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IT: Welcome to Derry – La Recensione del terzo episodio: bentornato Pennywise!

Un'immagine tratta dalla serie It: Welcome to Derry, tra le serie tv più attese del 2025
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Attenzione: l’articolo contiene spoiler sul terzo episodio di IT: Welcome to Derry.

Perché ci stiamo appassionando così tanto a IT: Welcome to Derry?! In fondo lo sappiamo già: IT vince. Perché stiamo scavando a mani nude in un passato che non cicatrizza, ma continua a sanguinare lento e inesorabile?! Beh, lo facciamo perché la nuova serie TV targata HBO, disponibile in Italia su NOW e Sky, è minuziosa, non lascia niente al caso. Ci fa capire che si può godere del viaggio anche se conosciamo già la meta. La ciliegina sulla torta è che – con il contorno festoso di una fiera di paese e una fionda logora – diamo il bentornato a colui che aspettavamo da sempre: bentornato Pennywise!


Il terzo capitolo di IT: Welcome to Derry è forse il meno impattante e – allo stesso tempo – il più narrativamente rilevante dei tre.

scena del cimitero in IT: Welcome to Derry - Credits: HBO
IT: Welcome to Derry – Credits: HBO

Questa volta il body horror ci lascia respirare, anche se ammetto di non aver apprezzato particolarmente la scena del cimitero (non all’altezza di ciò che ci hanno abituato a vedere nei primi due episodi). I personaggi progrediscono nel loro sviluppo, così come la storia, i suoi denti aguzzi e la bava che ci gocciola addosso – densa – a cadenza settimanale.

Nella recensione della scorsa settimana scrivevo che “IT è una storia di contenitori e contrasti, di cause e conseguenze.” E la terza puntata non ha fatto altro che provarcelo. Siamo passati dal trauma individuale al trauma storico e collettivo. IT: Welcome to Derry diventa un trattato sull’Antropocene morale.

Nel contesto dell’Antropocene, IT: Welcome to Derry non racconta solo il male come entità mostruosa, ma anche come manifestazione dell’umanità in quanto forza geologica distruttiva.

Kimberly Guerrero nel terzo episodio di IT: Welcome to Derry - Credits: HBO
IT: Welcome to Derry – Credits: HBO

Questa volta, a prendere le redini della narrazione, è il rapporto tra l’essere umano e la natura. Quando per natura intendiamo lo spazio fisico che ci troviamo ad abitare: il grembo materno che ospita la ciclicità del nostro essere, la vita, il suo evolversi e anche la morte. Comprendere Stephen King e i prodotti della sua mente geniale richiede uno sforzo in questo senso: una riflessione sull’essere umano come “io collettivo” e sul suo ancorarsi alla natura, credendosi superiore ma essendone solo un ingranaggio, spesso fragile e malfunzionante.


Il terzo episodio, infatti, con i riferimenti alle radici native e alla storia della città, l’ho letto come una riflessione sull’impronta che l’essere umano ha sul territorio, e su come quella impronta abbia catalizzato il “male vivente”, testimoniato dalla memoria storica del colonialismo. La città diventa quindi una struttura liminale e stratificata in cui ogni epoca (o ciclo) lascia una traccia: l’insediamento nativo, la colonizzazione, l’industrializzazione, le fogne. L’uomo che trivella e violenta la natura stessa che gli ha dato i natali e di cui fa parte. La maternità violata e la spregiudicatezza dell’uomo che fa dell’unione la sua forza: sia nel bene sia nel male.

Questa verticalità, che va dal suolo alla fognatura, dalla memoria ancestrale alla contemporaneità, non è altro che una perfetta rappresentazione dell’Antropocene. L’umano non si limita ad abitare la Terra, ma ne riscrive la geografia. Non a caso, le possibilità e i limiti di IT sembrano scanditi dalla sacralità dei luoghi e dalla capacità – o meno – di saperli proteggere. Allo stesso tempo, la ciclicità dell’operato di IT diventa emblematica.


