tra lui e il robot, soprattutto perché quest’ultimo diventa imprevedibile. C’è un grande margine di dubbio sulle sue azioni e Will non sa al cento per cento se questo sia un fatto positivo o negativo. Ma è proprio in questa libertà che il vero rapporto di amicizia può nascere.

Libero da ogni catena, il robot può essere sé stesso e avere un cuore.

A rendere il robot più umano è la libertà di scegliere come agire, chi proteggere, a chi affiancarsi. Qualcosa di incredibile e impensabile che le persone attorno a lui osservano con stupore perché, rispondendo alle domande che avevano aperto la nostra riflessione, nel mondo sci-fi di Lost in Space sì, i robot possono provare dei sentimenti. Ce ne accorgiamo chiaramente quando il cavallo di Will si trova in pericolo, il robot cerca di proteggerlo, ma invano. Il cavallo muore. E il robot cosa fa? Poggia delle pietre sul terreno in segno di commemorazione, come aveva visto fare a Will in passato.

La libertà di azione, combinata con la capacità di provare autentici sentimenti, permette al robot si costruire una vera e sincera amicizia con Will. I due non sono più intrappolati dalle leggi della subordinazione, ma possono coltivare il loro legame attraverso le esperienze condivise. Adesso, Will e il robot sono davvero alleati. Si confrontano, discutono, comunicano, con tutte le difficoltà del caso ovviamente, ma lo fanno.

Will e il robot ci dimostrano che l’amicizia è talmente forte da poter nascere ovunque, anche nello spazio, tra chi è così diverso e apparentemente lontano. L’amicizia è forte e intensa, ma anche delicata. Bisogna prendersene cura, maneggiarla con attenzione e non fermarsi mai davanti alle difficoltà che potrà incontrare: perché l’amicizia può anche essere imperfetta, ma non per questo diventa meno unica.

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