Per i nativi americani, infatti, i corsi d’acqua e le foreste hanno un ruolo preminente. Sacro. La comunità nativa di Derry è in subbuglio: teme una nuova prevaricazione da parte di chi, in passato, ha già violato le loro terre, i loro rituali, la loro identità culturale. Loro proteggono, delimitano, ricordano.

La Derry di IT: Welcome to Derry è quindi un organismo geologico malato: un palinsesto infetto, in cui la materia stessa assorbe e conserva memoria del dolore umano.

Un'immagine tratta dalla serie It: Welcome to Derry, tra le serie tv più attese del 2025
IT: Welcome to Derry – Credits: HBO

Lo ammetto: divorare episodi è uno dei miei sport preferiti. Sono una persona curiosa, con poca pazienza. Per questo sono felice che IT: Welcome to Derry sia una serie TV a rilascio settimanale. È un favore che gli autori meritavano per la minuzia di particolari, per l’attenzione quasi maniacale sia agli easter egg di King sia al sostrato profondo e stratificato che trasuda filosofia da tutti i pori.

L’uomo e il suo egocentrismo intaccano il ciclo rigenerativo della natura, esauriscono le risorse prima del tempo e si compiacciono, miopi, diventando ossessionati dai propri stessi prodotti: gli oggetti.


Ecco, l’oggettistica ha un ruolo di spicco in IT, e più in generale nell’universo di Stephen King. Gli oggetti, come gli uomini, hanno una loro memoria. Il più delle volte rimangono in circolazione per molto più tempo degli esseri umani e, silenziosi, custodiscono quella memoria storica e tattile che diventa fascino e ipnosi. Non è una coincidenza, infatti, che nei romanzi dello Zio siano spesso i negozi di antiquariato ad avere un ruolo preminente.

Non parlo solo del celebre e meraviglioso Cose Preziose (che espone il rapporto malato dell’uomo con il materialismo), ma anche di IT, dove emerge l’aspetto più luminoso dell’oggettistica: dalla famosa bicicletta Silver acquistata appunto in un negozio di seconda mano (come quello gestito da Rose), fino alla fionda vinta dal padre del giovane Shaw, e poi passata nelle mani della nativa Rose.

La fionda, nel terzo episodio di IT: Welcome to Derry, è memoria dell’incontro con il male, del coraggio di affrontarlo e di un’intesa ribelle che infrange un’ingiustizia antica: il male umano e il male ancestrale.

terzo episodio di IT: Welcome to Derry - Credits: HBO
IT: Welcomme to Derry – Credits: HBO

Sono l’uno accanto all’altro, come il clown mascherato e la tartaruga Maturin che aprono emblematicamente la puntata nell’allegra quanto macabra festa di paese. La fionda, come simbolo arcaico di resistenza, diventa un archetipo junghiano, legato appunto alla memoria primordiale della lotta tra luce e oscurità.


Parlando di ciclicità e contrasti, anche il ritorno dell’alternanza tra presente e passato era inevitabile. Passato e presente, memoria e dimenticanza: tutto fa parte di un ciclo naturale quanto perverso.

In questo modo IT: Welcome to Derry diventa una parabola sull’accettazione dell’orrore come condizione sine qua non dell’esistenza. Il male diventa banale come i personaggi sullo sfondo di questa narrazione: quelli che ti guardano dall’alto del loro white privilege e delle loro scarpe nuove. Come le istituzioni che dovrebbero proteggere ma preferiscono bendarsi, offrendo il colpevole che la collettività, banalmente maligna, vuole vedere.

Con questo sfondo e queste premesse, noi ci inchiniamo come spettatori estasiati. Lasciamo cadere qualche pop corn sul pavimento appiccicoso del circo e apriamo il sipario per il suo protagonista ballerino. Ti stavamo aspettando, Pennywise.

Clotilde Formica